Gli Appennini di Silvio D’Arzo

Non mi è mai piaciuto Silvio D’Arzo. Difetto mio, certamente, oltre ogni possibile giudizio estetico. Semplicemente non sono mai riuscito a farmelo piacere, nonostante lo abbia letto a diverse età, così come non ho mai sopportato la retorica che avesse scritto in Casa d’altri un racconto perfetto secondo la definizione originaria di Eugenio Montale. Ho poi tentato di ricredermi diverse volte – con scarsa fortuna peraltro – l’ultima in occasione di una lettura pubblica degli amici Giovanni Lindo Ferretti e Clementina Santi, estimatori, tra i tanti, del D’Arzo.

Il punto è che parla degli Appennini e di Cerreto (Silvio D’Arzo, all’anagrafe Ezio Comparoni era cerretano da parte di madre) con una sensibilità che non ho mai ritrovato nelle cose, o meglio che non sono mai riuscito a immaginare nella realtà. Non tanto per la mia di sensibilità, che naturalmente è quella di un altro mondo rispetto a quando lui scriveva, ma nemmeno quella sfiorata attraverso le parole e i tanti racconti familiari ascoltati nell’infanzia e in gioventù. Una sensibilità “verista” quella del D’Arzo che ritrae un mondo misero e preindustriale ormai al suo declino – D’Arzo, nato nel 1920, scrive il racconto a fine anni Quaranta – ma dove tutto è ancora come se fosse uno o due secoli prima. Tutto forse vero, peraltro...

 

E poi una natura implacabile dentro inverni lunghi cinque mesi, il lavoro sulla terra e con le bestie solo per sopravvivere, montagne sulle quali piove o nevica, nevica e piove e un paese fatto di “sette case. Sette case addossate e nient’altro: più due strade di sassi, un cortile che chiamano piazza, e uno stagno e un canale, e montagne fin quanto ne vuoi”. Tutto vero probabilmente.

E ancora un linguaggio asciutto e un lirismo essenziale che ben si adatta all’evidenza nuda della montagna e delle cose che vi accadono – anzi che non vi accadono – perché in Casa d’altri l’umanità che vi compare ha un destino segnato, rigido e determinato come il profilo dei monti, gelido come la neve, greve come l’odore del fumo su abiti logori. Tutto forse vero, eppure... eppure sembra come se lo scrittore avesse guardato la vita di quei montanari solo attraverso lo stantio di case e di stalle invernali e lì si fosse fermato. Una natura e un paese bui, dove anche la luce ha toni lirici ma quasi sempre lividi e il chiarore è solo per la neve e il gelo. 

 

Così talvolta la montagna dello scrittore sembra involontariamente rimandare a qualcos’altro, echi di altre atmosfere e di un’altra misera condizione – come quella dei contadini della pianura – magistralmente restituita allo spettatore nelle scene più cupe dell’Albero degli zoccoli. Ma i montanari degli Appennini non erano i contadini di Ermanno Olmi, non sono mai stati legati a un podere come servi della gleba, le case erano sempre state le loro e la terra qualcosa da far fruttare nei mesi estivi, per poi lasciarla e ritrovarla l’anno dopo. Non c’erano catene a legarli alla loro terra se la vita, come il pane, era anche altrove e la polenta non è mai stata solo quella di mais... 

Eppure queste possono essere solo spiegazioni a posteriori, elementi razionali che non danno giustificazione al non piacermi Casa d’Altri.

 

Certo in questo racconto perfetto, in questo romanzo breve, non era intento dell’autore cercare la dimensione razionale, ma sicuramente i giorni in cui i montanari si muovevano verso la Toscana sono sempre stati quelli di settembre – lo so da innumerevoli testimonianze, lo so dalla festa dell’8 settembre che in paese dava il via alla diaspora stagionale – e mai nessuno a fine ottobre o ai primi di novembre, di sera, avrebbe potuto essere presente mentre i “campanacci di pecore e capre si sentivano qua e là un po’ prima della prata dei pascoli... Dal sentiero di monte arrivò l’abbaiare di un cane. E poi di due o di tre cani. E poi il rumore dei campanacci di bronzo. I primi greggi tornavan dai pascoli.”

No, quei greggi e quell’umanità non poteva essere lì ancora ai primi di novembre come fa intendere D’Arzo. Sono elementi difformi dalla realtà, ma elementi razionali che ancora non spiegano le ragioni per cui mal sopportavo Casa d’Altri. Forse perché quelle ragioni erano semplicemente altrove.

 

Credo che fossero altrove come le vite che ogni anno i Cerretani si inventavano in Toscana... altrove come il destino cercato sulla strada e su orizzonti che erano sempre di povertà ma anche in vite in cui il caso camminava al loro fianco, perché c’è sempre stata libertà a muovere i giorni dei Cerretani.

E in quel caso, in quel disordine che, rinnovato, ogni anno riportavano in montagna, c’era anche luce e gioia; “dovevano” esserci anche quelle se, fuori da ogni poesia, i pastori hanno sempre vissuto seguendo la bella stagione.

Credo fosse questo il motivo (che allora non vedevo) per cui Casa d’Altri non mi è piaciuto e a volte mi ha persino irritato...

Perché benché ragazzo, benché confusamente, non riuscivo a ritrovarci niente del caso e del disordine dispersi nelle vite dei montanari descritti da D’Arzo, non ci ritrovavo nessuna gioia, nessuna libertà e nessun colore, niente di quella voglia di vivere, di quella frenesia di vivere che pur avevo fatto appena in tempo a intravedere.

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