Peninsula Hotel, o alla scoperta dell’Italia invisibile

Raccontare con i dati (data storytelling): una delle costanti della comunicazione di questi tempi, che si sta imponendo su ogni media. Infografiche, timeline e grafici ingombrano le pagine di quotidiani e blog, affollano siti d’informazione e programmi di divulgazione. Iniziano a far parte del nostro immaginario, diventando cifra distintiva del modo in cui ci aspettiamo che la realtà ci venga raccontata.

 

 

La rappresentazione dei dati garantisce oggettività, esaustività, chiarezza d’analisi (o almeno, è questo il portato retorico della resa per immagini della complessità di informazioni): per farlo, però, è facile che diventi fredda, distaccata, che si allontani dal racconto giornalistico. Oppure, com’è frequente, che la dataviz diventi una sorta di vestito alla moda per storie già confezionate. Se i dati, invece, si inseriscono all’interno di un progetto contribuendo alla sviluppo della storia, possono arricchirla di prospettive nuove.

 

Peninsula Hotel, per esempio, piattaforma editoriale e rivista online realizzata da Humboldt Books e da Accurat con il contributo di TIM, esplora in modo inedito la relazione tra dati e storie, servendosi dei dati per raccontare un tema altrimenti abusato come il made in Italy.

 

Troppo spesso, infatti, il made in Italy è fatto più di stereotipi (la Moda, il Cibo, il Design) che di persone. L’idea della rivista è riportare l’attenzione su di esse, andando a cercare le eccellenze italiane sul campo e mappando le loro storie – chi sono, da dove hanno iniziato, cosa fanno, dove vogliono arrivare. Chi legge può scegliere cosa approfondire e come farlo, con la possibilità di mettere a confronto le esperienze dei cinque protagonisti e dei loro altrettanti mondi (Olimpia Zagnoli, illustratrice; Filippo Nicosia, libraio; Enrica Arena, imprenditrice; Orlando Festa, interactive designer; Massimo Berruti, fotoreporter). A legare i dati e le storie di made in Italy di successo, la decisione del lettore di decidere cosa e come approfondire, per esempio mettendo a confronto più interviste piuttosto che concentrandosi su una soltanto. L’interattività – e la possibilità per il lettore di passare da un punto di vista a un altro, da un frammento di storia a un altro – poggia su una struttura modulare e agile, pensata per dare a chi legge libertà di esplorazione sui contenuti. In questo modo i dati portano alla luce dettagli sui protagonisti che in un’intervista classica non potremmo vedere – e che chi legge è lasciato libero di scoprire a partire dalle variabili possibili sulla piattaforma (Tempo, Temi, Liste, Luoghi, insieme alle interviste curate da Masiar Pasquali).

E i punti di vista sono quelli cui il web ci ha abituato, non quelli della retorica del made in Italy: il mondo, come territorio di esplorazione e come meta, la community di persone cui si sente di appartenere, al di là dell’appartenenza a un luogo fisico.

 

 

Allo stesso tempo, però, la narrazione che ruota intorno alle storie dei cinque protagonisti non è una narrazione di soli dati, distante e distaccata. Il cuore del progetto restano le interviste in cui i protagonisti raccontano il loro lavoro: lo mostra bene Giorgia Lupi di Accurat (uno degli studi creativi più attivi e apprezzati sul fronte dataviz, in Italia e all’estero), che ha lavorato al progetto insieme a Gabriele Rossi, nei suoi sketch preparatori – preziosi, in un progetto come questo, per capirne la struttura e gli obiettivi.

Qui l’intervista, lineare, viene spezzata in segmenti: ogni segmento sviluppa un tema, e può essere ricomposto in un racconto più generale perché in ogni intervista ci sono poli intorno ai quali il discorso si sviluppa. Ognuna di queste storie è anche un viaggio, dagli inizi allo sviluppo del progetto, dell’idea o del percorso artistico, al successo e alle nuove partenze, sullo sfondo di un’Italia che cambia e di un mondo interconnesso come quello che ci ospita tutti.

 

 

Peninsula Hotel, insomma, ospita tante storie, ma possiamo scegliere come farcele raccontare. Possiamo sentire, dalle parole di ciascuno dei protagonisti, cosa hanno significato per loro successo e fallimento, oppure possiamo mettere a confronto le loro risposte al dilemma restare o migrare, per esempio, e scoprire che Enrica Arena e il team di Orange Viber riescono a lavorare bene e si sono creati una rete a Catania mentre Massimo Berruti, che pure ama l’Italia, non riuscirebbe a fare il suo mestiere di fotografo immaginando di non lavorare più all’estero.

 

È in questo modo che può scaturire un’unica narrazione, ogni volta differente, capace di cucire insieme esperienze diverse e di aprire più prospettive sulle storie, a differenza di un’intervista classica o di una semplice raccolta di dati. E sulla piattaforma – altro valore aggiunto del progetto – è possibile tenere insieme entrambe le dimensioni, quella dei dati e quella dei racconti video, e fruirle contemporaneamente o passando dall’una all’altra.

 

 

Così è possibile, per esempio, seguire un’intervista interagendo, sull’interfaccia in primo piano, tra gli eventi più importanti della vita di chi parla, o mettendoli a confronto con i momenti più significativi indicati dagli altri protagonisti.

 

Filtrati dal format immaginato da Accurat, anche i video diventano oggetti ibridi, indicizzati e classificati, come sono, frammento per frammento, e materia prima per nuove connessioni. Grazie a questo è possibile, per esempio, creare un nuovo montaggio delle interviste sulla base dei contenuti.

 

 

 

Il risultato di questa doppia operazione, che mette in relazione i dati raccolti sulle vite di ciascuno dei protagonisti (libri preferiti, luoghi importanti, città di nascita) e recupera i dati all’interno delle storie così come sono raccontate dai loro protagonisti, è quello di avvicinare i due poli – la visualizzazione dei dati e l’intervista – in un’unica forma di narrazione ibrida. Una forma composita che rispecchia bene anche la diversità degli approcci che compongono il team di lavoro da cui è partito il progetto: Serena Danna e Andrea Marinelli, giornalisti, e Giovanna Silva, fotografa e editrice di Humboldt Books, con la collaborazione di Stefania Scarpini.

 

 

Grazie anche all’interfaccia della piattaforma e al format comune che tiene insieme dati e materiali video, mettendo al centro la possibilità di comporre la narrazione in più modi, il data storytelling, direttamente funzionale al racconto, diventa meno freddo, contaminandosi con l’intervista, e la narrazione in presa diretta diventa fonte di ulteriori informazioni, offrendosi all’indagine e alla curiosità dei lettori sotto forma di dati, parole chiave, distanze tra luoghi su una carta geografica e progressioni temporali su una timeline.

 

 

 

 

In questo senso MondItalia – nello spazio delle Corderie dell’Arsenale, all’interno della Biennale di architettura di Venezia – aperto alle influenze incrociate di arte e fotografia, è stato il contenitore ideale per presentare un’idea multipiattaforma come questa.

Senza dimenticare che l’innovazione del progetto non è soltanto nell’incrocio tra tecnologie ma nella scelta di portare alla luce, e rendere visibile, quelle eccellenze che troppo spesso rimangono invisibili, sepolte sotto troppi stereotipi.

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