Gob Squad e gli altri rivoluzionari

Nella fitta galassia dei teatri milanesi, un polo fa sentire una particolare forza d’attrazione in questa stagione: è il Teatro dell’Arte diretto da Umberto Angelini. Dopo qualche anno di assestamento – dovuto anche alla necessità di integrarsi con il colosso Triennale – oggi il teatro di viale Alemagna (che molti continuano a chiamare Crt) si è imposto come un punto di riferimento per gli spettatori più attenti al nuovo, complice anche la collaborazione con vitali officine creative come Zona K. Il cartellone di quest’anno sembra un vero e proprio corso di aggiornamento sulle tendenze della sperimentazione internazionale: da El Conde de Torrefiel a Agrupación Señor Serrano, da Milo Rau a Amir Reza Koohestani.

 

Umberto Angelini mostra dunque una evidente predilezione per i linguaggi performativi (che non stupirà chi ricorda il Festival Uovo da lui ideato), ma anche per gli spettacoli radicalmente anti-rappresentativi, che sondano gli scivolosi confini realtà/finzione e il rapporto tra il teatro e gli altri media. Al centro di quasi tutte le ricerche sopra citate si colloca, non a caso, il dialogo tra l’immagine mediata dal video e l’immagine in presenza, in un paradossale processo di (de)legittimazione reciproca. La stagione del Teatro dell’Arte si pone dunque come un laboratorio di pensiero sulla realtà, e sulla sua sempre più sfuggente dimensione virtuale; quasi si affermasse che una trasformazione radicale delle modalità comunicative non può che mettere in discussione con altrettanta radicalità le forme della rappresentazione teatrale. 

 


In questo quadro ben si colloca anche la proposta del collettivo anglo-tedesco Gob Squad, con lo spettacolo Revolution Now!, andato in scena negli scorsi 22 e 23 novembre grazie alla riuscita collaborazione Zona K - Triennale. Il dispositivo performativo è dirompente ma semplice: un gruppo di rivoluzionari (gli attori, ovviamente) occupa un teatro e ha come obiettivo quello di coinvolgere adepti nella rivolta. Una bislacca trasmissione live – cioè la ripresa di ciò che accade dentro il teatro – viene proiettata fuori dal teatro, su un piccolo schermo montato sulla strada che diventa un grido rivolto ai passanti, un invito a far parte del movimento sovversivo che sta bruciando dentro le mura. Chi conosce l’area urbana tra Cadorna e Parco Sempione sa quanto possa essere deserta in un’umida serata novembrina; ma l’energia contagiosa dei folli Gob Squad (accompagnati nelle repliche italiane dal valoroso Marco Cavalcoli) finisce per coinvolgere qualche malcapitato e a trasformarlo in un’icona rivoltosa à la Delacroix. Dunque il teatro può scuotere gli animi e generare la scintilla del cambiamento? I creatori hanno un’intelligenza troppo affilata per sostenere fino in fondo questa tesi. Revolution Now! è forse una corrosiva analisi dei meccanismi trita-carne dei media più che un inno alle potenzialità rivoluzionarie dell’arte.

 

 

La drammaturgia, a ben guardare, non veicola nessun contenuto schiettamente politico: si parla genericamente di trasformazione, senza mai dire in quale direzione; non si menziona mai l’obiettivo polemico del moto rivoluzionario; non si fa alcun cenno a quali poteri si vogliano abbattere.

Sotto la lente di ingrandimento, invece, le trappole comunicative che finiscono per soffocare e omologare i (rari) aneliti di ribellione. I ‘rivoluzionari’ vengono immortalati live in foto-icona che sarebbero già pronte da postare su Facebook, e gli attori e il pubblico collaborano per rendere la trasmissione più glamour possibile. L’interazione tra i passanti in strada e gli spettatori in sala – che si gioca attraverso la visione reciproca via video – ricorda da vicino quella dei format in stile Grande Fratello, che stimolano un rapporto di voyerismo dentro e fuori dalla “Casa”. I cittadini disposti a fermarsi, in effetti, sembrano attratti soprattutto dalla visione di un’intera platea che dialoga con loro (con applausi, risate, urli, cartelli) e che concede loro un breve momento di celebrità.

 

La rivoluzione avvenuta, alla fine, si celebra con shot di vodka e un piccolo party condiviso tra le sedie del teatro: uno scenario più adatto a un rassicurante selfie che a un destabilizzante processo di cambiamento. Non sarà difficile, per lo spettatore che colga il fondo amaro della gioiosa performance, pensare alle tante esperienze eversive di questi anni (molte, anche, in ambito teatrale) che hanno finito per essere canalizzate e riassorbite anche per eccesso di aperture dialogiche e comunicative.

Gob Squad consegna così allo spettatore un paradosso: da un lato lo invita a sperimentare l’eccitazione della sovversione, dall’altro a rendersi consapevoli dei processi che la depotenziano.

A Camus, che nell’Uomo in rivolta parlava di rivoluzione come di una “postura metafisica”, la provocazione non sarebbe forse dispiaciuta.

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