Goliarda Sapienza: 50 anni di Lettera aperta

Nel 2017 Einaudi riedita Lettera aperta di Goliarda Sapienza, libro uscito nel 1967 per Garzanti, nel 1997 per Sellerio, nel 2007 per UTET. Quale sia la chiave di lettura di un libro che esce a 21 anni dalla morte della sua autrice, a 50 dalla prima edizione, a 20 dalla sua seconda, a 10 dalla terza, al di là delle diverse prefazioni, ce lo racconta la storia stessa di Goliarda Sapienza.

La prima stesura di Lettera aperta comprendeva un progetto editoriale ampio e strutturato che, come molti dei progetti di Sapienza, è andato modificandosi nel tempo in relazione a condizioni avverse e talvolta fortuite.  Come libro è figlio di un disegno di riordino della propria vita, un mettere le mani a ricordi e carte: un tentativo di cessare di rimestare nei ricordi mettendoli in un ordine di apparizione misto a uno cronologico.  

 

Ciò che spinge Goliarda Sapienza all’inizio degli anni ’60 a fare ordine nei ricordi, affrontando argomenti autobiografici talvolta spinosi ma urgenti, è il grande cambiamento di vita che sta covando da tempo: la necessità di dedicarsi totalmente alla scrittura. Dal ’41, anno in cui da Catania giunge a Roma per frequentare l’Accademia di Arte Drammatica, Goliarda è una donna dedita al teatro e al cinema, come attrice soprattutto ma non di rado come autrice di testi poi mai firmati da lei. Vive di teatro e di cinema nel lavoro e nelle frequentazioni, compagna per molti anni di Citto Maselli ha nella Roma intellettuale la sua casa e la sua vita. Un mondo, quello della recitazione, che cova sin dall’infanzia e adolescenza a Catania –  figlia di due persone che hanno fatto la storia politica e sociale d’Italia, Maria Giudice e Peppino Sapienza – cresciuta e istruita in modo non convenzionale ma ispirato a grandi ideali. 

 

 

La propulsione verso il teatro inizia, verso la fine degli anni ’50, a cedere il posto a una linfa vitale che si manifesta sempre più impellente. Dopo anni di riconoscimenti e impegno sul palcoscenico e dietro le quinte le prime crepe si affacciano, quelle crepe che si allargano nei momenti in cui la luce muta invitando a un cambiamento. La malattia e la morte della madre, che rischia di portar con sé i ricordi vivi del passato, innesca una discesa agli inferi per Goliarda che attraversa due tentativi di suicidio, elettroshock, analisi e depressione, prima di afferrare la sua personale ancora di salvezza: la scrittura. La lettura e la scrittura di versi la accompagna dal ’53 fino alla stesura del ciclo autobiografico che sfocia con la pubblicazione di Lettera aperta nel ’67 e Il filo di mezzogiorno nel ’69, entrambi per Garzanti. Dalla fine degli anni Settanta alla sua morte Goliarda dedica tutta se stessa alla scrittura, alla stesura dell’Arte della gioia e dei suoi taccuini, che verranno pubblicati, come molto altro, solamente postumi. 

Lettera aperta è il riordino di sé per continuare la propria vita solo nella scrittura e con la scrittura, è la storia della sua infanzia e della sua adolescenza a Catania narrate non seguendo un filo cronologico ma un ordine legato agli eventi e alle comparizioni. Non è solo un testo importante per chi lavora all’esegesi di tutta l’opera di Goliarda Sapienza, non è solamente una fucina di studio per rintracciare i suoi personaggi romanzeschi nella sua vita catanese, ma è un libro a sé stante.

 

Narra come se il passato stesse accadendo nel presente, una presa diretta che talvolta sembra un viaggio ipnotico verso altri colori e altre persone che compaiono all’improvviso da porte socchiuse, da sopra le scale, dalla strada e spostano la narrazione dei fatti. Un lento e solenne comparire di donne del passato, donne che ancora abitano i sogni di Goliarda la quale vuole dare loro un definitivo luogo di riposo: la carta. Lettera aperta è la storia di una donna che finalmente si siede ad aspettare che le persone del passato tornino a lei per raccontarle, per narrare “la felicità [che] ha storia. La felicità è l’unica cosa che andrebbe descritta, insegnata”. La sua felicità è la scrittura, ed è questo che descrive.  

Lettera aperta nel 1967 esce nella collana romanzi moderni di Garzanti, con l’incoraggiamento di Attilio Bertolucci e l’editing di Enzo Siciliano. Candidato al Premio Strega, riceve poche ma rilevanti attenzioni. Mentre Il filo di mezzogiorno, di due anni più tardi, desta più interesse non tanto nel mondo letterario ma in quello psicoanalitico essendo la cronaca della terapia analitica affrontata da Sapienza.

Nel 1997, a un anno dalla morte di Goliarda, Sellerio riedita Lettera aperta con specificato, sotto il titolo in quinta pagina, “Romanzo” e con una prefazione breve a accorata di Dacia Maraini che si sofferma sulle vicende di vita di Goliarda ricondotte a una “impronta di una straziata e tenera sicilianità”. 

Nel 2007 viene pubblicata Lettera aperta da UTET, con prefazione di Citto Maselli.

 

Nel 2017 esce Lettera aperta per Einaudi, con una introduzione di Monica Farnetti e, posto in chiusura, un testo di Angelo Pellegrino dal titolo “Ritratto di Goliarda Sapienza”.  Dopo 50 anni sembra che questo libro abbia finalmente trovato collocazione in un panorama letterario, quello a noi contemporaneo, non tanto per disinteresse verso le precedenti edizioni, quanto per incapacità di comprenderlo prima. Un libro che per 50 anni è stato definito racconto, poi romanzo, sottolineando la deriva autobiografica – che a Goliarda è costata non poca incomprensione in vita come in morte – finalmente trova i tempi maturi per accoglierlo. Perché matura è Goliarda Sapienza quando lo scrive, da poco ha passato i quaranta anni, ma di una maturità che data la sua educazione, la sua vita, le sue scelte, la pone di molto avanti negli anni rispetto alla società che la circonda.

 


La decisione stessa di condannarsi a una vita povera solo per dedicarsi alla scrittura tra i Settanta e i Novanta, gli anni del boom economico in cui tutti diventano più ricchi, è una scelta incomprensibile ai più.  Goliarda prende questa strada già da metà dei Sessanta con la stesura di Lettera aperta, e la sua scrittura riflette la scelta matura di non stare in un canone, non scrivere un genere prestabilito, non usare una lingua prefabbricata. Lo sottolinea anche Monica Farnetti nella sua lucida e precisa introduzione: “[…] questo libro che attenta all’istituzione del romanzo, che viene meno all’idea consacrata di autobiografia e sovverte quanto basta l’antica tradizione del racconto di formazione, lascia intuire, infatti, una decisa volontà di ripensare da capo e di esplorare a fondo le risorse della scrittura, e costituisce per la sua autrice un debutto rischioso […]”. 

 

“Rischiosa” è tutta la sua vita, rischiosi i suoi genitori e l’educazione che le impartiscono, rischiosa la sua vita a Roma durante la Seconda Guerra, ricercata dai tedeschi entra in clandestinità, rischiosa la sua scelta del teatro, rischiosi anche i ruoli da lei interpretati, mai centrali ma sempre di un certo spessore, rischiosa la cura psicoanalitica, rischiosa la sua scelta di lasciare Maselli e il mondo dorato della Roma dell’arte per ritirarsi a Gaeta a scrivere, rischioso ciò che scrive, rischioso rubare dei gioielli a una amica, rischioso il carcere che vive di persona, rischioso il personaggio di Modesta. Da un punto di vista retrospettivo emerge il rischio e il coraggio di questa donna, ma con grande probabilità lei non avverte che la sua matrice autentica nel fare. 

 


Si incontra la forza della sua autenticità nella scrittura, prima ancora che in Lettera aperta, nelle poesie da lei scritte tra il ’53, anno della morte dalla madre, e il ’56: poesie composte e organizzate dalla scrittrice già in una silloge con il titolo Ancestrale, sottoposte alla lettura dei più noti esponenti del mondo letterario di quegli anni: arriva un riscontro positivo, ne parlano bene Bertolucci, Garboli, Longhi, ma non arrivano alla stampa perché contengono quella modernità che spiazza, quel non appartenere a regole e a mode della convenienza. Vengono pubblicate 60 anni dopo, nel 2013, col medesimo titolo, per La Vita Felice.

Come le poesie hanno trovato una loro collocazione, nella vasta produzione in prosa di Goliarda, decenni dopo la loro composizione, così anche Lettera aperta, seppur più volte pubblicato, oggi ha una nuova veste e si inserisce perfettamente nella contemporaneità. 

 

Questa edizione, nondimeno, fa molto di più: non solamente colloca Goliarda Sapienza scrittrice in un panorama letterario oggi suo coevo, mentre allora era terribilmente immaturo, ma anche regala una Goliarda Scrittrice persona, donna, in carne e ossa e quasi tridimensionale. Il “Ritratto di Goliarda Sapienza” di Angelo Pellegrino, le 31 pagine che chiudono il volume, fanno uscire per la prima volta la scrittrice dalla carta, dalle sue parole, e danno un corpo e un’anima a una scrittrice spesso descritta da chi la legge e ne ama la sua scrittura. Vediamo Goliarda così, nelle parole di Pellegrino, in tutta “quella fantastica coerenza che ha segnato la sua vita e la letteratura”. Angelo Pellegrino, che con lei ha condiviso oltre vent’anni di vita, le fa sollevare il volto dalle carte, la fa uscire dal baule dei suoi scritti, la fa alzare dalla sedia in modo che lei ci guardi in faccia sorridendoci – con il suo “viso molto serio e anche drammatico che contrastava immensamente col sorridere caldo tutto luce della sua bocca grande ben modellata” –  e noi a lei, mentre si mette il cappello con la sua sigaretta accesa e va a fare la spesa. 

 

Per le fotografie: Copyright Archivio Sapienza Pellegrino"

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