Hawthorne e Poe: all’origine dei media

Lo scrittore americano Nathaniel Hawthorne ha descritto nel racconto Wakefield l’originale comportamento di un uomo londinese che ha improvvisamente deciso di abbandonare la sua abitazione e la moglie, ma di rimanere comunque a vivere per vent’anni, seppure in incognito, nelle immediate vicinanze. Ha voluto cioè lasciare il suo ambiente quotidiano per vivere nello spazio urbano e per confondersi con la folla che lo abita. Come ha scritto però Alberto Abruzzese «La folla londinese accoglie in sé Wakefield, lo ospita, lo divide e insieme preserva, lo danna e insieme salva». Si può dire dunque che la massa opera in qualche misura come i media. In essa ci si perde, ma ci si può anche ritrovare. A patto naturalmente di accettare senza remore quello che essa propone: entrare totalmente in un’altra dimensione. Cioè evadere da quel territorio fisico che appartiene alla realtà quotidiana per passare nel regno della fantasia e del fantastico. Non a caso Wakefield, come ha scritto Hawthorne alla fine del racconto, può essere considerato il «Reietto dell’Universo» e lo è perché è entrato in un altro mondo, ha deciso di annullare la sua identità e uscire temporaneamente dalla sua dimensione quotidiana per entrare in una zona indefinita e sospesa, così come fanno abitualmente gli spettatori dei media.

 


E, come questi, Wakefield è diventato un fantasma e guarda dall’esterno, senza essere visto, la sua abitazione e quello che vi accade all’interno. Cerca in tal modo di soddisfare i suoi impulsi voyeuristici e, come ha affermato lo scrittore Gianni Celati, la sua «Dunque non é una semplice fuga dalla vita domestica; c’è di mezzo la strana voglia di scoprire come appare il luogo familiare senza di noi. Il che porta a riflettere su come si diventa estranei a ciò che sembrava assolutamente nostro e scontato».

Wakefield però, come ha sostenuto Abruzzese, sembra essere anche consapevole del suo comportamento, sembra cioè aver deliberatamente deciso di uscire dalla realtà della sua vita quotidiana. O perlomeno questo è quello che esprime con chiarezza attraverso quel sorriso “furbesco” che gli compare fugacemente sulle labbra al momento della sparizione da casa e che egli mostra nuovamente molti anni dopo, quando si ripresenta alla moglie.

 

Lo scrittore Edgar Allan Poe ha scritto all’inizio degli anni Quaranta dell’Ottocento alcuni articoli che si presentavano come fortemente elogiativi nei confronti del lavoro di Hawthorne e del suo racconto Wakefield. Più tardi, in un articolo uscito nel 1847, ha espresso anche delle critiche verso le qualità letterarie di Hawthorne, ma era comunque profondamente affascinato da questo scrittore quando ha pubblicato il suo racconto L’uomo della folla e cioè nel 1840. In uno dei suoi primi articoli, ad esempio, Poe ha scritto che «Il tratto peculiare di Mr. Hawthorne è l’inventiva, la creazione, l’immaginazione, l’originalità – un tratto che, nella letteratura romanzesca, vale sicuramente per tutto il resto. Ma la natura dell’originalità, per quel che riguarda il suo manifestarsi nelle lettere, non viene compresa se non in maniera imperfetta. La mente inventiva, oppure originale, solitamente si manifesta sia nella novità di tono sia nella novità di argomento. Mr. Hawthorne è originale in ogni aspetto». 

 

Non è un caso pertanto che il racconto Wakefield abbia ispirato Edgar Allan Poe per il suo L’uomo della folla. Il protagonista di questo secondo racconto decide infatti di seguire una persona sconosciuta nei suoi inspiegabili itinerari urbani per capire dove vuole andare e arriva alla conclusione che essa ha come unico obiettivo di non stare da sola. Vuole cioè rimanere sempre in mezzo alla folla. Poe, insomma, ha cercato di mettere a fuoco quello che muove i comportamenti di Wakefield, il suo tentativo di perdersi all’interno dell’esperienza metropolitana. Vale a dire che «Il racconto di Hawthorne era mirato alla rappresentazione verosimile; l’onniscienza e l’onnipotenza del narratore si fermavano solo di fronte all’astuto sorriso di Wakefield e al suo inabissarsi nella folla. Il racconto di Poe, invece, è mirato alla rappresentazione fantastica ed è scritto in prima persona, è narrato dal testimone. Siamo invitati a credere nello sguardo dell’autore-personaggio; siamo coinvolti nel lungo piano-sequenza con cui questi insegue l’“uomo della folla”». Poe dunque mette se stesso direttamente in scena, ma è come se fosse Hawthorne che osserva il personaggio Wakefield e i suoi strani comportamenti.

 

E, per capire sino in fondo il mistero della sua follia, non esita a gettarsi in mezzo alla massa sempre in movimento all’interno dei flussi della metropoli. Quei flussi che, come ha sostenuto in seguito Walter Benjamin, sono caratteristici della cultura moderna, la quale è condannata a un incessante fluire, a un “passaggio” reiterato e continuo.

Anche Poe, come Hawthorne, ha messo in scena nel racconto L’uomo della folla una situazione che rappresenta una metafora del rapporto degli individui con i media. Ha scritto, infatti, di aver osservato le persone e le situazioni che si sviluppano nella metropoli attraverso la vetrata di un caffè e questa si configura dunque come una sorta di grande schermo. In quanto tale, opera come una vera e propria soglia tra l’interno e l’esterno, tra il presente in cui lo spettatore è collocato e un immaginario altrove. 

Ma, come ha scritto Abruzzese, «È lecito supporre, leggendo il testo, che il vetro rifletta anche il volto stesso di Poe spettatore: stando ad un tema assai caro a Poe e connaturato al mito della rappresentazione e della comunicazione, l’immagine aliena traspare quindi dallo schermo della vetrata quasi come uno sdoppiamento del volto dello spettatore». D’altronde, come ha osservato Marshall McLuhan lo schermo dei media si presenta allo stesso tempo come uno specchio sul quale gli individui vedono riflessa la loro immagine e come un canale per il passaggio verso qualcosa.

 

Dunque, lo spettatore è come Narciso, che si concentra sulla sua immagine riflessa dall’acqua, ma percepisce nel contempo la presenza di una soglia. E perciò «Alla fine deve passare, come Alice, attraverso il punto di fuga, per vedere entrambi i lati dello specchio». Deve cioè andare al di là dello schermo per immergersi totalmente dentro lo spettacolo. 

Va considerato del resto che il racconto L’uomo della folla è il risultato anche della consapevolezza da parte del suo autore che la comparsa nell’Ottocento dei primi media aveva determinato una crisi nelle tradizionali figure del letterato e dell’artista. I quali hanno sentito per la prima volta in quell’epoca di non riuscire più a comunicare nella società come accadeva in precedenza. E hanno reagito, come ha fatto lo stesso Poe: cercando di concepire un messaggio altrettanto forte di quelli dei media. Un messaggio cioè traumatico, trasgressivo e che prometteva al lettore di poter evadere dalla realtà per entrare in un’altra dimensione. Persino di poter passare nel fantastico, nel soprannaturale o nel mostruoso. Il letterato e l’artista hanno così tentato di produrre artigianalmente quello a cui la società dava vita attraverso i nuovi e potenti strumenti tecnologici di comunicazione. Ma hanno anche cercato di avvicinarsi alla condizione di vita del loro lettore. 

 

Estratto dalla postfazione di Vanni Codeluppi al volume L’origine dei media: Hawthorne e Poe, FrancoAngeli. Il volume contiene testi dello studioso dei media Alberto Abruzzese e degli scrittori Nathaniel Hawthorne e Edgar Allan Poe.

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