I nostri terrori, le nostre speranze

Ogni individuo e ogni comunità si interroga di fronte alla catastrofe, reale e immaginata. Ernesto De Martino ha descritto nel secolo scorso la funzione che aveva nel Salento la magia per destorificare il negativo. 

I riti magici, le fatture, servivano ad astrarre da quello che si presentava come privato, ostile, presente, e costruire un orizzonte metastorico. Non è a me che capita questa disgrazia, ma a noi, e non è la prima volta. Il lutto, l’amore, la malattia che mi rendono così solo, appartengono a un ordine che si presenta a me, ma in realtà fa parte della trama del mondo.

Un mondo più grande dell’io, che smargini i contorni di quel che sono io in quel che siamo noi, perché fin dalla nascita conosciamo i limiti della vita, come ci ricorda in ogni suo verso Giacomo Leopardi. Sappiamo che moriremo fin dalla nascita e che morire si ripresenta ogni giorno, che possiamo leggere infinitamente e in ogni cosa l’angosciante certezza che questi istanti che passano sono sottratti al tempo complessivo del nostro essere al mondo.

 

L’io, se è solo questo, non fa altro che andare a morire ed è quindi nella sua verità quando sente l’insostenibile sfida di pensare un mondo che lo opprime e per lui si esaurisce. 

Malinconica, orribile verità da cui solleva, come capisce bene Leopardi, solo la fiaba. Quella antica, ricca di immaginazione, storie e miti, e quella moderna, che vede nella ragione e nella scienza un futuro che sconfiggerà i problemi del mondo. I riti, gli oroscopi, lo studio della natura o la sua contemplazione, qualunque cosa ci distragga dall’essere la clessidra di noi stessi che inevitabilmente fa passare un granello dopo l’altro dal da vivere nel vissuto.

Leopardi in una prima fase della sua vita contrappone l’antico e il presente come due ambiti diversi, ma con gli anni la disposizione degli ambiti semantici rivela una trama più fitta e intensa. Il passato non va mai via: come nell’inconscio freudiano tutto resta costantemente significativo, e il futuro è già qui; pensiamo insieme quel che accade è accaduto e accadrà, e lo sforzo di distinguere e riunire è il tentativo di esserci ora. Quello che attribuiamo al tempo è il disporsi su diversi piani di aree di senso enormi, incomprensibili nella loro interezza, che si oscurano a volte a vicenda, attraverso cui si liberano istanti che ritornano a gemmare in superficie, come i fiori che trovano la via attraversando la terra e il gelo e ogni primavera annunciano la fine dell’inverno, promettono nuovi frutti e nuovi raccolti.

Come i contadini del Salento che si sforzano di disfare la disgrazia che gli si presenta in una fattura di qualche tipo, anche noi lottiamo per tornare a esserci. Dal cupo senso di distruzione cerchiamo di tornare all’esserci. Nell’inquieto profondo ci sono parricidi e matricidi come Edipo e Oreste, c’è da qualche parte anche il costante anche se inconscio presagio di morte dell’io, ma noi lottiamo per aderire ad adesso, vogliamo essere il fiore che si affaccia in superficie, cerchiamo di aderire a fazioni politiche, religioni, mode, al linguaggio cercando di assomigliare a ciò che altri umani sono fuori di noi, prima e intorno, ed è in questo sguardo proiettato sugli altri che si articolano i nostri terrori e le nostre speranze.

 

Gli attentati terroristici descrivono i contorni della comunità globale. Comunicazione e viaggi per il pianeta ci hanno sradicato dal luogo di origine e immersi in un contesto dove siamo la grande varietà di culture e lingue che ci circondano. Un cambiamento rapidissimo, esponenziale, elettrizzante ma certo anche angosciante perché ci separa da un’origine che in realtà non è mai esistita, ma che ci raffiguriamo come patria perduta. America first, Brexit, Leghe, Fronti Nazionali. Alle spalle ci sembra di poter delineare nella nostalgia populista un profilo coerente, che è solo il rovescio di quello che stiamo vivendo. Una tensione al ritorno, essenzialmente fascista, che si agita intorno ai cambiamenti e si presenta come desiderio di riprendere il controllo. Da un lato internet e la comunità globale, dall’altro il fascismo, e in realtà le due cose insieme. 

È difficile aderire a un mondo così composito, contraddittorio, abbiamo bisogno di racconti. Questo racconto è oggi il terrorismo. Trans-nazionale e nazionalista, radicato in religioni millenarie e al tempo stesso frutto di periferie secolari come le fermate della metropolitana, alieno e interno. Non importa dunque che siano molto più numerosi i morti per incidenti stradali (ogni anno circa 120.000 in Europa e quasi un milione nel mondo) di quanti non ne faccia il terrorismo, perché la morte per incidente stradale non costruisce una narrazione collettiva. Non ci rende meno soli. Abbiamo invece un ampio repertorio di fobie che convergono facilmente nell’orrore per il terrorismo, dall’anti-islamismo delle crociate fino al terrorismo politico o locale che abbiamo visto in Europa una quarantina d’anni fa con le BR italiane, la RAF in Germania o l’lRA in Gran Bretagna. 

 

Illustrazione di Kirsten Beets.


Il terrorismo raccoglie e ci consente di condividere i nostri terrori: esistono forze oscure che vogliono penetrare il nostro mondo dall’esterno e farlo saltare in aria. Ma il nostro mondo ha davvero un esterno? Forse no, ma così lo immaginiamo.

Parallelamente, la criminalità è in constante diminuzione in tutto l’occidente. Sono in costante flessione la piccola truffa delle transazioni finanziarie e lo scippo, ma anche i cosiddetti shootings in America, lo sparare a caso nelle scuole o nelle autostrade. 

Gli attentati terroristici sono quindi anche quello che Baudrillard chiamava “il neo anacronistico”, cioè l’elemento che appare nuovo quando in realtà è il relitto di qualcosa che scompare. I terroristi infatti non vengono davvero da fuori, perché la grande maggioranza dei giovani e meno giovani che si fano saltare in aria nelle città europee sono europei. A volte ricordano più Jean Genet che fanatici religiosi o ideologici.

 

Siamo inorriditi dalla violenza degli attentati in una fuga verso il ventre della socialdemocrazia liberale cui aderiamo attraverso l’educazione nostra e dei nostri figli, pagando le tasse, sperando che tutto l’esistente si possa riassumere in regole chiare e per tutti, che anzi inglobino progressivamente in un unico modello le diverse culture. Sogniamo un mondo senza guerre che permetta di vivere insieme e viviamo sospesi su un mondo dove si combatte ovunque. Ci sentiamo cittadini del mondo e ci portiamo in valigia la nostra immaginaria piccola patria. L’attentato terroristico ci permette di rimettere insieme pezzi così contraddittori, interpreta e riporta in superficie il nostro orrore per quello che è fuori. Attraversa le nazioni e l’Europa, ma anche l’Indonesia, gli Stati Uniti e il Giappone, insomma il mondo intero. Alle spalle abbiamo i nazionalismi, la riterritorializzazione, come la chiamavano Deleuze e Guattari, cioè il riportare entro certi confini tutta la vita, dall’altra l’aprirsi progressivo di economie e culture, la perdita di territorio verso una cittadinanza globale.

Come abbiamo i vigili del fuoco contro gli incendi, abbiamo eserciti e ideologie per tenerci insieme contro chi è fuori. Giacomo Leopardi lamenta che non si riconosca che il vero nemico dell’uomo è la natura, il Vesuvio, le inondazioni, e che al contrario non si faccia mai altro che perdere del tempo prendendocela gli uni con gli altri. Tanto che anche dei terremoti tendiamo a cercare i colpevoli tra gli uomini, perché è questo che ci tiene insieme.

 

La lunga vicenda del terrorismo, dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi, segna questo confine. I movimenti rivoluzionari sudamericani e europei del secolo scorso fanno tutti parte di questo orizzonte, come il terrorismo islamico. Sono la minaccia di un esterno al nostro mondo e necessità di una legislazione eccezionale, anzi, come ha spiegato Giorgio Agamben, di una sospensione della legislazione ordinaria per uno stato di emergenza che, alla fine, diviene permanente.

Certo, come dice Calvino, il complottismo non è che la consolazione di chi è molto lontano dal potere. Al tempo stesso gli anni di indagini su Piazza Fontana, la strategia della tensione, anche solo l’omicidio di Francesco Lorusso o Carlo Giuliani, ci insegnano che l’uso della violenza in alcune circostanze può invertire la crescita di una tendenza nella società. Anzi, per essere più precisi e riferendoci solo a questi casi, che l’uso della violenza ha consentito alla destra di recuperare il consenso sociale sulla necessità di controllo dei cittadini che andava frantumandosi. 

 

La destra interpreta nelle nostre società un richiamo del basso, vedi l’opposizione della campagna Brexit agli esperti, o gli intellettuali dei miei stivali di Mussolini e Craxi. Il maschilismo, la guerra, l’omofobia, il razzismo, l’appetito sessuale e la ghiottoneria, il corpo sociale come un corpo umano in cui prevale con furia un desiderio che deve essere gratificato contro la ragione. Spesso in canti e cori e slogan popolari e roghi di libri. Per questo siamo tutti sempre minacciati dalla destra, non perché siano altri (anche se certo, per quel che mi riguarda biograficamente sono sempre stati altri e come dice Hannah Arendt è naturale avere dei nemici), ma perché questa esaltazione dell’istinto, la sua vocazione alla distruzione, l’incapacità di fermarsi e ragionare, e il quindi mirare istintivamente verso la guerra, che è la soddisfazione ultima del suo vero appetito, la malinconica contemplazione della propria fine che si fa azione e la sceglie, riguarda tutti.

Il terrore e il terrorismo danno un corpo all’attesa di terrore e terrorismo. Disegnano i confini, sono l’ombra proiettata dal sogno di un mondo in pace, intrecciano il nostro universo transnazionale, rendono necessaria quanto mostrano inefficace una global governance

 

Agli attentati reagiamo con il lutto, la necessità di raccoglimento e protezione, quasi con un rito. Gli stessi sentimenti che proviamo di fronte ai terremoti o agli incidenti stradali, tanto che persino in quei casi speriamo sempre di poter scaricare l’angoscia provocata dalla perdita su un oggetto. Preferibilmente politico (perché non ci avete protetto?), perché se arrivassimo davvero a individuare nella natura il nemico, come fa Leopardi nella “Ginestra”, dovremmo contemplare una solidarietà totale tra gli umani, e questo non accade.

 

Questo è il cuore dei nostri terrori e delle nostre speranze. Non del mio terrore e della mia speranza, dove sono solo, ma del tentativo di essere nel mondo, trovare una salvezza con altri. I terroristi quindi non sono solo gli attivisti di qualche idea diversa dalla nostra, ma coloro che impediscono di credere nella società, nel sollievo che la società offre a ogni singolo. La speranza che, se non ci fosse il male (il terrore, che impedisce di aderire e credere), noi sapremmo soccorrerci l’un l’altro e salvarci. Che capiremmo l’importanza non retorica di amarci gli uni con gli altri, o come dice Leopardi di prestarci aiuto nei pericoli e nelle minacce.

Rappresentarci all’esterno un nemico ci solleva dall’esame più doloroso dei limiti della nostra solidarietà. I limiti della nostra speranza. Presentarci appunto il soccorso che possiamo offrirci l’un l’altro come volontario e velleitario, mentre il vero mondo è deciso da interessi materiali e dall’uomo al suo peggio: il terrorismo.

 

Gianni Celati parlava alcuni anni fa di socialdemocrazia senza speranza. Già negli anni ’30 del secolo scorso il modello neoliberale si è dissolto lasciando il campo a un’impennata barbarica, nazionalista, distruttiva. Liberali e nazionalisti fallirono entrambi, economicamente e culturalmente, schiantandosi contro il nazifascismo. Se riusciremo a sopravvivere oggi alle forze che si sono risvegliate in Europa e in America e che a nome di tutti cercano, con il dito sul grilletto, un obiettivo su cui scaricare i propri mostri, dandosi una forma e una politica, che sia l’Europa, la Corea del Nord o la Cina poco importa, sarà rileggendo “La ginestra”. 

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