Igiaba Scego. Prestami le ali

Settanta anni finiva, almeno in termini ufficiali, il colonialismo italiano. Il 31 maggio 1947 l’Assemblea Costituente ratificava il trattato di pace di Parigi con gli Alleati, in base al quale l'Italia lasciava la penisola istriana, Fiume e Zara in Dalmazia, l’Albania, le isole del Dodecaneso. Iniziava la decolonizzazione dei territori africani occupati tra Ottocento e Novecento: la Libia passava sotto amministrazione dell’ONU, la Somalia sarebbe rimasta sotto amministrazione fiduciaria italiana (fino al 1960). L'Eritrea veniva unita all’Etiopia, che nel 1941 aveva visto il rientro sul trono dell'imperatore, il negus Hailé Selassié, in seguito all'offensiva inglese che aveva messo fine all'Africa Orientale Italiana.

 

Il culmine del colonialismo italiano è da situare una decina di anni prima. L'invasione fascista dell'Etiopia nel 1935, un'impresa colossale per dispiegamento di uomini e mezzi, era stata caratterizzata da estrema violenza e da profondo razzismo: come già in Libia tra il 1923 e il 1931, l’esercito italiano aveva utilizzato l’aviazione e armi chimiche contro i civili; erano stati istituiti campi di concentramento e erano state compiute stragi per rappresaglia, come ad Addis Abeba o nella città sacra di Debrà Libanòs (1937). 

La violenza era anche il correlato di un razzismo “scientifico”, propagandato e diffuso, volto a legittimare la politica coloniale contro i nativi, considerati “biologicamente” inferiori: immense risorse furono dispiegate dal regime fascista per l'impegno in una grande campagna volta a «creare la coscienza imperialistica e razzistica del popolo italiano». Si apriva la strada alle leggi antisemite del 1938, volte a “proteggere” la “purezza” della “razza italiana” da ogni “contaminazione”. 

 

 

È di questi anni un dibattito pubblico sempre più degradato e caratterizzato da un diffuso clima di razzismo, strisciante e aperto a secondo dei casi, di rifiuto virulento del multiculturalismo e di ostilità alle migrazioni, trasversale a partiti e movimenti e tale da ridefinire aggregazioni politiche e alleanze parlamentari. Pare quasi superfluo ricordare quanto tutto ciò sia legato materialmente e antropologicamente a culture nazionaliste di lungo periodo e a nuove teorie sovraniste dell'identità, la cui circolazione è agevolata dal modo in cui la storia dell’espansionismo coloniale italiano e fascista non è stata raccontata e insegnata per lungo tempo. Su tutto, l’immagine stereotipata degli “italiani, brava gente”, protagonisti di un colonialismo “dal volto umano” continua a essere un falso mito consolatorio che ha impedito all’opinione pubblica di conoscere la brutalità della violenza coloniale e allo stesso tempo ha permesso la sopravvivenza di luoghi comuni dell’ immaginario razzista. 

 

Ancora più profonda è l'ignoranza della storia moderna dello schiavismo e della tratta atlantica. In particolare della “schiavitù mediterranea” che «ha riguardato sette milioni di individui: africani (soprattutto dell’Africa occidentale e del Corno D’Africa), arabi, turchi, spagnoli, francesi, ebrei, ucraini, magiari, greci, tedeschi, scandinavi» e che ha caratterizzato porti e città italiane, i quali conservano nel patrimonio monumentale e artistico tracce sempre meno leggibili di quel passato.

Se da un lato si registra – finalmente – anche in Italia una sempre maggior attenzione degli studiosi al post-coloniale come elemento fondamentale per la comprensione del contemporaneo, negli ambiti della scuola e della storia pubblica è ancora immenso il lavoro da fare. Si tratta di bonificare, rileggere, decostruire l'intero canone della storia per come è stata raccontata nelle retoriche della narrazione scolastica. Un compito radicale e arduo perché non basta il gesto di critica del fondamentalismo eurocentrico della cultura della metafisica e della storiografia occidentale: una etnografia dell'identità che, dall’antichità alla modernità, si configura nella sua linea mainstream come pensiero di maschi, bianchi, proprietari di terre e di schiavi che dicono l'uomo mentre stanno semplicemente descrivendo se stessi e il loro privilegio di nascita.

 

Si tratta infatti di ripensare l'intera formazione riformulandone i contenuti e i percorsi in chiave di storia mondiale, delle culture, dei rapporti di genere, incrementando la didattica esistente e portando alle estreme conseguenze il sapere “occidentale” quando questo significa diritti, illuminismo, emancipazione, rivoluzione, internazionalismo,  mondialismo, cittadinanza.

Così, mentre infuria la discussione sulla legge per lo Jus soli ed emergono chiaramente profonde pulsioni razziste, un nuovo libro di Igiaba Scego (Prestami le ali. Storia di Clara la rinoceronte) giunge come una ventata di aria fresca, che dal mare si infila nelle case, negli anfratti più remoti dove i discorsi storici e teorici non si sentono. Giovane scrittrice italiana afrodiscendente e musulmana, Scego è anche come pubblicista una delle voci più sensibili ai temi post-coloniali e attiva nelle campagne per il riconoscimento dei diritti di cittadinanza ai “nuovi” italiani e per l’accoglienza dei profughi.

(http://www.giunti.it/libri/narrativa/adua/; http://www.ediesseonline.it/catalogo/sessismoerazzismo/roma-negata; , http://www.internazionale.it/opinione/igiaba-scego/2015/08/06/faccetta-nera-razzismo).

 

Scrivere un libro per bambini è un atto di speranza e utopia e allo stesso tempo un investimento sul futuro prossimo: è provare a dire loro, che crescono in un'Italia diversificata e plurale fin dagli asili-nido, cosa significa il colonialismo. Prestami le ali è un libro sorto all'interno di un progetto di scrittura volto a raccontare il ghetto di Venezia e ha coinvolto i bambini di una scuola elementare romana di Tor Pignattara: una favola che affronta il tema della schiavitù e del razzismo declinandoli nel mondo più semplice e diretto possibile. La smisurata ingiustizia di privare qualcuno della libertà, a causa di ciò che è.

 

 

Clara è una piccola di rinoceronte indiano che arriva con grande clamore nella Venezia del 1751 per venire esposta come attrazione: il padrone, un mercante olandese, l'ha trasformata in un affare d'oro tra i tanti che gestisce nei suoi viaggi in un'Europa infatuata di orientalismo.

Illustrati dalle matite gioiose di Fabio Visintin, intorno a lei ruotano altri personaggi che si incontrano in un mondo delicato e ad altezza di bambino. Suleiman è un piccolo schiavo moro, nato a Mogadiscio: non ricorda più i genitori ai quali è stato sottratto e sogna di tornare in Africa, di cui ricorda, talvolta, i profumi del mango, dello zenzero e della cannella. Ester è una bambina ebrea veneziana, figlia di pasticceri, che vive rinchiusa nel ghetto e privata di ulteriore libertà di movimento in quanto femmina. Attorno a loro si agitano tutti gli animali, reali e immaginari, della città bellissima e feroce che Venezia è stata: dai gabbiani ai mostri marini, «draghi, grifoni, centauri, basilischi» e il leone alato, re della città, si interessano alla strana bestia e si danno da fare «per dare il benvenuto all'ospite che veniva da lontano».

La prima avventura dei protagonisti consiste nello scappare, da casa e dal ghetto, per poter vedere  «la strana creatura [...] di cui parlava ormai tutta la città» e così regalarsi la meraviglia di vedere qualcuno che viene da un mondo lontano, magico e sconosciuto. Di conoscere da vicino quello che i ricchi possono vedere e toccare pagando il biglietto. E poi scoprire, grazie alla rondinella dall'ala ferita, gran viaggiatrice, e a Gigi, il gatto pittore, la magnifica straniante bellezza dell’animale, con il corno che «sembrava una mezzaluna quando cresce»,  ma anche la profonda infelicità di Clara, strappata alla foresta e cresciuta in cattività per essere esibita come cimelio stravagante ed esotico.

 

Tra scorpacciate di dolci tradizionali – impade, bisse e orecchie di Amman – e sogni di redenzione («un giorno sarò io a farti vedere Venezia»), Suleiman, Ester e Clara riescono a dire con levità quanto il mondo sia cattivo con loro e con molti. In questo modo Igiaba Scego, con una scrittura nitida e immaginifica, riesce a raccontare ai piccoli (dagli otto anni) quella storia che i grandi trovano difficile raccontare, per la sua crudeltà e la sua efferatezza quando non per disattenzione.

Agli occhi dell'adulto, che si inumidiscono facilmente dopo le prima pagine, appare chiaro come la mancanza di libertà dell'animale coincida con quella dei bambini e diventi la metafora della pratica  coloniale, patriarcale e paternalista; che legittima la sua stessa violenza e che istituzionalizza le differenze creando le gabbie dell'identità, forte delle risorse del potere politico, economico, militare, culturale.

Ai piccoli lettori tutto questo si rende comprensibile anche attraverso il racconto meraviglioso di luoghi speciali da immaginare e di amicizie che sono gioie inattese, rinsaldate dalla decisione di riportare Clara in India, dai suoi genitori, con un piano geniale. Un piano immaginifico e leggero come solo la fantasia sa essere, toccante senza essere consolatorio. Perché quando si incontra un'ingiustizia non la si può tollerare e tutti gli animali, reali e immaginari, danno il meglio di sé per porvi rimedio. Sognando di liberare tutte e tutti.

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