Il cammino. Un altro tempo

 

Continua l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA). Il concorso è terminato e 15 sono i progetti finalisti.

 

Quando ci si mette in cammino, scrive Frédéric Gros, fin dal primo passo le notizie perdono rilevanza. Perdono peso i casi di cronaca, precipitano fuori dallo spazio della prima pagina, si oscurano le news h24, non ci facciamo più ammaliare da chi ci chiede con insistenza «la sapete l’ultima?». Ci troviamo, dice, d’innanzi a ciò che «assolutamente dura». Lì, in quel quotidiano, la parola effimera; qui, nel quotidiano del cammino, la montagna che ci porge il silenzio del proprio tempo geologico.

«Quando io cammino, cammina un bisonte» scrive Werner Herzog, «quando mi fermo, si riposa una montagna». Herzog percorre la sua strada di ghiaccio con la fragilità di chi accorre al capezzale di un’amica malata e con la possanza dello sciamano e del combattente, sa che i suoi passi sono progetti scagliati in un tempo vasto, che la sua marcia può traslare i destini, rifare il mondo. Mentre si muove è un grosso animale, la sua mole è imponente, eppure nulla se comparata alla stazza della montagna. Anch’egli si disinteressa degli accadimenti mondani. Più li scansa, più se li lascia alle spalle, più acquisisce tempo, si rinforza, è uno tsunami.

 

Henry David Thoreau ci indica due tempi: quello luminoso del bambino che «ricomincia la storia del mondo» stando all’aria aperta, e quello dell’uomo che, davanti alla sciagura estrema, alla catastrofe, con i nemici alle porte, è pronto ad abbandonare la casa «a mani vuote senz’ansia». Chi sceglie la foresta li ha entrambi dentro di sé: il tempo della creazione e dell’addio. Fare e disfare tutto, rifarsi e ridisfarsi. Ciò è possibile se ha abbandonato il desiderio di comprare e consumare, se riesce a farsi bastare i suoi piedi nudi. Per entrare nel tempo dell’inizio e della fine dobbiamo essere leggeri il più possibile. 

Per essere leggeri non è sufficiente liberarsi delle cose. Ci si deve affrancare dai tempi fibrillanti della quotidianità, quelli dell’ultimo lancio di agenzia, dell’agenda debordante, delle telefonate fatte per occupare le attese alla fermata, delle mail a cui rispondere a mezzanotte. Ci si dovrebbe dirigere verso quello stato di biancore a cui accenna David Le Breton: un’assenza temporanea, un congedo da sé, il “fare il morto”, perdersi in un oblio che sia la risposta alla sensazione di essere saturi. “Fare il morto” mentre attorno a noi tutti si impegnano a “fare i vivi”, l’opposto del dover essere sempre forzatamente presenti a se stessi, in un tempo irreggimentato, militarizzato. Mentre cammino ciò accade naturalmente, senza cercarlo. La mia testa si svuota nella fatica della pendenza e nella apparente monotonia del piano, si avvia senza che io voglia verso uno stato di biancore. Cammino ed è come stare a galla in mare, a qualche decina di metri dalla battigia, non penso, il sole mi inebria, eppure in questo “fare il morto”, in questo “tempo morto” percepisco la potenza dello stare in vita.

 

Il cammino non ha che fare con la lentezza. Il fatto che io mi sposti a 3, 4, o 6 km/h non incide sulla mia esperienza. Sono la mancanza di impeto agonistico, l’assenza di una pianificazione, il disinteresse per le cose futili del quotidiano a situarmi in un altro tempo. Sono lento se mi si compara a un aeroplano, ma sono più rapido di un bradipo o di una lumaca. Cammino in ciò che assolutamente dura, mi nutro di quella durata: entrano in me i milioni di anni della cordigliera che sto attraversando o i secoli della quercia sotto la quale riposo. La fatica mi schianta senza abbattermi, dopo ore di passi ripetuti la mia testa è svuotata, è una cassa di risonanza, ed è in quel momento che un pensiero può nascere e amplificarsi. Posso partorire un pensiero inaudito. Posso farlo pur essendo un morto che cammina, un corpo che galleggia sulla strada.

Quel pensiero ha a che fare con la mia vita ridotta all’osso. Sicuramente non riguarderà il mio conto in banca, perché quello, assieme agli altri filamenti di burocrazia e di incombenze, è rimasto al di là dell’uscio, insieme alla casa che ho abbandonato. Se l’ho lasciata come i pellegrini di un tempo, dopo aver fatto testamento, sono partito da uomo libero. Verso dove? «La meta del viaggio sono gli uomini», scrive giustamente Claudio Magris. Non andiamo in Spagna o in Inghilterra, ma fra gli spagnoli e gli inglesi. Herzog va dall’amica Lotte Eisner. Vado verso gli uomini, e se ci vado a piedi, cioè nel viaggio all’ennesima potenza, vado dentro gli uomini. I nostri discorsi, quando ci incontriamo nei dintorni di una curva, ai margini di una panchina o al libro di vetta di una montagna, sono costituiti da poche parole. Le abbiamo pensate mentre la testa si svuotava. Sono parole toste, il risultato di uno scavo, di un movimento azzardato dall’interno verso l’esterno, sono parole da cui non si fa ritorno. Dolore, gioia, liberazione, cambiamento, svolta. A volte pronunciamo con riservatezza e pudore la parola “rivoluzione”. Per dirla impieghiamo gran parte del tempo che i sassi e gli alberi monumentali ci hanno trasmesso.

 

Accade sempre, ogni volta che faccio lo zaino e parto? No. Camminare di per sé non è che un’attività motoria. Ecco perché chi ha provato a galleggiare nel biancore, sulla strada, in un tempo indefinibile scandito soltanto da respiri e parole centellinate, di fronte ai cartelli che indicano i km o le ore per il rifugio o il monastero o qualsiasi località non può che sorridere. «Quanto manca?» chiedono alcuni compagni di viaggio, «è lontano?», insistono. Lontano da dove? Dove sei diretto, all’ostello? Ma la meta del cammino non è da sempre il cammino stesso? E allora bisognerebbe lasciarli in bianco i cartelli, o farli grandi, enormi, delle lavagne sulle quali ciascun viandante possa scrivere ciò che prova in quel momento: «quanta melanconia ancora?», «quanto futuro c’è in fondo alla valle?», «quante parole mi assilleranno da qua al mare?». 

E poi, chi l’ha detto che si debba avere i piedi e le gambe per essere in cammino? E se sono provvisto di arti, chi ve lo dice che siano scattanti? E se pure li ho tonici, reattivi, chi vi dice che non sia assalito da una tristezza allarmante, che i miei calcagni non si siano d’un tratto incupiti, che abbiano deciso di non toccare più terra? Quante volte abbiamo irriso i tempi di percorrenza dei sentieri? Esagerati in eccesso o difetto, ci hanno fatto sentire degli incapaci o ci hanno gonfiato d’orgoglio. Competizione, ancora una volta, punto e a capo. Mentre io vorrei galleggiare e svuotarmi, non misurare, non misurarmi. Non vorrei affermare di essere lento. Non ho rivendicazioni. Assumere in sé il tempo del fiume, andare verso gli uomini, fare il bianco, pensare qualche parola, farne dono, fare il morto, essere vivi.

http://www.nacciluigi.wordpress.com/
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