Il cappellano, di Klaus Mann

Nebbia, nuvole, aspre montagne, strade incerte tra cime e precipizi. Edifici distrutti dalla guerra. Fango, fango. Un pantano di neve sciolta. Fango e nebbia a perdita d’occhio. Siamo al Passo della Futa. Natale 1944. Le truppe anglo-americane sono attestate sulla linea gotica, in attesa di sferrare l’offensiva verso Bologna. Un Natale di guerra. Un cappellano militare americano predica ai combattenti di scacciare l’odio dal proprio cuore, anche contro il nemico. E si prepara a dare qualche segno di gioia ai miseri bambini del posto: caramelle, gomme da masticare, cioccolata, scatolette, un povero albero di Natale, qualche giocattolo… La festa avviene nella casa della moglie del podestà fascista, misteriosamente scomparso. Ernesto, il figlio storpio della donna, osserva da fuori, corrucciato, sognando una grande impresa sulle tracce del padre irriducibile fascista, disprezzando le concessioni al nemico…

 

 

The Chaplain (Il cappellano) è la sceneggiatura finora inedita di quello che doveva essere un episodio del film Paisà di Roberto Rossellini. È stata scritta da Klaus Mann, figlio del grande Thomas e scrittore egli stesso, autore del romanzo Mephisto, fiero oppositore del nazismo, fuggito dalla Germania all’avvento di Hitler e poi naturalizzato americano. Mann era là, alla Futa, nel comando della V Armata nel paesino di Taverna, a fare la guerra psicologica contro i barbari guidati dalla svastica, a scrivere volantini per incitare i soldati tedeschi alla diserzione, a interrogare i prigionieri. Lui in quel fango c’era stato. 

Nel 1945 fu coinvolto dai produttori nel progetto del film che doveva raccontare l’Italia segnata dalla guerra, con l’incarico addirittura – pare, dalle analisi delle carte inedite di Mann – di dare unità alle scritture dei vari episodi. Inizialmente dovevano essere sette, in un film che doveva chiamarsi Seven from the US e attraversare la penisola sconvolta dalla guerra e risalita dalle truppe alleate, fermandosi in Sicilia, a Napoli, a Anzio, a Littoria, a Roma, a Firenze e nella Pianura Padana. Ne furono montati sei, spesso diversi da quelli presenti nelle sceneggiature iniziali, con tappe in Sicilia, a Napoli, a Roma, Firenze, in Romagna nella Pianura Padana. L’episodio scritto da Mann, che era stato contattato da Roland Geiger, soldato statunitense come lui e produttore del film, svanì nel nulla, probabilmente per contrasti con Rossellini, che volle, comunque, avere l’ultima parola sul film e farne un’epica del passaggio a un nuovo mondo, forse senza gradire le note critiche, gli approfondimenti psicologici sulla persistenza del male presenti nell’atto sceneggiato dallo scrittore di origini tedesche. 

 

Ernesto, il protagonista di The Chaplain, è un ragazzo dai tratti fini ma deforme, intelligentissimo e destinato a rimanere emarginato, intimamente corrotto dalla retorica fascista della supremazia e dell’atto esemplare, votato nella sceneggiatura a una tragica fine, diverso, deriso, accecato dall’odio e dalla voglia di rivincita, simile a tanti italiani e tedeschi che si erano affidati ai «padri» Mussolini e Hitler. In lui l’autore, figlio dell’ingombrante Thomas Mann, sembra per qualche verso riconoscersi: lui vive altre emarginazioni in quanto omosessuale; in quanto emigrato in una cultura, quella statunitense, che non è la sua, abbracciata per fuggire dal male assoluto del germanesimo, accettato come cittadino “stelle e strisce” dopo una lunga attesa; anche lui con difficoltà di relazione, che lo portarono nel 1949 al suicidio (ma una forte delusione fu proprio l’eliminazione di questa storia dal film).

 

 

Il soggetto di The Chaplain è stato riscoperto di recente da Fredric Kroll, biografo di Mann, nelle carte dello scrittore e pubblicato dalle edizioni Pendragon di Bologna, in un libro curato da Pier Giorgio Ardeni e Alberto Gualandi, con contributi anche di Lorenzo Bonosi e Susanne Fritz. È stato presentato alla Cineteca di Bologna in occasione dell’anniversario della liberazione della città, avvenuta il 21 aprile del 1945. 

Ardeni nel suo saggio contestualizza l’episodio in quella che fu la realtà della guerra e dell’avanzata dell’esercito alleato, andando a ricercare i posti e gli avvenimenti storicamente documentati trasfigurati dall’immaginazione dello scrittore. Conclude il suo contributo così: “I luoghi, la scena, i protagonisti di The Chaplain hanno tutti il colore della realtà, paiono emergere dalla cronaca di fatti realmente accaduti. Sono vivi e veri il villaggio bombardato, la chiesa semidistrutta, il campo-base (…) la neve, il freddo e il fango che impregnano ogni cosa rendendo l’atmosfera lugubre”.

 

E più avanti: “Mann vuole tratteggiare l’ambivalenza di una popolazione che non sa come comportarsi con quelli che avevano comandato fino a poco prima e allo stesso tempo non può che salutare l’arrivo dei liberatori che portano cibo e doni. E interrogarsi sulla morte di un ragazzo in cui vede un esempio di quel fanatismo che aveva riscontrato in tanti suoi connazionali. Egli ritrova nel sacrificio vano del giovane fascista il vuoto che aveva già visto nei volti atterriti dei tedeschi fatti prigionieri, l’efferata esaltazione dei loro occhi spiritati – catturati da un ideale di morte e di superiorità – e riporta le parole vanagloriose che ha udito in tanti deliranti interrogatori mettendole in bocca al suo Ernesto, (…) proiettato verso la morte, seguendo l’esempio di un padre – autorità nefanda – che vuole imitare nell’odio contro i nuovi occupanti, violatori della patria e dell’onore”. 

 

Il saggio di Susanne Fritz invece entra nelle poetiche di Klaus Mann, “scrittore combattente”, nella sua condizione di intellettuale impegnato nella “guerra psicologica”, e ancora nel personaggio di Ernesto, un Mephisto in sedicesimo. Lorenzo Bonosi disegna, in un ultimo contributo al volume, il disagio dello scrittore nella Germania post-bellica, che sembrava non voler fare i conti col proprio passato, e il suo scivolare verso il proposito del suicidio. 

Nella sceneggiatura, scritta in modo brillante, forse più con un piglio letterario che cinematografico, anche se paesaggi espressivi di una condizione umana e colpi di scena non mancano, spicca il personaggio del reverendo Martin, il cappellano, con la sua predica di Natale che invita a combattere il nemico, non a odiarlo.  Gli ufficiali, per queste note accusabili di un sospetto “pacifismo”, lo richiameranno, lo censureranno, in una scena tesa che anticipa l’organizzazione della festicciola, il suo mettersi a disposizione di bambini, donne, ragazzi della popolazione segnata dalla guerra, cercando anche di dialogare con Ernesto. In questi nostri tempi di odio, che continuamente rinasce sotto varie forme, quel sermone va riletto e meditato, lucida chiave per provare a costruire, dalle macerie, un mondo nuovo. Almeno provare a farlo.

 

Klaus Mann, Il cappellano. Appennini. Natale 1944, a cura di Pier Giorgio Ardeni e Alberto Gualandi, Bologna, Pendragon, 2018, euro 15.

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