Il giardino dei Finzi-Contini

Abbiamo affidato ai nostri autori la lettura di un classico che non conoscevano, da leggere come se fosse fresco di stampa.

 

“Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga”. 

Vorrei cominciare questa cosa correggendo il famoso incipit de Il Giardino dei Finzi-Contini: Da molti anni desideravo leggere dei Finzi-Contini, eccetera eccetera. Ma per una ragione strampalata fino al mese scorso non lo avevo ancora fatto. Proverò quindi a dare una spiegazione del perché ho lasciato andare via la giovinezza e parte della maturità senza cimentarmi con le pagine di uno dei romanzi più celebri del dopoguerra italiano, iniziando col dire che il motivo principale riguarda i capelli di Fabio Testi. 

Che c’entrano i capelli di Fabio Testi, direte? Fabio Testi è uno degli interpreti del film diretto da Vittoria De Sica tratto dal romanzo di Bassani. Testi nel film fa la parte di Giampiero Malnate, un giovane comunista di origini milanesi dai convincimenti politici piuttosto infiammati, che nella storia d’amore tra il protagonista e la bella Micòl ricopre un ruolo determinante.

 

Adesso io ho una visione dei comunisti di un certo tipo, sono cresciuto diciamo in un’epoca in cui certe convinzioni venivano espresse anche attraverso l’aspetto esteriore. Perciò ho sempre fatto fatica a immaginare che un comunista, alla fine degli anni Trenta del secolo scorso, potesse avere la faccia, ma peggio ancora, i capelli di Fabio Testi. Bisogna però che mi rimbocchi le maniche ed esponga con precisione cos’hanno questi benedetti capelli di così fuorviante. Innanzitutto sono lisci, ma di un liscio esasperante, che sembra uscito dalla pubblicità di uno shampoo degli anni Ottanta, quelle cose come New Dimension per capirci, mentre a un comunista si adatta più il riccio, o il mosso, o perlomeno questa è sempre stata la mia opinione. Il film di De Sica invece è del ’70, ma il liscio dei capelli di Fabio Testi è già una prefigurazione, è l’anticipazione dell’immaginario estetico che dominerà il decennio successivo. Ora, tale immaginario come tutti sappiamo ha dato luogo a una nuova forma di legittimazione politica: il berlusconismo. Ragion per cui a un povero cristo come me, nato all’inizio degli anni Settanta, imbevuto di precisi postulati estetico-ideologici, proprio non riesce di sovrapporre la frangia liscia e vaporosa di Fabio Testi alla vampa vitale che anima un personaggio come Giampiero Malnate.

 

Eppure, se vogliamo dirla tutta, non ho visto nemmeno il film di De Sica. Ne ho sentito parlare naturalmente, come tutti, ne ho sbirciato qualche scena qua e là, ma non l’ho proprio guardato dal principio alla fine. Ma Fabio Testi agghindato nel bianco completino da tennis, questo sì, l’ho ben presente, lui appare ovunque, al punto che queste tre cose – Fabio Testi, il completino da tennis, e i famigerati capelli – per molti anni sono stati tutto ciò che credevo rappresentasse, a grandi linee, Il giardino dei Finzi-Contini. E naturalmente sbagliavo. 

Poi all’inizio di giugno mi decido. Leggo il libro. Con un ritardo sconcertante faccio i conti con i rollii dell’immaginazione. Una voce subito roca e suadente mi sussurra nelle orecchie, mi racconta di una gita nei pressi di Cerveteri, dove una brigata di amici va a visitare le tombe etrusche, di una bambina che domanda al padre: “Perché le tombe antiche fanno meno malinconia di quelle più nuove?”, del padre che risponde: “I morti da poco sono più vicini a noi, e appunto per questo gli vogliamo più bene.

 

Gli etruschi, vedi, è tanto tempo che sono morti […] è come se non siano mai vissuti, come se siano sempre stati morti”, della voce roca e suadente che a questo punto racconta di come durante il viaggio di ritorno, dopo la visita alla necropoli di Cerveteri, qualcosa di incerto, di oscuro e dolcissimo, abbia smosso all’improvviso i ricordi: “Riandavo con la memoria agli anni della mia prima giovinezza […] Rivedevo i grandi prati sparsi di alberi, le lapidi e i cippi raccolti più fittamente lungo i muri di cinta e di divisione, e, come se l’avessi addirittura davanti agli occhi, la tomba monumentale dei Finzi-Contini”, e via, con un salto temporale tra i più acuti e soavi della letteratura italiana, mi ritrovo sbalzato a Ferrara in una lontanissima estate del secolo scorso, dove gli esponenti della comunità ebraica si sforzano di condurre una vita apparentemente normale nonostante le leggi razziali promulgate dal governo fascista, e dove prende corpo l’affetto mal ricambiato del narratore per una ragazza di cui anch’io, immerso nei flutti sovrumani della lettura, poco a poco – perdutamente – m’innamoro: Micòl Finzi-Contini.

 

Sono un lettore di quelli che il marketing editoriale definisce forti, solo perché leggo più di un libro al mese. Tuttavia temo di non essere abbastanza forte, se mi basta così poco per infatuarmi di un personaggio d’invenzione. I lettori che si innamorano degli eroi dei romanzi andrebbero declassati nella categoria dei lettori deboli, se non altro perché quando si spasima per qualcuno si dice che per quel qualcuno si ha “un debole”. Ora, io ho capito di avere un debole per Micòl quando a tre quarti del libro mi sono imbattuto nella scena in cui il protagonista narrante entra nella stanza di Micòl, temendo di essere maltrattato per le sue precedenti avances, e invece si ritrova di fronte “quel suo sorriso luminoso, pieno di tenerezza e di perdono”. Micòl è costretta a letto da quattro giorni a causa di uno “squallido” raffreddore, passa il tempo leggendo Les enfants terribles di Cocteau, indossa un pullover verde scuro a maniche lunghe – accollato specifica Bassani.

 

“Sorriso luminoso”, “raffreddore”, “Les enfants terribles”, “pullover [accollato]”; se la mettiamo sul feticismo ce n’è già abbastanza da perderci la testa. Ma non è tanto questo. È quel che succede poche pagine dopo. Al termine di una discussione su Bartleby lo scrivano, accade che il protagonista all’improvviso si inginocchia accanto al letto, abbraccia Micòl e inizia a baciarla ovunque sul viso. “E lei mi lasciava fare, però sempre fissandomi, e, con piccoli spostamenti del capo, cercando sempre di impedirmi che la baciassi sulla bocca”. Ma non è tutto, poiché il giovanotto ha ormai perduto il senno e pian piano monta sul letto, gravando ora sulla ragazza con tutto il peso e continuando a baciarla alla cieca, e Micòl, dopo aver pazientato anche troppo, con sublime distacco misto a una certa amarissima dolcezza, lo ammonisce: “Perché fai così? Tanto è inutile”.

 

Micòl è una ragazza colta ma indisciplinata, sostanzialmente anarchica per temperamento, ma sempre affabile nelle sue manifestazioni. Questo suo fondo di gentilezza, unito a un’incredibile vitalità, ha fatto coriandoli del mio cuore. Quella domanda – “Perché fai così?” – ne son certo, non è diretta allo spasimante che con struggente nostalgia rievoca le due estati perdute nei gorghi del tempo, durante le quali si consumò il suo vano assalto amoroso. Quella domanda, così pura e così feroce, è diretta a me. Tanto è inutile. È inutile sciocco lettore – sembra volermi dire Micòl – perché io non esisto, e tu ti stai annientando dietro a una creatura che non conosce la faccia della terra, un essere costituito di parole, impalpabile, lieve, un fumo azzurrino e profumato che ti offusca la ragione.

 

Nel capitolo successivo, il narratore è chiuso nel bagno privato di Micòl dove sta cercando di riprendersi dallo sconvolgimento: “Dentro lo specchio ovale che sormontava il lavandino vedevo riflessa la mia faccia”. E ancora: “Benché l’avessi tuffata più volte nell’acqua fredda, appariva ancora tutta rossa”. Ebbene, quel senso di pentimento, di confusione e di vergogna, l’ho sentito sulla mia pelle. A questo punto del racconto, io e il protagonista siamo l’uno accanto all’altro e ci guardiamo, siamo come due maschi inscemiti che si incontrano per puro caso in un gabinetto pubblico, e per un istante spartiscono le medesime pene d’amore. Mi era mai successo prima d’ora? No, mai. Il capitolo è, se vogliamo, di una crudeltà ancora più efferata del precedente. Rientrando nella stanza di Micòl con il cuore colmo d’imbarazzo, il narratore la vede sporgersi dal letto per riempire una tazza di tè. “Adesso per piacere siediti”, gli mormora, “e bevi qualcosa”. 

 

Ecco. Io lettore stregato, tutto rosso in faccia, un attimo prima sono stato respinto, ho patito le pene dell’inferno all’udire la frase Perché fai così? Tanto è inutile, e adesso, adesso che ho l’impressione di avere a malapena riacquistato un briciolo di ragione, ecco che lei, il mio amore, ecco che Micòl piazza l’affondo decisivo, la stoccata che mi fende il petto e arriva a squarciarmi dritto il cuore, ecco che mi ordina: “Adesso per piacere siediti”, come se lo dicesse a un bambino che ha appena combinato un grosso guaio. Spiegatemi, per favore, come ci si riprende da una cosa del genere.

 

Da molti anni, insomma, desideravo leggere dei Finzi-Contini. E se fino a un mese fa, a causa della mia irrazionale, scombinata, allergica ipersensibilità nei confronti dei capelli di Fabio Testi, mi ero sapientemente tenuto alla larga dal romanzo di Bassani, e quindi dal viso di Micòl – quel viso incorniciato da una chioma di capelli biondi, “di quel biondo particolare striato di ciocche nordiche, da fille aux cheveux de lin, che non apparteneva che a lei” –, oggi non posso più nascondermi, non posso più fare finta di niente, e questa che state leggendo non è altro che la luttuosa confessione di un innamorato, di un pover’uomo ridotto al colmo della più inverosimile, comica, inaudita delle afflizioni d’amore. 

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