Il gioco erotico

Per gli ascoltatori di Radio 3 il nome e la voce di Carlo D’Amicis sono familiari: da parecchi anni egli è infatti tra coloro che si alternano alla conduzione di «Fahrenheit», la storica trasmissione pomeridiana dedicata ai libri. Meno risaputo è che D’Amicis è anche un narratore piuttosto prolifico. Al suo attivo ha una decina di titoli, pubblicati presso piccole case editrici di qualità (Transeuropa, Pequod, Minimum Fax); quest’anno è passato a Mondadori, e con il romanzo Il gioco (pp. 526, € 20) è entrato nella cinquina dello Strega. Che si tratti qui di gioco erotico è annunciato dall’immagine di copertina: una fotografia di Mark Arbeit che ritrae una donna nuda di spalle con in testa un turbante, alla quale due mani maschili stanno applicando all’altezza delle reni le sagome delle fessure armoniche d’un contrabbasso (le «effe»), mentre un altro uomo, di fronte, osserva. La trama s’impernia appunto sul classico triangolo lui-lei-l’altro: non fosse che in questo caso «lui» è un marito che non solo è consenziente, ma si eccita a vedere la moglie posseduta da altri maschi, ed è quindi attivamente impegnato a trovarle partners all’altezza. Nel gergo degli scambisti, i ruoli di questo tipo di trio sono usualmente denominati – in inglese, ovvio – il bull (l’amante), la sweet (la donna), il cuckold (il cornuto).  

 

Tra le considerazioni che Il gioco può suggerire, la prima riguarda appunto il trattamento del sesso. O più esattamente, l’acquisizione da parte della letteratura dominante (del mainstream letterario), di elementi pornografici: temi, situazioni, linguaggio che trent’anni fa non si sarebbero trovati se non sulla stampa specializzata. Al di là del gusto personale, che può variare molto, ritengo che per ponderare e valutare in maniera adeguata questo fenomeno – affine, ma non equivalente alla diffusa declinazione della narrativa sentimentale in chiave di accentuato erotismo – sarebbe necessario avere una cognizione non episodica delle conversazioni che si svolgono all’ingresso o all’uscita delle officine, nei corridoi delle riunioni aziendali, fra le derrate dei mercati generali, dopo le partite di calcetto, alle macchinette del caffè degli uffici, nei bar alle diverse ore del giorno, dentro e fuori i locali notturni, nelle trattorie dei camionisti, nei fast food, nelle palestre.

 

Bisognerebbe insomma avere un’idea abbastanza precisa di come parlano davvero le persone – la più grande varietà possibile di persone – quando parlano di eros. E non si tratta ovviamente di misurare la quantità di parolacce che si pronunciano, o dei modi più o meno crudi e dettagliati di riferirsi a organi e attività sessuali. Il mio sospetto è che, a dispetto dalla grossolanità del frasario esibito, la rappresentazione della carnalità, e ancor più dei discorsi sulla carnalità, sia nella narrativa contemporanea sostanzialmente cerebrale, e per lo più di corto respiro: sì che solo in rari casi (il miglior Siti, per intenderci) l’ambizione simbolica non risulta, a conti fatti, velleitaria.  

 

Opera di John Kacere.


La seconda considerazione può assumere forma di domanda. D’Amicis va annoverato forse tra i nipotini di Moravia? L’autore degli Indifferenti, celeberrimo in vita, poi vittima di un ridimensionamento critico che oggi appare eccessivo, pubblicò giusto quarant’anni La vita interiore (1978), romanzo per quei tempi abbastanza scabroso, ma soprattutto strutturato in forma di intervista: e Il gioco si presenta appunto come la sequenza di tre lunghe interviste, nell’ordine al bull (Leonardo, alias Leon Hard, alias Mister Wolf), alla sweet (Eva, detta First Lady) e al cuckold (il dott. Giorgio Spina, noto come il Presidente). Preciso subito che questa scelta strutturale mi pare tra gli aspetti più convincenti del libro; anzi, quel tanto che si può ricostruire della fisionomia del narratore primo – dalle domande, dalle rare didascalie, dagli sporadici commenti – fa rimpiangere che sulla dialettica intervistatore / intervistati l’autore non abbia investito di più, lacerando con maggior decisione le pastoie d’un triangolo di per sé esposto (programmaticamente, certo) all’insidia dell’asfissia. E, a questo proposito, s’impone un’ultima osservazione d’ordine tematico. D’Amicis ha dichiarato che oggetto principale del romanzo non è tanto il sesso, quanto il desiderio.

 

A me pare che il nocciolo del libro sia invece un canonico paradosso (del resto ampiamente dichiarato), cioè la reversibilità del rapporto fra soggezione e dominio. Il marito fomentatore di infedeltà esercita una forma di controllo che può essere spietata e tirannica; la donna libera di avere altri uomini è in realtà schiava dei desideri del cornuto, il quale per parte sua fibrilla tra umiliazioni e tripudi, fra abnegazione ed egotismo, mentre l’amante, maschio alfa coatto, è insieme un re in trono e un gladiatore in catene. Se ne potrebbe trarre, volendo, una morale: quando si fa del desiderio un culto, ci si preclude ogni possibilità di rapporto paritario; e la reciprocità si degrada ad alternanza di sopraffazioni. Ma non mi pare sia questa la posizione di D’Amicis, che non a caso preserva i propri eroi da esiti tragici.   

 

Le interviste ripercorrono le esperienze dei tre fino al loro incontro, e al sodalizio che culmina con l’apertura di un locale per scambisti, il Club Privé L’Infinito, così denominato in onore di un amico comune, Giacomo, poeta geniale ma dal fisico fragile (soprattutto, vedi caso, per una grave forma di scoliosi), morto di Aids. Già redattore della International Press e del periodico «Le Ore», Giacomo aveva stretto con Leonardo un rapporto di amicizia e colleganza che congiunge bassezze pratiche e ambizioni estetiche: mentre si propongono sugli annunci per scambisti come Macho e Freak, fra di loro si chiamano Scottie e Nath, come usavano fare Francis Scott Fitzgerald e Nathanael West. Il cortocircuito fra concupiscenza sensuale e squisitezze culturali assume, specie nella prima e nella terza parte, plateale evidenza: ad esempio, l’adolescenza di Leonardo, chiuso in un collegio religioso, è condizionata dalla figura di un prete-bibliotecario voyeur, che prima di concedergli l’uso del tavolo da ping pong lo inizia successivamente alla grande letteratura e al sesso, facendolo incontrare con una ragazzina disinibita, e riservando a sé il ruolo di fotografo. 

 

La parte più coinvolgente è però a mio avviso la storia di Eva, nata da una ventenne nubile di Piana degli Albanesi in Sicilia, fuggita sul continente perché la famiglia, implicata in una guerra di mafia, voleva che abortisse. Così Rosa Cavataio cambia identità, diventa Luisa Pozzi, vive nascosta, cresce la bimba fra le monache che gestiscono un ospedale di Livorno. Più tardi fugge di nuovo con un operaio detto Macigno, dal quale avrà una seconda figlia, mentre la primogenita si dimostra precocemente consapevole della propria bellezza, e quindi del potere che è in grado di esercitare sugli uomini. Peraltro, non sarà affatto incline alla débauche: quella di lavorare come cubista in una discoteca, dove incontrerà il futuro marito, è una scelta lucida e razionale. Il meglio della terza intervista, quella al raffinato cuckold Giorgio, mi pare stia invece nei rapporti con i genitori (un padre opprimente e una madre squilibrata). L’azione, inoltre, progredisce (le tre parti sono embricate l’una sull’altra); il rovello erotico dovrebbe toccare qui le temperature più elevate; in fondo, non è nell’animo o nelle viscere del cornuto che si cela il carburante del ménage à trois?

Ma il gioco – e qui s’intenda: il gioco dell’autore – non regge fino alla fine. Benché capace di inventare personaggi, e di renderli interessanti, D’Amicis se li tiene stretti troppo a lungo. Gli eventi si accumulano, le energie vitali si esauriscono; la parabola declina, la perversione cronicizzata esaurisce la propria carica provocatoria, la vecchiaia (soprattutto per i due uomini) si approssima. «L’Infinito», com’è giusto, finisce; al suo posto sorgerà una sala giochi.  A dimostrazione forse che il desiderio, astrattamente preso, non è altro che gioco d’azzardo. Vince il banco, sempre. 

 

Carlo D’Amicis, Il gioco, Mondadori, pp. 526, € 20

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