Il giro del mondo in ottanta giorni

Abbiamo affidato ai nostri autori la lettura di un classico che non conoscevano, da leggere come se fosse fresco di stampa.

 

Com’è piccolo il mondo! Dappertutto connesso! Scattanti locomotive e audaci bastimenti, ramificate strade di ferro e lunghi tragitti di pietra: meravigliose, formidabili sono le tecnologie della mobilità che ci permettono di raggiungere qualsiasi posto dell’Orbe in un solo batter di ciglio, in un istante sufficiente a dire eccoci, siamo arrivati fin qui! Soltanto un ostacolo si frappone tra noi e l’altrove, ed è la volontà! Volere è potere, dunque, per chiudere il cerchio.

 

Chiudere il cerchio di un incipit discutibile, o anche chiudere il cerchio del mondo, calcare ogni punto adagiato sulla sua cintura per colmarne infine di orme, a furia di calpestarli, tutti gli spazi disponibili; nella parossistica ambizione di chi prima d’altri, partito da un punto che non soltanto per comodo o per ispirazione geometrica chiameremo A (la lettera prima, il principio del verbo), voglia arrivare nuovamente allo stesso punto A, dopo aver attraversato in soli ottanta giorni geografie disparate: luoghi più o meno conosciuti abitati da esseri indigeni più o meno accoglienti ma egualmente assimilabili al suolo, alla strada da spianare, prima, e da percorrere, poi. È grosso modo questo che succede ne Il giro del mondo in ottanta giorni, l’avvincente storia dell’avanguardista pellegrino Phileas Fogg – razionalista pioniere del viaggio totale, facoltoso lord dell’ultima Inghilterra coloniale, nobiluomo rigoroso di solida tempra le cui fortune mondane paiono non generate, filantropo di lungo corso ma senza esposizione – e del suo neoassunto maggiordomo Passepartout – fedele servitore francese le cui indiscutibili buone intenzioni fanno costantemente il paio con la goffaggine dei modi.

 

 

La storia di Fogg, paradigmatica per un’epoca intera che poi è in parte anche la nostra, per il suo immaginario e poi oltre, è quella che segue.

Comincia tutto nel primo autunno dell’anno 1872, in una Londra orgogliosamente vittoriana in cui la competenza nel gioco del whist è cifra della nobiltà di uomini e donne. In tale scenario, durante l’hegeliana preghiera dell’uomo moderno nelle sale ovattate del Reform Club, esclusivo circolo dal nome decisamente programmatico frequentato soltanto dai migliori gentlemen cittadini, Phileas Fogg scopre che tutto – piroscafi e strade ferrate, interscambi e attracchi, treni e caldaie, motori e pistoni – è ormai pronto per coronare l’anelito dello spirito ulisside che fa l’uomo moderno, cioè per chiudere il cerchio, stringere la cintura attorno alla pancia del globo nell’inverosimile arco di soli ottanta giorni. Così, spronato dalla reazione sarcastica di alcuni suoi omologhi membri del prestigioso circolo londinese, reazione che segue la diffusione della sensazionale notizia tra i tavoli patrizi del Club su cui aleggia il fruscio delle carte da gioco, Fogg decide senza indugi di provarci, scommettendo e ponendo sul piatto della scommessa con gli stessi gentlemen di sopra una gran quantità di denari, un malloppo considerevole corrispondente a circa un terzo di quello che un ignoto farabutto ha sottratto dalla casse della Banca d’Inghilterra giusto tre giorni prima. “Scommetterò ventimila sterline, con chi vuole, che farò il giro del mondo al massimo in ottanta giorni, ovvero in millenovecentoventi ore o centoquindicimiladuecento minuti. Accettate?” dice senz’aria volgare di sfida l’impavido Fogg, posseduto dalla calma matematica del suo furore buono.

 

La dismisura del progetto di Fogg è pari soltanto allo scetticismo degli spocchiosi compari: questi, vedendo l’improvvido lord andare spedito verso casa pronto a cominciare la sera stessa il suo viaggio attorno al mondo, si fregano le mani al pensiero della loro facile vittoria. E se gli associati del Reform Club lo lasciano andare, lo stesso non fa il guastafeste di turno, che in questa storia prende il nome di Fix, detective Fix, uomo la cui spicciola ragionevolezza genera una semplice deduzione: chi improvvisamente scappa da Londra avendo denari in abbondanza da spendere è facile che li abbia sottratti alle casse dello Stato; Fogg, dunque, non può essere altri che il tremendo ladro protagonista della rapina alla Banca d’Inghilterra.

 

È così che comincia il viaggio, con le risate degli scettici (i compari del club), con il sospetto dei diffidenti (i tutori dell’ordine rappresentati nell’occasione da Fix) e con i rapidi preparativi che il nobile Fogg impone al suo nuovo maggiordomo Passepartout, come si diceva neoassunto malgrado la goffaggine nell’organigramma sparuto della sua servitù. Il povero Passepartout, entrato in questa storia apparentemente per caso, non sapendosi spiegare il come e il perché del viaggio incipiente, dà comunque seguito alle giuste costumanze a cui deve adattarsi il suo profilo professionale, degno invero di lunghe referenze. E si adatta.

 

Sicché i due partono da Londra, seguiti di nascosto da Fix, determinati ad arrivare ottanta giorni più tardi nella stessa città. È un viaggio senza meta, il loro, perché questa corrisponde con il punto di partenza. È un viaggio che solo  in principio tocca le tappe previste nei tempi previsti: facile da Londra fino al porto di Brindisi, laddove grosso modo comincia la vasta terra dei selvaggi, facile sul piroscafo Mongolia da Brindisi fino a Bombay, dove l’ostica terra dei selvaggi comincia a rendere sempre più ardua la prosecuzione del viaggio. Ma quell’India sterminata, per fortuna di Fogg, è costellata di avamposti di civilizzazione innalzati dagli inglesi, bontà loro. Ed è proprio in uno di questi avamposti che ad attendere il lord facoltoso, l’apostolo del viaggio totale, c’è il detective Fix, speranzoso di ricevere nella colonia inglese un legittimo mandato di cattura grazie al quale interrompere il progetto di Fogg, mandato che tuttavia non arriva: la questione, pensa con ottimismo il poliziotto, si risolverà a Hong Kong. Ma lì, in una delle successive tappe del viaggio, Fogg e Passepartout riescono ancora ad andare oltre sfuggendo alle grinfie della legge testarda di Albione, portandosi appresso pure una donzella salvata dalle usanze superstiziose di un popolo primitivo che la voleva morta, e che aveva già preparato una pira di legno per abbrustolirla per bene. Così da Hong Kong fino al Giappone, e da qui, attraverso il Pacifico, fino agli Stati Uniti d’America, dove i nostri protagonisti hanno anche il tempo di sgominare un’accolita di pellirosse inviperiti – ancora dei maledetti selvaggi sul loro cammino! –, la cui collera proviene forse proprio dalla posa di quella ferrovia bisonticida tanto utile a Fogg per portare a termine il progetto. E Fix ancora dietro, tentando in ogni modo di guastare la festa (quando la giurisdizione territoriale delle colonie glielo permette) o alternativamente di supportare il ritorno del latitante in Inghilterra (nei posti in cui l’autorità non è quella della corona).

 

Soltanto una volta sbarcati a Liverpool, dopo una traversata oceanica delle più dispendiose – che vede Fogg aizzare un intero equipaggio contro il suo capitano e bruciare letteralmente parti della nave Henrietta per farne combustibile –, il detective della Regina riesce nel suo intento. E finalmente, in terra inglese, in quello che per Fogg e Passepartout è l’ottantesimo giorno dall’inizio del viaggio, il detective riesce a portare a termine il tanto agognato arresto, interrompendo sulle ultime battute il ritorno del visionario viaggiatore nella città di Londra. Che somma disgrazia, la scommessa è senza dubbio persa, pensano tutti, e per pochissimo tempo.

 

Ma si scopre ben presto che Fogg non è affatto il terribile ladro, perché il vero colpevole è stato già acciuffato a Edimburgo! Sciolto così l’equivoco che in Fix aveva generato il sospetto, i nostri protagonisti si trovano dunque liberi di tornare a casa, e soltanto all’ottantunesimo giorno dall’inizio del viaggio sono a Londra: grande prostrazione e profondo rammarico toccano il servitore francese; apparente indifferenza e sprezzo del fallimento caratterizzano invece il lord. Tuttavia il fato, ente assai magnanimo quando ha a che fare con gli eroi, è dalla loro: il viaggio attorno al mondo da ovest a est, grazie al gioco dell’orario e dei fusi che lo determinano lungo le diverse longitudini del globo, ha fatto guadagnare ventiquattrore agli inconsapevoli uomini: e nessuno ci aveva pensato! Accortosi del fatto proprio qualche minuto prima che cada il termine valido per la scommessa, Fogg, spronato dal fido servitore Passepartout, si reca in tutta fretta al Reform Club, dove i suoi compari, sicuri della loro vittoria, se la stanno già godendo. Ma il nobile lord visionario ce l’ha fatta, grandezza della modernità! E nella traversata attorno al mondo ha pure trovato moglie!, nella persona della donzella slavata dalle grinfie dei selvaggi laggiù in India di cui sopra s’è detto.

 

E così si concludono le vicende di Fogg. Una storia spassosa, senza dubbio, che però ci racconta anche una terribile cosa del nostro stesso mondo, che in parte continua a essere quello di Fogg: abbiamo deciso di andare dappertutto, di percorrere strade, ancor prima di posarle, per vedere ogni luogo, per attraversare ogni meridiano e possedere ogni cosa; e l’abbiamo fatto a detrimento del territorio (che diventi uguale al nostro, per la miseria!, o che comunque s’adatti al nostro continuo passaggio) e dei suoi numerosi abitanti (che diventino uguali a noi, addomesticati, se sopravvivere vogliono). È dunque un’orribile l’ellissi quella che propone la storia fin qui raccontata: ma che i lettori ne ridano, sentendosene avvinti. E che lo si faccia anche noi, legittimi discendenti del nobile Fogg.

 

 

Jules Verne, Il giro del mondo in ottanta giorni, trad. it. di Stefano Valenti, Feltrinelli, Milano 2014.

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