Il Labour in crisi e il suo leader

 

Fu difficile non entusiasmarsi quando l’uomo dei fagioli in scatola, l’uomo da un occhio un po’ pigro fu eletto leader dei laburisti. Per chi lo aveva sempre sostenuto, soprattutto l’area di sinistra che aveva passato anni a fare volantinaggio con lui e per lui, Jeremy Corbyn rappresentava un modo di far politica davvero autentico e bonario. Forse non emanava freschezza come il suo predecessore, il giovane Ed Milliband – che pure era uscito bastonato dalle ultime elezioni generali – ma Corbyn, classe 1949, veniva da decenni di lotte di piazza e militanza di base; il suo sguardo quello di chi ne aveva viste tante; la barba e l’aspetto generale, un po’ trascurati, quelli di chi aveva ben altre gatte da pelare. Eppure quella novità era linfa vitale per un partito ormai dato per disperso, che sembrava aver smarrito le radici da quando si era fatto soggiogare dall’ottimismo di Tony Blair e dai suoi incompetenti successori. 

 

Di là, il fascino smidollato del premier Tory, David Cameron, sempre attento nelle sue omelie a compiacere da un lato l’algida lobby neoconservatrice, dall’altro il blando sottopancia della Middle England. Di qua, un signore non molto azzimato che si era fatto ritrarre in innumerevoli manifestazioni contro la Thatcher, mentre veniva strattonato dalla polizia e chissà, magari era stato preso persino a manganellate. E il cui cibo preferito – questo lo diceva l’ex moglie, quindi occhio – sarebbero stati proprio i legumi di cui sopra, mangiati a cucchiaiate direttamente dal contenitore, al ritorno dall’ennesima riunione di partito. 

 

 

Un esordio convincente

 

Insomma Corbyn veniva da un altro pianeta, che però riusciva ad attrarre nella sua orbita un numero impressionante di sostenitori: nel giugno del 2016 il Labour poteva contare infatti su oltre mezzo milione di iscritti – la cifra più alta in tempi moderni, più di qualsiasi altro partito di centro-sinistra in Europa – e di questi, oltre la metà era arrivata a partire dall’elezione di Corbyn. Quando Cameron, appresa la notizia, scrisse che il partito dell’opposizione era diventato «una minaccia per la nostra sicurezza nazionale, per la nostra sicurezza economica, e per la sicurezza delle vostre famiglie», più che un brivido di distopia io ne avvertii uno di piacere.

Il problema era che né Corbyn né Cameron erano attrezzati per affrontare la battaglia più importante da lì a venire – quella per l’Europa – e vi sarebbero entrati con il menefreghismo di un soldato riluttante. Appena vinte le elezioni del 2015, Cameron aveva invocato la consultazione referendaria per decidere sul futuro della Gran Bretagna nell’Unione Europea: una scelta coraggiosa, sì, ma dettata non tanto dall’amore per l’Ue quanto dall’obiettivo di mettere a tacere le voci critiche e l’ala xenofoba nel suo partito. Conquistare una più solida legittimazione politica e popolare, quindi; fare da argine ai sempre più influenti razzisti dell’United Kingdom Indipendence Party (Ukip) e proseguire con una politica economica che – ironia della sorte – aveva contribuito ad alimentare proprio l’humus di risentimento alla base della Brexit: tagli nel settore pubblico, riduzione dei salari, inquadramento dei lavoratori stranieri in una narrativa del sospetto e dell’ordine pubblico, la promessa di ridurre sempre di più le quote di immigrati. 

 

Corbyn si era schierato fin da subito per il Remain, d’accordo, ma con la sciatteria dell’europeista recalcitrante. Il suo programma è da sempre incentrato sulla ri-nazionalizzazione delle ferrovie e la difesa a spada tratta della sanità pubblica, sulla creazione di una banca centrale d’investimento, più spese per opere pubbliche e infrastrutture, il riconoscimento dei freelance e dell’imprenditoria giovanile come realtà che vanno tutelate. Ma negli ultimi mesi s’era intensificato il leitmotiv nazionalista, che nel Corbyn d’un tempo sembrava secondario: «Un governo Labour non accetterà mai seconde scelte per la Gran Bretagna», oppure: «Non c’è nulla di più anti-patriottico di non pagare le tasse». E poi il doloroso bilanciamento tra la difesa dei migranti e il riconoscimento che non tutti i timori sull’immigrazione fossero infondati. Ma non c’è mai stato, nella finora breve leadership di Corbyn, un accenno di internazionalismo, un richiamo agli altri partiti di sinistra in difficoltà in Europa, un tentativo di “fare network”. Il problema era solo di rassicurare i fedeli, cercando – sperando – di allargare il suo appeal. 

 

 

La rovina

 

La vittoria del Leave – data per improbabile da quasi tutti i sondaggi, così come la vittoria dei Tory un anno prima – è stata quindi un vero scatafascio, uno sganassone sia per Cameron (che infatti si è dimesso subito dopo, lasciando il posto a Theresa May) che per Corbyn, con l’esposizione brutale di tutte le fratture che attraversano il Paese: quella tra le aree metropolitane più progressiste e la working class bianca, preoccupata per gli stranieri; quella tra chi dalla globalizzazione ci ha solo guadagnato (ed è stato ben rappresentato da questo articolo di Elena Zafesova su IL) e chi invece faticava a trovarci dei vantaggi in termini di salari e lavoro; tra l’Inghilterra e la Scozia (che adesso se ne vuole andare, di nuovo); tra Londra e il resto dell’Inghilterra; tra i giovani e gli anziani. 

 

 

A partire da quel giugno la Brexit ha fatto il suo corso, e l’ottimismo accumulato nei confronti di Corbyn nei 12 mesi precedenti si è pian piano dissolto: a febbraio c’è stato il terzo e definitivo voto con cui la Camera dei Comuni inglese, su sollecitazione del nuovo premier May, ha approvato a larga maggioranza l'invocazione dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona, la norma del trattato europeo che mette in moto la secessione di uno stato dall’Ue (mai entrata in funzione fino ad ora). Spaccando il partito tra laburisti moderati e hard-left, andando contro una maggioranza di elettori Labour che aveva votato per restare in Europa (e che in un sondaggio di un mese fa giudicava, con una percentuale del 71 percento, negativa retrospettivamente l’esito del referendum), Corbyn ha votato con i Tory per consentirgli, de facto, di trasformare la Gran Bretagna in un paradiso fiscale: fuori non solo dal mercato unico europeo, ma anche dalle obbligazioni in tema di diritti umani e dei lavoratori che ne conseguivano. Ha votato, soprattutto, per trasformare qualunque europeo non inglese in un cittadino di seconda classe, senza fornirgli alcuna rassicurazione sul suo futuro e tantomeno un piano B del suo partito.

 

Il motivo per cui Corbyn ha deciso così non è certo semplice, e non si può spiegare solo con la paura di perdere il treno populista, o di inseguire i suoi consiglieri della sinistra più isolazionista. Se il suo elettorato aveva scelto il Remain – specialmente i più giovani, istruiti e impiegati nelle grandi città – la maggior parte dei collegi elettorali storici del Labour aveva scelto il Leave. Il suo partito a Londra è composto da giovani politici rappresentanti delle minoranze, che adesso sono terrorizzati, ma ci sono altre roccaforti Labour come Doncaster e Oldham che nel giugno dell’anno scorso hanno avuto davvero la sensazione di “riavere indietro” il proprio paese. Da un lato c’era Corbyn, costretto a votare per l’attivazione dell’articolo 50; dall’altro, diversi parlamentari del Labour costretti a ribellarsi al loro segretario. In tutto questo, bisogna considerare pure il rischio che un eventuale boicottaggio da parte del Labour potesse essere agitato dai Tory e l’ultra-destra per accusare l’opposizione di non rispettare la volontà popolare, con una stampa quasi tutta iper-sciovinista, già pronta a gridare al tradimento. 

Una posizione poco invidiabile. Ma forse c’erano altri modi: si poteva negoziare di più e meglio, e non darla vinta a un governo di destra che ha trasformato l’economia inglese in un «mendicante in attesa della scala mobile di Trump», per usare la metafora del giornalista Nicholas Barrett. La minaccia dell’espulsione, agitata da Corbyn nei confronti dei laburisti insorti in Parlamento, è stata la goccia che ha fatto decisamente disamorare molti di un leader celebre per aver sempre dato la precedenza ai principi etici, rispetto alla disciplina di partito. 

 

Comunque sia, in questi giorni il Labour è precipitato fragorosamente nei sondaggi, addirittura sotto la soglia del 30 percento, con gli orfani del Remain che stanno considerando l'ipotesi di votare i più filo-europeisti Lib-Dem alle prossime elezioni. Quel che è peggio, c’è stata l’umiliante sconfitta del Labour alle elezioni suppletive di fine febbraio, con il seggio di Copeland passato ai conservatori dopo 87 anni di governo laburista, e la risicata vittoria di Stoke-on-Trent sull’Ukip – tutto inchiostro per il racconto di “Corbyn ineleggibile” (linea seguita ovviamente anche dal centro renziano, che da sempre tifa per il ritorno di Blair). E un ulteriore segno del declino di leader del Labour è l’abbandono della barca corbiniana da parte di Owen Jones, l’enfant prodige dell’opinionismo d’Oltremanica, da sempre schierato a sinistra (e che per questo è stato preso di mira come «venduto» dai suoi ex “compagni” di partito).

 

La galassia di Corbyn

 

Per capire l’attuale crisi del Labour e del suo leader bisogna fare una rapida mappatura delle diverse anime della sinistra inglese. Quello che vediamo è un ring di nostalgici del blairismo in un angolo, che spingono per sovvertire le gerarchie di partito e tornare al potere, pur non avendo intorno a sé il momentum che caratterizzava la Terza Via in Europa vent’anni fa. In un altro angolo, i dirigenti laburisti moderati, “soft Left”, pro-Europa come il sindaco di Londra Sadiq Khan o Clive Jones. In un altro angolo ancora, la sinistra accademica, multietnica e simpatizzante delle cause del partito ma non pienamente integrata nei suoi gangli, come gli intellettuali che gravitano intorno a case editrici Verso o Zed Book. 

E infine l’inner circle corbyniano, i custodi dell’ortodossia: il settario Socialist Workers’ Party, la semidefunta People’s Assembly, la coalizione pacifista e po’ leninista di Stop the War. Quest’ultima area è quella da cui proviene Corbyn: gente che si è fatta il mazzo per anni combattendo le cause più disparate, i militanti duri e puri ma anche, e non di rado, fanatici che finiscono con giustificare Assad o Putin o la retorica cospirazionista, ignorando qualsiasi vocazione europea. È triste dirlo per chi, come il sottoscritto, ha appoggiato Corbyn fin dall’inizio, ma oggi l’unica cosa più frustrante della sua inanità è la sua cerchia di fedelissimi, che in ogni critica vedono soltanto congiure e distorsioni mediatiche.

 

A detta di Lindsay German – che da 15 anni guida Stop The War insieme al marito, lo storico John Rees – il Labour doveva a tutti costi rispettare il voto popolare, pena ritrovarsi a gestire la furia degli elettori traditi. «Bisogna smettere di trattare quelli che hanno votato Leave come degli idioti», mi spiega in una email. «Io credo che Corbyn stia cercando di sviluppare una “Brexit del popolo”, e il compito della sinistra sia quello di combattere i Tory sul tema del razzismo e dell’austerità. Credo che il premier sia piuttosto debole». La colpa della debolezza di Corbyn, invece, dice German, «è del suo stesso partito, nel quale la maggior parte dei dirigenti è impegnato a difendere il pensiero unico neoliberista». 

Secondo Ester Leslie, insegnante di estetica politica al Birkbeck College di Londra, «l’ala sinistra del Labour ha una lunga tradizione di disprezzo per l’Unione Europea». E cita l’esempio dello storico dell’arte T.J. Clark, ex-situazionista che ha votato Brexit in onore dei greci «traditi dalla Fortezza Europa». Sì, ma Corbyn che ruolo avrebbe dovuto avere in tutto ciò? «Penso che lui sia stato incapace di dar voce alla sinistra che ha votato per la Brexit, o non abbia avuto voglia di farlo», ammette Leslie. «E non penso proprio che il partito, in questo momento storico, possa vincere».

 

Certo che è difficile trovare un terreno intermedio – a metà tra la sinistra expottimista mainstream e quella complottista – nel quale tentare di salvare l’Europa e al tempo stesso riformarla da sinistra, puntando su figure come Corbyn, se una parte consistente di chi lo appoggia ha una visione così cupa dell’Unione. Il modo in cui molti “Lexiter” (quelli di sinistra che hanno votato per la Brexit) stanno maneggiando, per esempio, il famigerato caso della sentenza europea che legalizzerebbe il divieto sul lavoro del velo islamico – prendendolo ad esempio di una politica centralizzata ed intrusiva – non è poi molto diverso dalle affermazioni isteriche dell’ex sindaco di Londra Boris Johnson, che sosteneva che l’Europa «ci impone le sue leggi» su cose veniali come l’aspirapolvere o la grandezza dei caschi di banane. La miopia di un giudice, per quanto intollerabile, sembra un po’ poco per giustificare lo stralcio dei diritti di milioni di cittadini europei e di immigrati extracomunitari; o per lasciare milioni di musulmani nelle mani di una sinistra tanto confusa, che ha mantenuto soltanto gli aspetti più grezzi e disinformati del giacobinismo.

 

Finale di partita?

 

Se così stanno le cose, l’amara conclusione è che Jeremy Corbyn non sembra più avere una sua raison d'être. Non lo si riesce a vedere come un serio contendente per il governo. Non rappresenta più una reale visione alternativa su questioni cruciali della geopolitica mondiale e dell’Europa, e anzi sembra inseguire il razzista Ukip sul suo stesso terreno (mentre i suoi compagni di partito propongono l’iscrizione obbligatoria di tutti i lavoratori immigrati ai sindacati: una mossa per tagliare fuori i poveracci non in regola e fare l’occhiolino agli xenofobi). Un socialismo all’inglese che quindi rifiuta di connettersi con l’estero, costretto a lottare su una nave fantasma; il sacrificio dei fagioli in scatola senza nemmeno il miraggio della vittoria; pirateria senza il saccheggio. Non può che restargli lo scorbuto.

Nel frattempo, con un secondo voto per l’indipendenza scozzese visto ormai come inevitabile, sarà sfizioso vedere come i marinai della sinistra antieuropeista si giocheranno questa carta. Al referendum si sono trovati sullo stesso lato della barricata dell'Ukip e di Boris Johnson contro lo Scottish National Party (che era ed è per il Remain, nonché un partito fondamentalmente progressista e anti-austerity). E quindi: difenderanno la scelta dello Snp di rompere con la leadership reazionaria dei Tory di Londra? O confermeranno la posizione di nove mesi fa e attaccheranno lo Snp per abbandonare la zattera inglese e chiedere aiuto ai “globalizzatori cattivi” di Bruxelles? Certo è che sono tempi interessanti.

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