Il libro dei bambini soli

È da poco uscita per il Saggiatore l’opera prima di Enrico Sibilla, traduttore e copywriter milanese alla sua prima prova narrativa. Qualche anno fa mi fece leggere le prime pagine di un testo che stava scrivendo, un romanzo sulla strage di Gorla, il bombardamento alleato del 1944 che colpì una scuola media di Milano uccidendo 184 bambini. Non mi ha stupito quindi che questo libro porti come titolo Il libro dei bambini soli; l’autore ha forse accantonato quel progetto narrativo, ma il tema dell’infanzia si rivela centrale nel suo immaginario, poiché ognuno di questi lunghi racconti ne rivela una diversa sfumatura. Per ognuno di noi l’infanzia è, tra le altre cose, lo scenario della più sterminata solitudine e delle più grandi umiliazioni: non importa quanto sei stato amato, dice Sibilla, perché anche i bambini più amati e protetti hanno vissuto momenti di atroce sperdimento. Le ferite dell’infanzia, non importa quanto ci appaiono sciocche e risibili a distanza di tempo, sono sempre con noi e sono parte integrante della nostra identità adulta. 

 

Ph Robert Doisneau. 

 

Nel Libro dei bambini soli le solitudini sono tante, e i bambini soffrono in molti modi diversi, dall’esclusione dalla comunità dei propri pari alla minaccia della morte dei genitori; a legare queste storie sono diversi echi stilistici e tematici, ma soprattutto la presenza di una voce narrativa unitaria tesa a trasfigurare gli elementi dell’autobiografia per compiere un estremo gesto di pietà nei confronti del passato e del suo dolore. È una voce fortemente debitrice nei confronti della poesia contemporanea – alcuni riferimenti sono espliciti, da Mario Benedetti (Pitture nere su carta, Tersa morte) a Milo De Angelis e Giorgio Caproni. Altri sono più segreti e perciò perfino più potenti: Pascoli, il terrore dell’abbandono, i piccoli animali che segnalano il sopraggiungere dell’orfanità e la vicinanza della morte; il risultato è una prosa poetica che vira costantemente verso una dimensione fantastica e chiede uno sforzo all’immaginazione. Ogni solitudine è piccola ma la lingua di Sibilla è lessicalmente molto ricca e l’autore la tende verso l’universale, dato che ogni bambino è se stesso ma è anche il segno di una storia più grande i cui legami con la nostra vita non possono essere dimenticati né sciolti. 

 

Colpiscono inoltre, nella potente prosa di Sibilla, i continui scarti tra una lingua letteraria e alcune sentenze chiare, secche, spesso memorabili, come pure tra un registro alto e certi eventi minimi della vita dei personaggi che potrebbero passare inosservati a un occhio non allenato a cogliere le più piccole faglie del quotidiano. In questi racconti passa tutta la mestizia delle poesie dei sussidiari della nostra infanzia; se ne coglie il ritmo facile (e il ritmo è centrale in questi racconti, sentiamo ovunque un tambureggiare cardiaco, a tratti disturbante) che in alcuni casi si è impresso a fuoco nella nostra memoria visiva e sonora. I bambini soli, che lo vogliano o no, sentono forte l’odore della carne e del sangue (“le svizzere”, cibo prediletto dalla mamma, torna come un’atroce madeleine per tutto il libro), ed è un odore-visione che, proprio perché così primordiale, trascina inevitabilmente con sé la prefigurazione della morte della madre. Tra tutte, la scomparsa più temuta, a confermare la terribile prossimità tra l’infanzia e il sangue. 

 

Enrico Sibilla, Il libro dei bambini soli, il Saggiatore, Milano 2016, p. 192, 21 euro.

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