Il Maestro e Margherita

Abbiamo affidato ai nostri autori la lettura di un classico che non conoscevano, da leggere come se fosse fresco di stampa.

 

Memore della lezione di E.T.A. Hoffmann e del Sogno di August Strindberg, Michail Bulgakov ha prodotto, con Il Maestro e Margherita, un ardito esperimento letterario di realtà aumentata destinato a influenzare in maniera sostanziale l'immaginario fantastico dell'ultimo quarto del novecento (si pensi a Neal Gaiman, tanto per fare un esempio).

Va da sé che per uno scrittore russo che visse e lavorò nel pieno del fiorire del Realismo Socialista, l'adozione di simili numi tutelari significò una condanna all'invisibilità che lo condusse a uno stato di feroce prostrazione e a una fine ingloriosa.

Il fantastico, nelle mani di Bulgakov, era in effetti allegoria nonché unico strumento satirico in grado di stare al passo con i tempi della sua vita sfortunata – e il tempo, come vedremo, è tempo perduto nel merito della censura che affondò il romanzo, tempo ritrovato in quello della sua pubblicazione.

La trama è nota: nella città in cui si sta cercando di forgiare un nuovo modello di umanità si reca in visita Satana in persona, accompagnato da un collerico gatto parlante e da un demonico maestro di cappella col completo a quadri e gli occhiali a molla.

 

Il Maligno giunge animato dall'intenzione di coprire di ridicolo una società che dovrebbe rappresentare l'Utopia scesa in terra ma che, nella brama di vedere esauditi i propri desideri più meschini sulla ribalta di un teatro di varietà, non può che ricordare il farsesco mondo raccontato cento anni prima da Gogol' e dalle sue anime morte. 

Eppure il tempo non scorre soltanto all'indietro, nel teatro di marionette che Bulgakov ha costruito e nel quale ha messo in scena, con leggiadra maestria, la Mosca degli anni '30 del ventesimo secolo.

Nella corsa all'accaparramento di scarpe, vestiti e calze di seta che conclude lo spettacolo dedicato alla "magia nera e al suo smascheramento", non è infatti difficile ravvisare una beffarda anticipazione della fuga oltrecortina che coinvolgerà milioni di uomini e donne sessant'anni più tardi, all'indomani della caduta del Muro di Berlino; allo stesso tempo, qualsiasi velleità di idealismo rivoluzionario viene spazzata via di fronte all'impietosa rappresentazione della quotidiana realtà sovietica, fatta di intrallazzi, sotterfugi e piccoli privilegi, che appare come un sarcastico rovescio della dottrina del Socialismo Reale dietro la quale l'Unione Sovietica di Brežnev sarà solita schermirsi di fronte alle critiche revisioniste.

 

E non è tutto: Satana, col suo operare, sembra mirare a sottrarre consistenza al neonato edificio ideologico sovietico e alla sua pretesa di costruire una realtà dalla quale la fede e la superstizione dovrebbero essere definitivamente bandite – la prima vittima dei suoi tiri mancini, poco prima di finire decapitata sotto a un tram, stava giusto prodigandosi nel negare l'esistenza del Gesù storico sulla panchina di un parco moscovita.

In quest'ottica sembra quasi che Satana e Gesù si ritrovino a giocare su un fronte comune nel contrastare la protervia dell'uomo e il suo dichiararsi indipendente, artefice del proprio destino e dominatore incontrastato della storia.

L'umanità, nei disegni del Maligno, può procedere soltanto nelle spire di un movimento circolare che nega qualsiasi possibilità di progresso e il cui cardine è rappresentato dall'eterna collaborazione tra il Bene e il Male nel mantenere il genere umano in una condizione di minorità.

Supremo paradosso: quegli stessi valori illuministi tanto avversati dalle forze reazionarie quali manifestazioni del volere di Satana sulla terra, si ritrovano a essere sbeffeggiati da Satana in persona nel nome di una riaffermazione della potenza del mito sulla sterile vanità dell'agire umano.

 

 

Spetterà al Maestro e Margherita, veri eroi del romanzo, il compito immane di mettere in crisi questo diabolico piano – e non sarà soltanto per mezzo di una parabola sul buon cuore, sull'innata predisposizione al bene che può spingere una strega novella a richiedere l'alleviamento delle pene dell'inferno per una madre sventurata; sarà piuttosto il misterioso romanzo scritto e dato alle fiamme dal Maestro, a segnare la contromossa con la quale il Bene sarà in grado di ristabilire un'idea peculiare di progresso che vada a discapito tanto della stupidità umana quanto della terribile astuzia del Maligno.

La salvezza postrema riservata dal Maestro a Ponzio Pilato, protagonista del suo scritto sulla Passione di Gesù che non vide mai la luce a causa della censura sovietica, indica infatti la via di una naturale progressione verso il bene che riguarda non soltanto i veri credenti, ma anche coloro che soggiacciono al tormento della colpa: se infatti, come insegna un'antica tradizione sotterranea del Cristianesimo orientale, il libero arbitrio esercitato nel male si riconduce comunque a Dio e persino il Diavolo, alla fine dei tempi, sarà redento, la liberazione di Ponzio Pilato può rappresentare un ideale passo in avanti lungo la strada dell'apocatastasi.

 

Certo, al Maestro non basterà questa brillante suggestione teologico-letteraria per guadagnarsi il diritto alla salvezza: troppo compromesso col Maligno, verrà comunque premiato con l'eterno riposo per lui e per la sua amata Margherita.

Su questo malinconico finale si disputa la partita tra fortuna postuma e avvilimento dell'esistenza nella quale Bulgakov e il suo romanzo si trovarono intrappolati; scrittore invisibile nel territorio del Diavolo della sua epoca, con ogni probabilità egli non si augurava altro che l'eterno riposo per sé stesso e per la sua opera.

Ma la storia gli avrebbe reso giustizia: sin dalla loro prima apparizione pubblica, ventisette anni dopo la morte del loro creatore, il Maestro e la sua fida compagna vennero ricompensati del loro lungo oblio con l'elevazione alla gloria imperitura riservata ai grandi Classici.

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