Il Mondo e i mondi di acque

L’acqua è elemento trasversale, fluido, mutevole, multiforme, liquido, solido e gassoso (non si dimentichino le nevi e i ghiacci, i vapori e l’aria) che si riversa diversamente sulla terra, nella natura e nella storia. Questo carattere pervasivo, questa intrinseca, necessaria presenza dell’acqua entro ogni forma di vita del mondo non è mai uguale, non si ripete con monotona e scontata prevedibilità. 

L’acqua esplica, infatti, le sue necessarie funzioni, articola e modella il suo ciclico fluire e rifluire, dando luogo a differenti geografie e storie, modificando, a seconda dei luoghi, dei tempi, delle interazioni con altri fattori fisici e storici – prima di tutto l’azione plasmatrice o distruttrice degli uomini – i suoi modi di essere, le sue presenze materiali, le sue stesse valenze simboliche. I diversi “mondi” che il nostro mondo terracqueo contiene, le configurazioni che al suo interno si susseguono nello spazio e nel tempo, altro non sono che differenti mondi d’acqua: mondi che possono rintracciare e raccontare la loro diversità, la peculiare specificità della loro stessa storia, proprio a partire dall’acqua. In questa accezione, una storia dell’acqua tende potenzialmente a coincidere con la storia stessa del mondo – di tutti i mondi del mondo. Una storia dell’acqua, nei suoi aspetti biologici, materiali, sociali, religiosi e simbolici è destinata, pertanto, necessariamente a percorrere, traversandole, anche le più diverse discipline. In questa sede è possibile soltanto accennare all’utilità di una riflessione a scala disciplinare aggregata; alludere alla forza euristica e all’efficacia espositiva di una storia dei mondi dell’acqua. Le indagini delle più diverse aree del mondo rivelano l’utilità di una comparazione, che indichi come nel tempo e nello spazio l’acqua possa agire come potente fattore di configurazione identitaria, come elemento aggregante, materiale e simbolico, di intere civiltà, come marcatore decisivo della realtà e della rappresentazione dei diversi mondi in cui gli uomini si trovano a vivere. Quando si parla di acqua, è, pertanto, più che mai necessario fare riferimento sempre alla storia, alle storie. Sulla capacità, l’abilità, la pazienza, la fantasia nel raccogliere, conservare, distribuire le acque si basano sia la vita, la fortuna, la durata delle grandi civiltà idrauliche, sia quella delle piccole comunità locali. Si potrebbe scrivere la storia e la cultura di una popolazione, la costruzione delle identità e delle forme di autorappresentazione proprio a partire dal rapporto con l’acqua, dal modo di controllarla, usarla, considerarla, dalle valenze religiose, simboliche, artistiche che essa assume. L’acqua è anche specchio, riflesso, luogo di immagini e di costruzioni di identità. L’acqua si presenta come il punto di intersezione forse più forte ed efficace tra storia della natura e storia degli uomini. 

 

L’acqua è imago mortis e insieme imago vitae

 

L’acqua ha rappresentato non soltanto un elemento fondante e vivificante, salvifico e terapeutico, ma anche un elemento di distruzione, di devastazione, di perdizione. Nella più antica cosmogonia e filosofia greca (Omero, Esiodo, Talete, Anassagora, Platone) l’acqua appare l’elemento primordiale dell’universo, l’arché, il principio, analogamente a quanto suggerisce l’escatologia sumerico-accadica. Pindaro afferma che il “bene più prezioso è l’acqua”; Anassagora che “tutto scorre, tutto è acqua”. Gilbert Durand segnala che il carattere cupo è “divenire idrico”. “L’acqua che scorre è amaro invito al viaggio senza ritorno: non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume e le rive non risalgono mai alla loro sorgente. L’acqua che scorre è la figura dell’irrevocabile [...], è epifania dell’infelicità del tempo, è clessidra definitiva”. L’acqua notturna, vischiosa, squamosa, tenebrosa, inafferrabile allude (lo ricorda Laura Faranda) all’irreparabilità della caduta (si pensi al mito di Oceano, delle Sirene, delle Ninfe, delle Nereidi). Mnemosyne, la divinità orfica, assicura ai mistai e bacchoi, agli iniziati e consacrati, in virtù delle loro esperienze mistiche e della dottrina osservata, di sottrarsi per sempre al ciclo della rinascita, all’iterarsi di nascita e morte, a un destino comune agli altri mortali. Contrapposta a Mnemosyne, alla fonte della vita (il riferimento è al senso vivificante dell’acqua), di solito alla destra di chi entra nell’Ade (altre volte a sinistra) è quella della fonte di Lete, dell’Oblio, un’acqua stagnante, che placa soltanto per un momento la sete di vita (corporea) dei non iniziati. 

 

Simili impostazioni influenzeranno costantemente le idee filosofiche, scientifiche e religiose dei periodi successivi, fino a risultare centrali nella ripresa in grande stile della riflessione rinascimentale sulle filosofie della natura e nelle fasi fondative del pensiero scientifico moderno. Né si può fare a meno di notare la concordanza tra quelle antichissime concezioni filosofiche e le più recenti acquisizioni della biologia sull’origine della terra e sulla vita dell’uomo. Queste considerazioni non preludono a una qualche esaltazione etnocentrica delle nostre tradizioni occidentali. Viene subito in mente il celebre Dieu d’eau di Marcel Griaule (1948), ma la letteratura etnologica e demologica sull’ambivalenza dell’acqua è davvero sconfinata. Nel folklore del Sud i morti nel mettersi in viaggio per l’altra vita hanno bisogno di acqua e pane. Nel mondo “miceneo” il termine (dícioi), “assetati”, era designazione dei morti. Il mito della grande sete dei defunti, diffuso in una vasta zona eurasiatica, attribuendo ai morti una struggente nostalgia per la vita, sembra rivelare una sorta di memoria del carattere primordiale dell’acqua. 

Il desiderio di tornare al paese d’origine, quasi all’“innocenza perduta”, avviene attraverso il graduale riconoscimento e la lenta riappropriazione del paesaggio, dei prodotti della terra, dell’acqua. Gli emigrati, gli erranti, gli sradicati hanno sete come i defunti. La morte era considerata una sorta di viaggio, l’emigrazione diventa un equivalente critico della morte. 

 

Il ponte di San Giacomo, che bisogna attraversare per l’ingresso nell’aldilà, è esile come un capello, caricato di sacralità, considerato limite e soglia tra mondo dei vivi e mondo dei defunti. In epoca moderna, in Europa, lo iudicium aquae permetteva di identificare come streghe, stregoni e vampiri coloro che non affondavano quando vi erano immersi. L’acqua era il materiale che ostacolava il ritorno dei defunti irrequieti e minacciosi, ma anche lo specchio che non riflettendo l’immagine (i vampiri non hanno immagine riflessa) facilitava il loro riconoscimento. Come se chi non avesse più un corpo di cui riflettere l’immagine, forse, potesse perdersi e smarrirsi nell’acqua. L’acqua è imago mortis e insieme imago vitae, perché riflette e cattura l’immagine di chi vi si specchia volontariamente e involontariamente. Se l’acqua è l’elemento da cui sono attratti i defunti che tornano in maniera benevola, il sangue è l’elemento di cui si nutrono i defunti inquieti, i morti-non morti, i pericolosi vampiri. C’è un’inversione semantica dei due liquidi, ma anche un’evidente corrispondenza. Il sangue sembra appartenere al piano dell’essere, il suo linguaggio consente che gli altri linguaggi siano detti e non si tratta di un linguaggio che si ha, ma di un linguaggio che si è. Le flagellazioni rituali, con versamento del sangue, che ancora oggi vengono praticate a Nocera Terinese e a Guardia Sanframondi, raccontano il nesso sangue-pioggia, ma suggeriscono come il sangue non sia che un’altra forma dell’acqua. Il sangue versato a terra dà luogo a nascite miracolose, e anche in questo caso quello sparso a terra è un’acqua a cui è assegnata la virtù di fecondare la terra, di assicurare la crescita delle messi e il raccolto. In questo orizzonte culturale s’inscrive il motivo delle fontane che sgorgano dal sangue dei martiri, come ricorda Sébillot (1983), o anche dal corpo dei santi post mortem, una volta sepolti. Noi nasciamo nell’acqua e nell’acqua possiamo perire; il corpo umano è costituito per il settanta per cento di acqua; acqua è il sangue, principio di vita e di morte; e cos’altro fa la morte se non prosciugare l’acqua dai nostri corpi, rinsecchendoli? L’acqua, elemento ovunque presente (nell’universo, sul pianeta e nel corpo), può costituire anche il luogo per ripensare i nessi tra biologia e cultura, tra quello che chiamiamo natura e quello che chiamiamo storia. I due termini sono stati troppo spesso distinti e separati, ma proprio l’acqua ci ricorda che sono inseparabili, che l’uomo è insieme materia, natura, storia, cultura. L’acqua ci ricorda l’unità biologica dei diversi popoli e dei differenti gruppi umani. L’acqua indica unità e distinzione. 

 

L’acqua: materiale e simbolo

 

Gaston Bachelard (1942) ha ricordato come molte metafore dell’acqua trovino la loro ragione d’essere in un’esperienza materiale concreta. Il simbolo acqua, proprio per l’essere l’acqua elemento primario, è così forte, diffuso, ricorrente da essere stato spesso estrapolato dall’ambiente e dalla cultura in cui è nato, diventando quasi esso stesso un materiale. Anche il simbolo, che ricorda un bisogno primario e vitale, riporta comunque alle condizioni ambientali, storiche, culturali dei luoghi, ai saperi e alle tecniche locali, nei quali si origina. Il dato quasi paradossale è che proprio l’elemento più diffuso sulla terra e nel nostro corpo, non è quasi mai stato facilmente disponibile. Per quanto l’acqua sia il bene primario e più diffuso in natura (sia pure in maniera difforme sul pianeta), le diverse società, salvo rari luoghi e rare eccezioni, hanno potuto disporne soltanto con fatica, apprensione, dedizione, cura, saperi, costruzioni, tecniche. La vita dei popoli del Mediterraneo, ma anche di altre parti del mondo, è stata fortemente condizionata dalle bizzarrie del clima, dall’alternarsi repentino delle stagioni, dal passaggio improvviso delle piogge inarrestabili a forme di siccità prolungate. L’acqua è stata un elemento di distinzione sociale. Karl Wittfogel (si rifa a Julian Steward e a Leslie White, teorici del materialismo e dell’ecologia culturale) parla di possenti burocrazie idrauliche (in Cina, in India ed Egitto) che si affermano grazie a forme d’irrigazione su vasta scala e a modalità di controllo delle acque in regioni scarsamente piovose. Marvin Harris scrive pagine interessanti sulle civiltà idrauliche che si evolvono proprio grazie a un controllo centralizzato e capillare delle acque. Le grandi civiltà del passato, dove nascono le città, l’agricoltura e la scrittura, sono quelle capaci di erogare e gestire sapientemente le acque per la produzione agricola e per l’irrigazione. In Fontamara di Silone, il podestà del paese e i proprietari terrieri sottraggono ai contadini persino l’acqua per l’irrigazione degli orti che assicurano un precario sostentamento. L’ambivalenza dell’acqua sembra riconducibile ai grandi contrasti climatici, paesaggistici, produttivi, culturali della Calabria, del Sud, dell’universo mediterraneo.

 

Ph Albarrán Cabrera.


Un contadino di Rossano diceva a Nitti a inizio Novecento: “Qui abbiamo un Dio, che quando piove ci porta a mare, e quando non piove secca il mondo. Questo anno non ha piovuto da sei mesi e siamo tutti disoccupati e in miseria”. Riti, preghiere, processioni, modi di dire raccontano la paura, l’apprensione, l’ossessione delle popolazioni per la mancanza o l’eccesso di acqua, per una siccità che diventa piogge infinite. Una delle invocazioni che ha popolato la mia infanzia è quella rivolta a santa Barbara, capace di calmare le piogge, i tuoni e i fulmini. L’immersione dei santi nei fiumi e nel mare è diffusa in molti paesi europei e, ad esempio, ampiamente documentata in Francia. Viceversa i miracoli e i prodigi per fare sgorgare l’acqua o per arrestare le piogge distruttive avvengono post mortem. La ricerca dell’acqua ha ovunque qualcosa di religioso e di sacrale. 

 

Vene per il tempo presente (e futuro)

 

Ripensare linee, solchi, vie per una possibile storia e antropologia dell’acqua – come per storia e antropologia tout court – ha senso soltanto se riesce a darci possibili indicazioni per comprendere il presente. Il rapporto con l’acqua, anche nelle situazioni estreme di penuria, ha comportato una complessità di tecniche e di saperi, una conoscenza puntuale del clima, delle stagioni, dei paesaggi. 

Tutto questo non è oggi così ovvio e certificato nella nostra consapevolezza di contemporanei. Nelle nostre società “progredite” – e non solo nelle megalopoli, nelle grandi concentrazioni urbane, ma anche nelle città di provincia, nei paesi e nelle più piccole comunità – vengono sostanzialmente ignorati i cicli, i ritmi, le fasi, i luoghi dell’acqua. Contemporaneamente, l’acqua tende a essere relegata entro una sfera marginale, tende a perdere la sua storica centralità, e con essa la sua stessa “sacralità”. Sta di fatto che è sempre più difficile conoscere non solo quello che si mangia, ma anche quello che si beve. Le industrie che imbottigliano e commercializzano le acque inventano non solo ciò che si deve consumare, ma anche una simbologia e una ritualità totalmente sganciate dalla natura, dalla realtà. Freschezza, genuinità, limpidezza diventano slogan che occultano un’espropriazione di saperi, di luoghi, di prodotti. 

La perdita del rapporto con i luoghi e con le loro risorse comporta anche l’affermarsi di una cultura dello spreco, il radicarsi dell’illusione che l’acqua sia un bene scontato e illimitato. E invece non è così. Gli ultimi Forum mondiali dell’acqua (Kyoto, 2003; Città del Messico, 2006; Istanbul, 2009; Marseille, 2012), che confermano un arroccamento dei paesi più ricchi, sono stati l’occasione per fare arrivare anche al vasto pubblico cifre imbarazzanti e drammatiche: quasi due miliardi di persone nel mondo non hanno accesso oggi all’acqua potabile; due milioni e duecentomila persone, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, muoiono ogni anno a causa di malattie provocate dall’acqua putrida a cui sono costretti. Tra meno di venti anni più di tre miliardi di persone non avranno la possibilità di pagare un bene primario come l’acqua salubre a un prezzo per loro abbordabile. Nel nostro Paese ciascuno di noi consuma una quantità quaranta volte superiore a quella di un contadino del Sudest africano, che ha a disposizione soltanto venti litri d’acqua al giorno. 

 

L’errata convinzione che l’acqua sia un bene inesauribile non ci fa capire che la sete degli altri è all’origine di conflitti, di tensioni, di guerre che, anche a voler dimenticare aspetti etici e morali di equità e di giustizia, riguarderanno fatalmente anche tutti noi. È questo il dato inedito e originale: l’acqua è sempre più un bene condiviso, nelle premesse e nelle conseguenze; tutto quello che facciamo noi, anche nel nostro piccolo ambiente, coinvolge necessariamente altre parti del mondo, in una catena indissolubile di nessi; e allo stesso modo, tutto quello che viene fatto altrove inevitabilmente ci riguarda. La desertificazione e le alluvioni devastanti che interessano l’Italia e il Mediterraneo, sono dovute a scelte effettuate altrove, alle deforestazioni, allo scioglimento dei ghiacciai, ai mutamenti del clima provocati da modelli di sviluppo affermati soprattutto negli ultimi decenni. Il disboscamento dell’Amazzonia, l’inquinamento dei mari, l’effetto serra decidono anche per noi. Sono possibili interventi necessari anche nella piccola e piccolissima scala che è più specificamente alla nostra portata. Una risposta alle alluvioni e, anche, agli incendi devastanti richiederebbe, oltre all’affermazione di politiche diverse, al ribaltamento degli attuali modelli di sviluppo, da affermare a livello planetario, una maggiore e più diffusa attenzione ai luoghi, alle risorse, alle acque, ai saperi tradizionali. Le catastrofi in Calabria (Crotone, Soverato, Cavallerizzo, Maierato), in Sicilia, in Liguria, in Piemonte, in Trentino che hanno provocato morti, lutti, dispersioni sono legate a forme violente di utilizzazione del territorio, all’incuria del paesaggio, al progressivo abbandono delle zone interne, alla mancata irrigimentazione delle acque, ai letti abbandonati delle fiumare, al mancato controllo delle acque piovane, all’occultamento dei fiumi, che cercano e trovano le loro vie naturali. Gli incendi, la siccità, la distruzione dei boschi sono l’altro volto del mancato rispetto e controllo delle acque piovane e sorgive. Tocchiamo così una questione cruciale e che è all’ordine dell’agenda politica dei diversi governi del mondo e di tante organizzazioni internazionali e anche della coscienza di ciascuno di noi: l’acqua è un bene dell’umanità, è un diritto umano e sociale. 

 

Questa verità che, in maniera diversa e contraddittoria, hanno affermato a livello locale gli uomini del passato e di tutte le società non appare per nulla scontata. Al contrario, quello che è un diritto umano e sociale per eccellenza costituisce esplicitamente l’oggetto degli appetiti di paesi ricchi, dei gruppi politici ed economici dominanti, delle grandi industrie e delle multinazionali. Il “petrolio bianco” diventa luogo di appropriazione, recinzione, accaparramento. 

La capacità di contrastare queste tendenze, la possibilità di opporsi a esse comporta, oltre che il rovesciamento di una logica tecnicistica ed economicistica, una nuova consapevolezza, una conoscenza dei problemi del passato: comporta la volontà di modificare qui e ora, nei nostri luoghi, nelle piccole realtà in cui ciascuno di noi vive, il nostro rapporto con l’acqua. In questa prospettiva, le culture locali dell’acqua non solo non appaiono obsolete e superate. Jared Diamond ne Il mondo di ieri ricorda ciò che possiamo imparare dalle società tradizionali e ricostruisce tecniche e conoscenze sofisticate, acquisite nel corso dei millenni, per trattare e custodire le acque. I saperi, che arrivano dal passato e affermano la ricchezza della diversità e della biodiversità, vanno interpretati, letti, riproposti criticamente e adattati alle esigenze dell’oggi e dei luoghi, senza ovviamente escludere l’importanza di nuove tecnologie.

La politica dei beni comuni non comporta, pertanto, una sorta di ritorno al passato o la ripresa di una tradizione mai esistita o il rimpianto di scampoli di benessere. I beni comuni sono un’esigenza e una possibilità degli uomini di oggi, che hanno alle spalle la critica al capitalismo, la sua crisi e anche un’elaborazione utopica e comunitaria che non è stata mai realizzata e che anzi è stata vanificata dai regimi comunisti. Nessuna retorica identitaria o visione estetizzante o neoromantica del passato, nessuna mitologia della decrescita felice, possono essere affermate con riferimento a un universo in cui la gente aveva sete. Questo significa perseguire un diverso uso delle risorse qui e oggi: in particolare evitare concessioni di beni e servizi pubblici, a prezzi irrisori, a società e gruppi di potere che hanno alimentato i partiti e anche la criminalità. Una diversa gestione delle risorse locali, inserite in un contesto più ampio, può comportare l’eliminazione del profitto e degli sprechi, senza per questo alimentare una visione passatista e negativamente nostalgica.

 

Lentezza, slow food, la dietetica indiscriminata, miscuglio di solitudine e di pessimi cibi, spacciata per ritorno ai sapori e ai cibi naturali e genuini del passato, la rivendicazione dei beni comuni, la scoperta e la tutela della bellezza, separata dalle rovine e dalle macerie, non possono essere sostenuti con riferimento al passato: sono conquiste, possibilità ed elaborazioni degli uomini di oggi. 

Bisogna contrastare la convinzione che in questa parte di mondo tutto possa essere concesso in maniera gratuita e illimitata, tanto poi le crisi ci segnalano queste illusioni e le pretese di un’opulenza spesso inventata, o praticata a spese di altre parti del mondo. Assunta criticamente, quella tradizione può costituire un elemento di ricchezza, una risorsa per il futuro. Il riferimento alla storia e ai luoghi dell’acqua costituisce infine una possibile risposta al vuoto e alla crisi di presenza che ci avvolgono. Pensare la storia dell’acqua significa avere senso e memoria di come l’umanità abbia saputo rapportarsi al bene suo più prezioso, considerarlo, rispettarlo. Un nuovo sentimento dell’acqua non può che ripartire dalla necessità di ricordare che noi siamo anche luogo, corpo e acqua, che navighiamo in un più vasto mondo di responsabilità e solidarietà condivise, e che resteremo tali fino a quando sapremo garantire a tutti gli altri le nostre stesse opportunità. 

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