Predappio sì perché?

Non so se sia possibile, a questo punto, ricondurre il dibattito sul museo a Predappio a una dimensione più pacata e seria, anche se, più che ricondurre, si dovrebbe dire incanalare, visto che non mi pare sia mai riuscito ad andare oltre una certa approssimazione polemica e superficiale.

Molti tra gli intervenuti pensano che l’idea del museo sia stata estemporanea, frutto di una gita a Predappio del sottosegretario Lotti, magari su mandato del presidente del Consiglio, per mettere un tassello importante nel progetto dell’ipotizzato Partito della Nazione che vorrebbe quindi beneficiare di una sorta di pacificazione del passato a 360 gradi, fascismo compreso. La maggior parte degli intervenuti, inoltre, pensa che l’informazione giornalistica che è stata data sul caso sia più che affidabile e veritiera, e cita quindi articoli di giornale come alcuni storici citano le veline di polizia, convinti che si tratti di una verità insindacabile.


L’idea del museo di Predappio è venuta al sindaco, che l’ha più volte raccontata nelle sue interviste, in genere riportate molto seriamente su giornali stranieri, molti anni fa. Già allora ci furono una serie di interventi pro e contro (ricordo quello di Canfora, che riteneva si trattasse di un periodo troppo vicino per poter essere oggetto di interpretazione e narrazione storica, o quello di Sabbatucci, che pensava – come molti oggi – che un museo sia di per sé una celebrazione del suo oggetto, dimenticando i tanti esempi contrari che esistono ovunque), sulla cui base il sindaco di Predappio chiese a un piccolo gruppo di persone di elaborare non il progetto del museo, ma delle linee guida che potessero aiutare la Giunta nel processo che aveva messo in piedi e che aveva come tappe l’acquisizione dell’edificio (la ex Casa del Fascio e dell’Ospitalità), il reperimento di risorse (europee, nazionali, pubbliche e private) e l’affidamento, con criteri che avrebbe stabilito, della progettazione, e infine la messa a gara dell’attuazione del progetto stesso. Quel gruppo, di cui ero coordinatore, produsse un documento quasi un anno fa, nel giugno 2015. Quel documento viene pubblicato integralmente su Doppiozero in modo che chiunque voglia ritrovi lì eventuali motivi di opposizione o di accordo.

Rispetto al dibattito pubblico che vi è stato mi permetto di aggiungere poche osservazioni a quel testo che considero ancora attuale.


1) È possibile che sia vero che “i musei storici, in Italia, non hanno mai rappresentato un momento di eccellenza nella politica culturale del nostro paese”, come ha scritto su ilmanifesto,info Enzo Collotti il 4 aprile. Forse ciò è avvenuto (ma non dimentichiamo invece qualche buona o ottima esperienza) anche perché gli storici se ne sono spesso disinteressati, preferendo vivere nella torre d’avorio delle proprie ricerche libere e disinteressate (anche se spesso con una forte ricaduta pubblica di cui sono ben consapevoli) invece che sporcarsi le mani con amministrazioni, istituzioni, norme, leggi, committenti che certamente avrebbero potuto (e dovuto) avere voce in capitolo sul progetto in questione. Oggi il ruolo degli storici è estremamente più basso di quello di anni o decenni fa, e chi ha, come me, una certa età, ha vissuto direttamente questo processo di indebolimento funzionale (chi ha voglia legga il bell’intervento di Tommaso Detti, Lo storico come figura sociale). Lo storico che voglia operare nell’arena pubblica sa oggi molto bene che non è più la figura principale, quella con maggiore potere e decisione: il che lo costringe a scegliere se occuparsi o no di qualcosa che coinvolgerà necessariamente anche altre figure (e, nel caso di un museo, architetti, designer, grafici, fotografi, museologi, informatici, ecc; oltre evidentemente alla committenza, che può avere una propria idea forte già pronta o invece la sta cercando).


2) Si dà per scontato, non riesco a capire se per convinzione dell’impossibilità di modificare la realtà o come giustificazione di una presa di posizione aprioristica, che Predappio “rimanga ostaggio del pellegrinaggio di irriducibili nostalgici” (ancora Collotti) o sia “molto difficile se non impossibile decostruire o neutralizzare uno spazio che ha assunto agli occhi di fascisti, neo-fascisti e nostalgici l’aura di un luogo sacro” (Levis Sullam, Contro il museo del fascismo, «Doppiozero»). Come dire: Predappio è persa da decenni, lasciamola a quella sacralità nostalgica per sempre. La sfida che il sindaco ha iniziato, intanto, è proprio questa. E perché non potrebbe vincerla? Chi conosce Predappio sa che la realtà odierna è molto diversa di quella di venti o quarant’anni fa, e che gran parte dei nostalgici che certamente vi si recano, non sono più i picchiatori fanatici di un tempo (qualcuno può essercene ancora, specie nelle tre date canoniche di pellegrinaggio), ma spesso figli o nipoti di ex fascisti che guardano con curiosità e spesso disincanto a quel luogo, dove potrebbero trovare anche informazione storica ed educazione alla critica invece che solo la cripta del duce. La casa del duce è da anni luogo di mostre storiche: quelle su Mussolini socialista e su Mussolini interventista sono state viste da migliaia di persone che hanno avuto modo di imparare qualcosa su un personaggio storico che conoscevano, in genere, in modo approssimativo, carente e fasullo.


3) Qualcuno sostiene che sarebbe meglio fare il museo a Roma o a Milano. Bene, che si mobiliti perché questo avvenga, visto che in settant’anni nessuno lo ha mai proposto in modo serio. Ma perché Predappio dovrebbe “attendere” che venga costruito un museo a Roma o a Milano prima di fare il suo? Si dice che manca un lungo periodo di studio, come avvenuto in Germania o altrove; ma si vuole dimenticare, spesso anche da parte di chi li ha scritti, le migliaia di volumi sul fascismo che abbiamo a disposizione, che se non possono farcelo considerare un periodo di cui si sa tutto, nemmeno ci consente di immaginare come un’epoca di oscurità dal punto di vista storiografico e documentario (oltre che memorialistico, ecc). Si sostiene che prima si dovrebbe creare un comitato scientifico nazionale e internazionale che possa garantire serietà e rigore, sorvolando che questo dovrebbe avvenire anche a Roma e a Milano e che sui nomi di questo comitato si innesterebbero discussioni, proposte, veti, polemiche di ogni tipo (e infatti nessuno ha proposto i nomi per un eventuale comitato). Ci si dimentica, inoltre, che bisognerebbe capire chi dovrebbe nominarlo un simile comitato, e con quale autorità.


4) L’impressione generale che ho ricavato dalla discussione è che ci sia ancora, da parte soprattutto di chi si oppone al museo, una paura di parlare pubblicamente del fascismo attraverso una narrazione che si rivolga a chi non ne sa nulla o ne sa poco. È la paura che l’eventuale ignoranza del pubblico faccia prevalere un’interpretazione pericolosa del fascismo, o limitata, o errata, o parziale. Certamente, ogni museo, anche i più belli, hanno una narrazione e interpretazione parziale, non ci si può trovare dentro tutto: ma in genere si valutano, si criticano, si propone di migliorarli, quando sono stati costruiti, non impedendo che lo si faccia. Forse bisognerebbe ascoltare molti insegnanti, cui piacerebbe trovare un luogo che li aiuti ad affrontare un periodo storico che rimane difficile perché sempre sottoposto al vaglio di genitori, pubblico, istituzioni, ecc., che tendono a non fidarsi della legittimità culturale e scientifica degli insegnanti. O provare a fare un sondaggio serio tra i giovani per vedere quale sia il loro orientamento. Personalmente questa sorta di censura preventiva nei confronti di un’epoca storica complessa e tragica non riesco ad accettarla, anche se la sinistra l’ha coltivata (e in parte la coltiva ancora) da decenni nei confronti del comunismo e della storia altrettanto tragica di cui è stato protagonista.

È difficile pensare di discutere serenamente se si viene accusati di aver voluto ottenere un’adesione allo sforzo del sindaco di costruire il museo perché esso aprirebbe “la concreta opportunità offerta dal milionario finanziamento governativo, nonché la prospettiva di (affollati) comitati scientifici per centro studi e museo” (Levis Sullam). Oltre al fatto che il governo non ha finanziato nulla e nessuno sa se lo farà, posso assicurare che il documento prodotto qui sotto è il risultato di un lavoro di gruppo completamente gratuito, in cui ognuno dei partecipanti ha, al contrario, speso di suo per andare e venire a e da Predappio e cercare di capire quella realtà, quell’edificio, quella storia.

 


LINEE GUIDA PER IL PROGETTO DEL MUSEO STORICO PREVISTO NELL’AMBITO DEL RIUSO DELL’EX CASA DEL FASCIO E DELL’OSPITALITA’ DI PREDAPPIO

 

Il comitato consultivo nominato dal Comune di Predappio per indicare, pur senza entrare nel dettaglio delle scelte progettuali, alcune linee guida da tenere presenti nelle proposte di valorizzazione e musealizzazione dell’ex Casa del Fascio e dell’Ospitalità di Predappio, ha elaborato il seguente documento.

 

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La scelta di operare una ristrutturazione dell’ex Casa del Fascio e dell’Ospitalità non corrisponde solamente alla volontà dell’Amministrazione comunale di valorizzare la memoria storica presente nella città di Predappio in un’ottica di conoscenza del passato e di educazione critica alle vicende storiche della prima metà del ventesimo secolo; s’inserisce anche in un processo in corso in tutta Europa di ripensare i musei storici e la costruzione di una memoria pubblica condivisa attorno a fatti ed eventi che sono stati profondamente significativi per il loro valore simbolico e politico e per il richiamo a un’epoca tragica e difficile della storia europea.
Sono almeno vent’anni che, nella dimensione e nello spazio pubblici, la memoria ha avuto il sopravvento sulla storia. I motivi, più che legittimi e giustificati, di porre le vittime al centro dell’attenzione e della riflessione della storia recente, hanno permesso di costruire in tutto il mondo monumenti, memoriali, percorsi di memoria che hanno aiutato ad avere una conoscenza più ampia e completa dei fatti avvenuti. Il riconoscimento, almeno in via di principio, della cultura dei diritti, della democrazia e della partecipazione, ha permesso di costruire un sistema di valori che costituisce ormai una sorta di etica internazionalmente accettata.


Se quindi è acquisita, in tutta Europa e in tutto il mondo, l’importanza della memoria e della voce soggettiva delle vittime – si pensi alla istituzione di molte giornate incentrate sulla memoria e ai memoriali che sono sorti sulla Shoah, sulle vittime delle guerre e dei totalitarismi, delle stragi e delle repressioni violente – bisogna anche riconoscere che l’attenzione alla storia si è fatta più flebile, spesso sopraffatta proprio dalla ridondanza di memorie che hanno costituito il centro delle iniziative pubbliche e dell’attenzione politica.
In un momento come quello attuale, segnato dalla globalizzazione crescente, dalla presenza in ogni paese di forti minoranze provenienti da culture diverse (ognuna con le proprie memorie storiche), dall’assenza nelle giovani generazioni di una coscienza storica forte (sia per quanto riguarda gli eventi della storia nazionale e globale sia per quanto riguarda le interpretazioni che se ne sono date), c’è bisogno di un forte ritorno alla Storia come punto di riferimento e fonte di una coscienza critica moderna e consapevole.
Proprio perché ormai è un fatto assodato che la memoria delle vittime è un punto essenziale e ineliminabile di ogni ricostruzione storica, bisogna anche sottolineare come una coscienza critica e moderna non può fondarsi solo su essa, ma deve basarsi sulla «complessità» della storia, sui suoi aspetti molteplici e contraddittori, gli unici che possono permettere di «comprendere» quanto è avvenuto e di trarne, quindi, indicazioni – politiche, morali, culturali – anche per il presente.

 

Il fascismo, e l’Italia durante il fascismo, deve oggi diventare qualcosa di più di una semplice storia del regime fascista. Esso deve diventare oggetto di un percorso illustrativo ed educativo che vada oltre la necessaria, ovvia e meritoria condanna di un totalitarismo che ha distrutto la democrazia e negato i diritti umani, che è stata fatta da tempo e che è ormai condivisa dalla stragrande maggioranza. Questo percorso deve diventare strumento di conoscenza e insieme di educazione critica, in modo da far leggere e giudicare autonomamente le esperienze della storia e che il racconto dei fatti e la narrazione del contesto possano interagire con la coscienza civile e democratica di chi osserva (e aiuti a costruirla per chi ancora guarda con stereotipi, pregiudizi o menzogne accumulate nel tempo).


Il piano di ristrutturazione e riuso dell’ex Casa del Fascio e dell’Ospitalità di Predappio dovrà essere accompagnato da una riflessione sui musei di storia contemporanea e suiloro risultati e proporsi come un progetto d’avanguardia che possa intrecciare una conoscenza basilare della storia del fascismo e dell’Italia durante il fascismo, la possibilità di vivere esperienze relative a quel periodo grazie alla partecipazione/interazione che le nuove tecnologie permettono, l’accrescimento di una capacità critica che possa permettere – sulla base anche di testimonianze dei protagonisti e delle vittime del regime – un autonomo giudizio etico-politico storicamente fondato.

È la riflessione storica che deve diventare il punto di partenza e la base per una riflessione/scelta di valori che, per quanto condivisi dalla maggioranza, non si possono dare per scontati e acquisiti, e neppure possono solo essere propagandati, ma devono essere conquistati con la conoscenza e la riflessione.

Il carattere complesso e contraddittorio dell’esperienza storica è qualcosa che va oltre la semplice – e comunque necessaria – individuazione di valori, e deve riuscire a dar conto delle difficoltà delle scelte etico-politiche, e a volte radicali, che si pongono di fronte a tutti i cittadini in alcuni momenti storici. Un museo storico non è mai, se concepito e realizzato con criteri moderni, una celebrazione di un «punto di vista» della storia, né di quello che ha vinto, ma neppure di quello più «giusto»; bensì lo strumento per comprendere la storia e interagire con essa sulla base delle conoscenze, dei valori, dei problemi del presente.

 

Il fascismo è stato al centro di quel sistema di regimi totalitari che ha caratterizzato l’epoca tra le due guerre e che, per una parte d’Europa, è proseguito anche oltre. La coscienza europea odierna, fondata sui valori di democrazia, diritto, partecipazione e unità dell’Europa che si sono imposti dopo il 1945 e dopo il 1989, ha bisogno di una riflessione storica che aiuti la costruzione di una memoria comune, che non può che fondarsi sulla comprensione e sulla conoscenza critica di quanto avvenuto.
Predappio, che rimane necessariamente, comunque lo si veda, un «simbolo» ineliminabile della storia legata al fascismo, deve cessare di essere un momento di quella «memoria», soggetta quindi ai flussi più deleteri della nostalgia, per diventare il momento propulsore di una diffusione di conoscenza storica e comprensione della sua complessità. La Casa del Fascio dovrà essere il centro di un percorso educativo permanente su più piani che possa diventare, grazie a un progetto originale e innovativo, un momento indispensabile per la costruzione e il rafforzamento della identità storica italiana e europea.

 

Per rimanere ancora su di un piano abbastanza generale, bisogna sottolineare come sia importante che, in qualsiasi modo si voglia realizzare il museo, esso debba rispondere ad alcune tendenze e requisiti che sono ormai necessari per ogni struttura o istituzione museale di qualsiasi tipo, e in particolar modo per quelle a carattere storico.
Un museo, oggi, per poter rispondere alle esigenze soprattutto dei più giovani visitatori – che in questo caso si presume dovranno e potranno costituire la maggioranza – deve riuscire a intrecciare in modo coerente ed equilibrato diversi aspetti:

 

Conoscenza. Un museo storico non può prescindere da una trasmissione di conoscenze storiche, ma deve anche essere in grado di farlo con chiarezza e semplicità, sintetizzando in modo equilibrato gli aspetti complessi che caratterizzano ogni vicenda storica, evidenziando i momenti fattuali più significativi e i caratteri generali del contesto in cui avvengono ma anche suggerendo ipotesi interpretative e percorsi di giudizio differenti. Il tutto deve avvenire attorno a una narrazione che sia capace di riassumere e semplificare, lasciando inalterato e presente il tasso di contraddittorietà e complessità che ogni vicenda storica contiene.


Emozione. Creare emozioni deve essere un esplicito compito del museo, non solo per massimizzare l’impatto con i visitatori e per tenere desta la loro attenzione in ogni momento, ma perché è attraverso insieme la partecipazione e l’empatia nei confronti del mondo raccontato che si può favorire più facilmente il processo di apprendimento e comprensione. Dal ventesimo secolo in poi, del resto, proprio l’ingresso massiccio e continuo delle immagini nella vita di tutti i giorni e nelle svariate forme di racconto e narrazione di ogni tipo (anche storica), ha reso ineliminabile e più forte la presenza di fattori emotivi come complemento dello stesso processo di conoscenza e apprendimento. La narrazione, così, dovrà intrecciare in modo equilibrato ma forte tanto l’aspetto della conoscenza quanto quello dell’emotività.


Comprensione. Compito della storia è quello, principalmente, di permettere di comprendere il passato. Non solo di riviverlo attraverso memorie individuali o collettive, ma di cercare di comprendere i nessi complessi tra i singoli fatti e il contesto, di valutare la compresenza di cause molteplici e a volte contraddittorie, di ascoltare la presenza soggettiva di tutti gli attori presenti sulla scena storica per analizzarne i comportamenti e le scelte. Comprendere, dal punto di vista dello storico, è il contrario di giudicare. Un museo di storia (come ogni opera di storia) non può essere un “tribunale della storia”, che commina condanne e assoluzioni, che emette giudizi positivi e negativi, siano essi di carattere politico e morale; deve, invece, aiutare a capire perché le cose sono andate in un certo modo, se era inevitabile o se vi erano altre alternative, i motivi oggettivi e soggettivi di vittorie e sconfitte, la vicinanza o la lontananza tra il modo di pensare e il giudizio degli attori contemporanei (di cui occorre sempre ricostruire le convinzioni e credenze) e quello nostro di adesso.

 

Naturalmente, in vicende particolari – come questa relativa alla storia dell’Italia nell’epoca fascista, ma in genere per gran parte del Novecento e in particolare della sua prima metà – è inevitabile che emerga con forza nella narrazione storica anche un orizzonte morale, perché è in quei momenti che si sono scontrati visioni e valori profondamente diversi che hanno influenzato, spesso tragicamente, la storia di tutti. Occorre, in ogni modo, che la chiarezza sui valori non si sovrapponga al bisogno di comprensione, ma le serva anche di aiuto, evitando giudizi schematici che possono impedire la comprensione della complessità storica.

Un museo come questo di Predappio dovrà contare, in modo estremamente ampio, sulle nuove tecnologie, anche se occorre tenere presente quanto i costi di manutenzione e la rapida obsolescenza debbano sollecitare un’attenzione particolare alle scelte di fondo. Certamente l’intreccio tra un patrimonio audio-visivo imponente e le possibilità di utilizzo che danno le nuove tecnologie deve costituire un momento di riflessione fondamentale nella progettazione del museo, sia dal punto di vista dei contenuti storico-informativi che dal punto di vista dell’allestimento, che dovranno costituire un processo unificato e simbiotico.

 

Un ulteriore momento di riflessione che dovrà svolgere la progettazione del museo riguarda l’inserimento funzionale delle attività collaterali che avranno come punto di riferimento la struttura complessiva della Casa del Fascio: le attività di carattere sia educativo che divulgativo, il coinvolgimento sia prima che dopo la visita al museo, l’utilizzo sia come centro di ricerca e di studio che come momento di divulgazione e di educazione permanente.

Per quanto detto sopra si suggerisce che l’Amministrazione comunale di Predappio, all’atto della concretizzazione delle procedure per l’individuazione dei progettisti, chieda che i progettistessi rispondano alle seguenti esigenze:

La progettazione dovrà rispettare la tipologia e la disposizione delle funzioni previste nell’ambito del Progetto culturale di riuso e gestione.
Eventuali proposte innovative da questo punto di vista dovranno essere adeguatamente motivate e documentate.
La progettazione dovrà collocare il museo di Predappio entro una chiara dimensione europea, sulla base di contenuti e di proposte organizzative adeguate alla dinamica della musealizzazione sviluppatasi negli ultimi anni.


Eventuali proposte innovative da questo punto di vista dovranno essere adeguatamente motivate e documentate.
In particolare per quanto riguarda la funzione espositiva, la progettazione dovrà proporre la configurazione del comparto museale, la sua impostazione storica e museologica, il tipo e le caratteristiche dell’allestimento, ivi compreso l’impiego delle tecnologie di informazione e comunicazione.
La partecipazione e il coinvolgimento dei visitatori dovrà costituire un elemento necessario e significativo della progettazione, insieme alla coerenza e alla forza della ricostruzione storica.
Il gruppo di progettazione dovrà essere adeguatamente supportato da competenze specialistiche di provata esperienza, autonomamente individuate nei vari campi della storia contemporanea, della museologia, della comunicazione multimediale, della grafica, e di quant’altro ritenuto necessario per dare completezza al progetto generale di intervento.

 

Predappio, 8 giugno 2015

Marcello Flores, coordinatore
Patrizia Asproni
Andrea Emiliani
Vittorio Emiliani
Massimo Gardini
Carlo Giunchi
Giovanni Gozzini
Patrizia Marti

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