Il nostro comandante, il mio Fidel

Alla fine è successo all’Avana in una tiepida serata autunnale (cielo parzialmente nuvoloso, temperatura massima 27° C - minima 15° C), dopo la visita di Papa Francesco e di Obama, e prima di Capodanno, che è quando a Cuba la famiglia si riunisce attorno al lechón asado, al maialino arrosto. Di venerdì, che è il giorno più adeguato per morire, e spero senza dolore, russando come un bambino, come capita agli anziani più fortunati.

Quante volte mi sarò chiesta, in questi ultimi anni: “come reagirò quando Lui se ne andrà?”, “come lo saprò?”, “dove sarò?”. Fra tutte le possibili sceneggiature – compresa quella in cui vengo sorpresa dalla notizia mentre sono a lezione e allora chiedo agli studenti un minuto di silenzio, lo ricordo tra i singhiozzi, abbraccio il primo che mi capita a tiro mostrando chiari segni di squilibrio mentale – avevo proprio escluso la possibilità di venirlo a sapere nel silenzio del mattino, attraverso la laconica mail di un amico: “Fidel è morto, riposi in pace”. Nonostante le parole di Alemanitos – pedagogista poliglotta che di solito mi regala calembours – non suonassero scherzose, sono andata subito a verificare in rete, perché a furia di fantasie scaramantiche mi ero abituata all’idea che Fidel non sarebbe mai morto. Diciamo che pur non credendoci ci contavo. Invece Lui lo sapeva benissimo di essere mortale: nel corso degli ultimi mesi aveva accennato alla sua fine imminente e naturale, e aveva calcolato quando uscire definitivamente di scena, responsabile verso il suo popolo fino all’ultimo venerdì. Come un padre. 

 

Ho svegliato mio figlio spiattellandogli questo bel discorsetto e lui, con la saggezza dei suoi diciotto anni ha commentato con le lacrime agli occhi: “D’accordo, ma ti rendi conto che adesso non c’è più? E che per me non era come un padre: era più di un padre?”.

Sono andata a rileggermi i suoi ultimi scritti. Dopo la grave malattia del 2006, le modalità di comunicazione del Comandante erano cambiate, coerentemente con il suo ruolo. Niente più lunghi discorsi pubblici a braccio, raffinate architetture retoriche in cui la lezione ciceroniana, l’educazione gesuitica e l’esperienza giuridica si univano a un sapiente uso del linguaggio popolare, della battuta sagace, della citazione precisa e dei silenzi gravidi di suono. Elegante e irresistibile. Certa gente stanca di tediose tavole rotonde e di pedanti ramanzine evitava di ascoltarlo per il timore di dargli ragione. 

Il dottor Fidel Castro Ruz aveva una memoria straordinaria e una cultura versatile.

 

 

Sembrava interessargli tutto, ma proprio tutto, e ascoltava un capo di stato straniero e un operaio cubano con la stessa attenzione e rispetto. E se era una donna non parliamone. Ciò aveva il suo pro e il suo contro. La gente lo amava perché si sentiva amata, ma sotto sotto temeva di incontrarlo, perché se gli capitavi a tiro cominciava a riempirti di domande di ogni tipo fino a farti sudare. Io me lo ricordo, il povero metereologo José Rubiera in televisione, torchiato dal Comandante sulla struttura fisica dei cicloni tropicali nell’imminenza del passaggio di Lili e di Michelle, a ogni domanda sempre più rosso e imbarazzato.

Da dieci anni il “líder máximo” era tornato a essere soltanto il “compañero Fidel”, autore di riflessioni velate di malinconia e dense di preoccupazione per il futuro del pianeta, sino all’ultimo breve discorso letto con voce stanca nell’aprile scorso in occasione della chiusura del Settimo Congreso del Partito Comunista Cubano.

 

“Perché sono diventato socialista, o per meglio dire, perché mi sono convertito in comunista?”, fingeva di domandarsi, ricordando di aver compreso già a vent’anni l’importanza della Rivoluzione Russa, “enorme passo nella lotta contro il colonialismo e il suo inseparabile compagno, l’imperialismo”. Ma sono le sue parole conclusive a commuovermi: “Presto compirò 90 anni, non avrei mai pensato di arrivarci e non mi sono sforzato. È stato solo un capriccio del caso. Presto sarò come tutti gli altri. A tutti noi prima o poi arriverà il nostro turno, ma rimarranno le idee dei comunisti cubani come prova che in questo pianeta se si lavora con fervore e dignità, si possono produrre i beni materiali e culturali di cui gli esseri umani hanno bisogno e dobbiamo lottare senza tregua per ottenerli. Ai nostri fratelli dell’America Latina e del mondo dobbiamo trasmettere la certezza che il popolo cubano vincerà”. 

Fidel, che da anni aveva smesso l’uniforme e alternava la tuta da ginnastica alla camica a quadri, un pensionato come tanti nella sua casa cubanamente convenzionale, era tornato a riferirsi alla sua infanzia e giovinezza anche in occasione del compleanno, il 13 agosto, in una riflessione fitta di riferimenti autobiografici che iniziava così: 

“Sono nato in un villaggio chiamato Birán. Si conosce con questo nome, anche se non figura in alcuna carta geografica”. “Scusate che non abbia mai raccontato della mia infanzia”, aggiungeva, “se avrò tempo ci tornerò sopra. Ho qualche idea di come si possa e si debba insegnare a un bambino. Ritengo che il maggior danno che si possa fare a un bambino sia negargli l’educazione”. 

 

Per Fidel la scuola fu sempre una magnifica ossessione. Sulla scia di José Martí, il quale aveva scritto che “essere colti è l’unico modo per essere liberi”, il nostro Comandante era convinto che una rivoluzione dovesse combattere prima di tutto l’ignoranza e l’incultura, “pilastri su cui si sostiene tutto l’edificio della menzogna, tutto l’edificio del miseria, tutto l’edificio dello sfruttamento”. Ecco perché proprio all’inizio della Rivoluzione propose una Campaña de Alfabetización che si concluse ufficialmente il 22 dicembre 1961 con la proclamazione di Cuba “Territorio Libre de Analfabetismo”. 

Fidel era marxista di testa e martiano di cuore e sapeva concilare la letteratura con lo sport, il mare con l’arroyo della sierra, lo studio (molto) con l’ozio (quando?), la tenerezza (sì, c’era) con la severità (no comment). Sembrava così a suo agio nell’uniforme impeccabilmente stirata che ti veniva la fantasia che non se la togliesse neppure per andare a dormire. E poi era virile, certo, molto virile, ma senza ostentazione. Nessuna battuta volgare. Mai. Nessuna barzelletta su donne o maricones, ci siamo intesi? E mai, dico mai, una parolaccia. Un aspetto, questo della virilità all’antica, che piaceva molto alla gente, senza distinzione di genere e di razza (termine che a Cuba si utilizza senza patemi, come la parola “negro”). Per tutti era un modello di Don Giovanni ispanico, per alcuni addirittura un Changó, il promiscuo e libertino monarca delle divinità yoruba, oricha del fuoco e della guerra. In sintesi, “un vero macho rivoluzionario e mujeriego, a quanto si dice. O almeno così lo descrive il mito, ma senza l'ipocrita pudicizia gringa; anzi, con estremo orgoglio insurgente” (pago pegno: non sono parole mie ma di Emanuele l’antropologo, che credo stia meditando una ricerca sul campo).

 

Che Fidel avesse poi qualcosa di sovrannaturale era una fantasia condivisa. Si diceva che non dormisse mai e che trascorresse ogni notte in una casa, in un quartiere, addirittura in una provincia diversa, per sfuggire agli attentati, ma in realtà per vegliare sul suo popolo. Pare comunque sicuro che dormisse poco e ricevesse persone anche a notte fonda, arrivando a stremare i suoi ospiti con conversazioni che facilmente si estendevano fino all’alba.

A lui si attribuiva qualsiasi piccola e meno piccola sciagura domestica e climatica. Come noi a Milano, ai bei tempi, esclamavamo “piove, governo ladro!” in risposta all’ennesima esondazione del Lambro, i miei vicini, in risposta a un improvviso black-out proprio alle 9 di sera, nel bel mezzo dell’ottantesima puntata di Avenida Brasil mandavano al diavolo Fidel con tutta la sua dinastia. Lo chiamavano “nuestro comandante” solo quando si comportava bene, ma spesso e volentieri non lo nominavano direttamente ma in complice silenzio, alludendo alla sua barba, e ancora più volentieri utilizzando diversi soprannomi abbastanza bizzarri e non sempre comprensibili, come Fifo, Manolo, tu tío, quién tu sabes, el uno e el caballo... come se chiamarlo col suo nome significasse ritrovartelo tra capo e collo, col problema di fargli il caffè e i convenevoli del caso.

 

Lo so, sto facendo la spiritosa per non piangere. In realtà non ce la faccio più, e vorrei soltanto essere lì all’Avana come quindici anni fa a tradurre il suo ultimo discorso di notte, mentre il mio bambino dorme e il tempo stringe perché all’alba le sue parole verranno diffuse in tutto il mondo, in dieci lingue diverse, e io sono un’umile traduttrice che si è cacciata in un bel pasticcio, ma intanto accarezza e si gode le sue parole e lo ringrazia di tutto, come la sua gente.

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