Il pollaio della Casa Bianca

Mi ricordavo di un librino illustrato, per bambini, che racconta di un galletto a cui uno degli animali della fattoria ha rubato il chicchirichì. Mi è tornato alla mente alla fine della lettura del libro di Michael Wolff, Fuoco e furia. Dentro la Casa Bianca di Trump, quando cercavo un’immagine che sintetizzasse la confusione di figure e voci in esso contenute. Un pollaio. Un pollaio con tanti galli, in cui ognuno cerca di rubare il chicchirichì agli altri. Ammetto che non avrei mai pensato di poter associare una simile immagine alla Casa Bianca. Nel ripercorrere la sua storia, nei presidenti che l’hanno abitata, avevo incontrato: arroganza, spesso, dettata dalla consapevolezza del potere; poi, ma non sempre, competenza e autorevolezza; di sicuro, qualcosa che in qualche momento è stato definito grandezza. E infine anche varie tipologie e misure di inadeguatezza e di corruzione. Ma mai un quadro come quello descritto da Wolff.

 

La Casa Bianca di Donald Trump è un unicum. Non solo per la pochezza intellettuale e politica del presidente e del personale da cui è circondato. Credo non siano mai esistiti un disordine nei ruoli e un’instabilità negli accoppiamenti tra persone e funzioni paragonabili a quelli che hanno caratterizzato finora l’amministrazione attuale. Per questo nel lavoro del giornalista Wolff non si può non apprezzare lo sforzo di dare un qualche ordine a un mosaico le cui tessere vengono continuamente rimescolate e – ultimo ricorso alla metafora iniziale – di dare conto delle varie gole da cui sono usciti o in cui si sono strozzati tanti chicchirichì diversi.

 

Il libro è voluminoso: trecentocinquanta pagine per i primi sette mesi della presidenza Trump. La lettura non è agevole. Non per limiti di scrittura dell’autore, che anzi fa ogni sforzo per tenere desta l’attenzione del lettore; ma per l’oggettiva difficoltà di tenere il filo di chi è chi e in quale ruolo, di chi sta con chi o è contro chi (in quale momento e su quale questione), delle altalenanti “fortune” dell’uno o dell’altro agli occhi del presidente e così via. Sono stati messi al loro posto e sono stati allontanati o se ne sono andati, a volte a pochi giorni dall’incarico, figure di primo piano come lo stratega Steve Bannon, l’apparentemente inamovibile tutore politico di Trump, e il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn; vertici dello staff presidenziale come Reince Priebus e Katie Walsh; responsabili della comunicazione come Sean Spicer e Anthony Scaramucci; consulenti come Paul Manafort e Corey Lewandowski e altri funzionari di vario livello. Una storia che sembra non avere fine: nelle ultimissime settimane si è dimessa Hope Hicks, la giovane e bella responsabile della comunicazione che avevamo letto essere così vicina al presidente, e se ne è andato Gary Cohn, ex presidente di Goldman Sachs, consigliere economico di Trump e direttore del Consiglio economico nazionale. 

 

 

Una delle difficoltà ricorrenti è quella che Wolff deve affrontare ogni poche pagine per definire l’atteggiamento con cui Trump si muove nei panni di presidente degli Stati Uniti. Al Wolff cronista basterebbero poche battute, poche righe; il Wolff cronachista, invece, è costretto ogni volta a ribadire essenzialmente gli stessi concetti introducendo piccole varianti e sfumature sapendo di sfidare la resistenza di chi legge. In una situazione parzialmente simile si trova anche con “Jarvanka”, la coppia dei coniugi Jared Kushner e Ivanka Trump, della cui volubilità, incompetenza e presunzione Wolff offre svariati esempi. 

 

Nel loro caso, tuttavia, la cronaca è tenuta viva dal persistente antagonismo che li contrappone a Bannon fino all’agosto 2017, quando il chief strategist si dimette, o “è dimesso”. Essendo poi lo stesso Bannon il principale informatore di Wolff, la contrapposizione personale e politica tra lui e la coppia di figlia e genero del presidente diventa una delle chiavi di lettura dei giochi di potere che hanno luogo nella West Wing, l’ala della Casa Bianca dove si trova lo studio ovale. In sostanza è attorno a questi tre – più che attorno a Trump – che sembrano muoversi tutti gli altri, entrando o uscendo di scena, affondando o salendo sulla cresta dell’onda a seconda che siano i Jarvanka o Bannon a prendere le redini tra le mani. 

Wolff affonda il coltello dissacratore sui comprimari, ma è più cauto con il presidente. Ne mette in luce ripetutamente i limiti e i difetti, tra cui la disinformazione e l’estraneità al mondo e ai modi della politica istituzionale. Riporta anche giudizi drastici, sempre attribuendoli ad altri (“Ma lui capisce?”; “La sua follia era del tutto priva di metodo”; “È un cretino, non c’è dubbio” …). Ma a intervalli li controbilancia, anche se a un lettore attento non sfugge il doppio taglio delle sue parole. Un solo esempio: “…visto da vicino, Trump non è l’uomo pretenzioso e bellicoso che ha aizzato folle idrofobe in campagna elettorale. Non è né irascibile né aggressivo. È stato forse il candidato più fragoroso, minaccioso e preoccupante nella storia americana moderna, ma di persona è quasi conciliante. Il suo profondo autocompiacimento è contagioso. In sua presenza, la vita sembra rosea. Trump è un ottimista – almeno nel giudicare se stesso – e sa essere affascinante e lusinghiero, capace di prestare al suo interlocutore un’attenzione assoluta. È spiritoso, persino autoironico. E ha energia da vendere. ‘Facciamolo!’ è la sua risposta a qualsiasi cosa. Non è un duro. È ‘uno scimmione dal cuore d’oro’, secondo la definizione non proprio adulatoria di Bannon”. 

 

Fuoco e furia, lo si sarà capito, non è un testo di analisi politica. Non è quella la cifra di Michael Wolff. Quando non siano “filtrabili” attraverso le azioni, le mosse e le parole delle persone coinvolte, le grandi questioni dei primi mesi di presidenza Trump – dal Russiagate all’immigrazione, dai tentativi di cancellare la riforma sanitaria di Obama alla riforma fiscale attuata con successo... – rimangono ai margini del libro. Del resto, molto di quanto appartiene al piano più strettamente politico-pubblico di questa amministrazione è stato ampiamente riportato e discusso su tutti i media. 

 

È probabile che, insieme con la curiosità per l’uomo Trump, sia stata la propagandata qualità voyeuristica del racconto – dare al lettore l’impressione di poter spiare le segrete cose dai buchi delle serrature o di origliarle da dietro le porte – a rendere popolare il libro prima ancora della sua uscita. Ed è stata senza dubbio l’abile orchestrazione del battage mediatico internazionale a determinare poi la grande quantità di vendite. La pubblicazione del libro, com’è noto, è stata preceduta da minacce di querela per diffamazione e da richieste di bloccarne stampa e diffusione.

 

L’editore americano ha risposto alle intimidazioni addirittura accelerando i tempi dell’uscita (avvenuta pressoché in contemporanea in molti paesi e in lingue diverse) e permettendo ai giornali di tutto il mondo di lanciare il libro citandone le “rivelazioni” più significative (come la sorpresa di Trump per la totalmente inattesa vittoria l’8 novembre 2016) e i pettegolezzi più succosi (tra cui quelli dei tre televisori in camera da letto, della mania per gli hamburger e della figlia Ivanka che deride il ciuffo tinto e imbalsamato del padre). In linea con i tempi, si può dire, quando la politica si fa spettacolo e quello che avviene dietro le quinte sembra essere più interessante di quello che si svolge sulla scena. 

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