Il salto nel vuoto, tre secondi dopo

I primi anni novanta sono un succedersi di cadute: il Muro e la Cortina di ferro, i monumenti dei leader politici assieme alle speranze alimentate dall’utopia socialista. Un crollo di icone, che si sfracellano a terra senza protezione, perdendo letteralmente la faccia. In tale frangente storico è cresciuta una generazione di artisti rumeni che oggi conoscono un successo internazionale: Adrian Ghenie, Mihai Pop, Victor Man, Cristian Rusu, Serban Savu, Mircea Cantor, Ciprian Mureșan. Da adolescenti, il giorno di Natale, vivono la brutale esecuzione di Ceausescu e consorte; osservano impotenti il passaggio repentino dal regime comunista all’economia capitalista; rimettono in questione l’«oblio del fascismo» (Alexandra Laignel-Lavastine) di alcuni celebri espatriati rumeni degli anni trenta quali Emil Cioran, Mircea Eliade e Eugène Ionesco; s’interrogano lucidamente sulla specificità del comunismo rumeno, nelle parole di Mureșan «una manifestazione idiosincratica dell’ideologia rivoluzionaria: contraddittoria, paradossale, brutale, resistente a ogni definizione». 

 

Cipriam Muresan, Leap Into the Void - After Three Seconds

 

Da anni Cantor raccoglie materiale fotografico sul destino politico di Constantin Brancusi in Romania: da artista traditore venduto all’Occidente è diventato un’icona nazionale, un brand dell’identità rumena. La presenza di temi brancusiani nella visualità rumena –  dal design alle decorazioni architettoniche – è il tema de La partie invisible de l’infini, ora esposto all’Atelier Brancusi di Parigi (fino al 3 aprile 2017). Dal canto suo, nel 2006 Mureșan ritaglia dei dischi in vinile di canzoni popolari rumene per comporre la frase Communism Never Happened, un ritornello scettico in cui real politik e teorie del complotto finiscono per confondersi.

 

Yves Klein salta nel vuoto

 

Nel 2004 Ciprian Mureșan (che ha esposto recentemente alla galleria Eric Hussenot di Parigi e aprirà presto una personale alla Nicodim Gallery di Los Angeles) realizza un remake del celebre gesto kleiniano (Leap Into the Void - After Three Seconds). Un salto nel vuoto del pittore dello spazio, come annunciava il «Journal du dimanche» del 27 novembre 1960 accanto a una fotografia in bianco e nero. Così Yves Klein impaginò la sua performance senza spettatori a Fontenay-aux-Roses, 5 km a sud di Parigi. Un’operazione mediatica che camuffò in evento di cronaca un gesto squisitamente artistico. Non solo lo scatto era in realtà un fotomontaggio di Harry Shunk e Jean Kender, realizzato dopo che Klein saltò per nove volte nel vuoto davanti ai fotografi, ma il giornale fu appositamente concepito: un quotidiano di quattro pagine, ispirato al vero «Journal du dimanche» e uscito in edicola per un solo giorno, accanto all’originale.

 

Yves Klein a Fontenay-aux-Roses

 

Rifacendosi a Klein, Mureșan introduce una variante decisiva, mostrando quello che lo scatto fotografico originale nasconde, quanto accadde tre secondi dopo: il corpo dell’artista schiacciato a terra, vinto dalla forza di gravità. La cronaca nera è lontana: il volto si sottrae all’obiettivo della macchina fotografica, nessuna traccia di sangue macchia il marciapiede. Mureșan non è Weegee. L’attenzione è tutta nel gesto, nella posa a braccia aperte, come un Icaro senza ali o un povero Cristo caduto dalla croce. Giusto un tonfo sordo, ma non per questo meno doloroso. Come un brutto scherzo, sospeso tra l’humour noir surrealista e il cinismo alla Emil Cioran, che nel 1960 – l’anno del salto nel vuoto – pubblica Storia e utopia. Mureșan si lancia dalla finestra ma non trova alcuna protezione tesa da mani amiche (nel caso di Klein i suoi colleghi judoisti). Del salto dell’artista, che spicca il volo come un uccello sfidando i limiti umani, resta un corpo che fa tutt’uno con il selciato. Quel medium atmosferico che, negli anni sessanta, gli artisti utopici e concettuali avevano riempito di vuoto, come se fosse una sostanza, si rivela per quello che è: un elemento immateriale, una colossale illusione.

 

Yves Klein salta nel vuoto

 

Mureșan s’interessa al modo in cui la sua fotografia circola nei mass media, soprattutto cataloghi e riviste d’arte. In questo modo si accorge che il suo cliché è riprodotto ogni volta in scala diversa, leggermente contornato («cropped», il termine inglese ha qualcosa di onomatopeico). Disegna a matita questi ritagli di stampa in scala 1:1, limitandosi a ricopiare l’immagine e omettendo il resto, lasciandola sospesa in mezzo al foglio bianco. Ricopia il proprio lavoro, a sua volta copia di un altro lavoro, così come è riprodotto in un mezzo di comunicazione di massa.

Rimettendo in scena il salto nel vuoto, Mureșan ha senza dubbio in mente l’artista olandese Bas Jan Ader che, nei suoi brevi film di cui è l’unico performer – una sorta di slapstick comedy metafisica – declina in diverse forme il gesto della caduta. Lo vediamo cadere dal tetto di una casa di Los Angeles (Fall I, 1970), in un canale di Amsterdam mentre pedala in bicicletta (Fall II, 1970), dal ramo di un albero sul bordo di un fiume, su cui pendola il suo corpo bislungo (Broken Fall (organic), 1971).

 

Journal du dimanche, edizione straordinaria, 27 novembre 1960

 

Tuttavia il remake con variante di Mureșan ha un’evidente coloritura politica: il sogno infranto è quello del comunismo, schiacciato sull’asfalto come un gatto domestico che attraversa l’autostrada.

Ecco il senso dello scarto tra il salto e la caduta che dividono Klein da Mureșan, Parigi da Cluj, il secolo breve dal XXI. Che si tratti della stessa azione? Un artista che spicca il volo alle porte di Parigi nel 1960 e atterra nel XXI secolo in Romania. Vertiginoso pensare che questa traversata storica e geografica dell’Europa continentale avvenga in soli tre secondi.

 

Questo articolo è uscito l'11 dicembre su Alias in versione ridotta, nella rubrica «Cristalli liquidi» di Riccardo Venturi.

Sei arrivato fin qui da solo, ora andiamo avanti insieme: SOSTIENI DOPPIOZERO e diventa parte del nostro progetto. Basta anche 1 euro!