Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern

«Nell’inverno del 1944 ero prigioniero dei tedeschi in un paese verso il mar Baltico. Nevicava fitto, nevicava sempre. Io guardavo attraverso le piccole finestre della baracca ricordando la mia felice libertà nel paese lontano. E nel silenzio, tra il nevischio, mi ritrovai a ricordare compagni che la guerra aveva portato via. Improvvisamente mi tornarono veri, come stessi rivivendoli, i fatti che mi erano capitati l’anno prima […]. Presi allora un mozzicone di matita che conservavo nello zaino per quella mania che avevo di scrivere il mio diario, e su pezzi di carta racimolati in fretta incominciai a scrivere».

È in questa maniera che il sergente maggiore degli Alpini Mario Rigoni Stern decide di trasformare la stesura del suo diario personale nel racconto di una testimonianza, di ciò che vide in Russia durante la Seconda guerra mondiale, a cominciare dalle sponde bianche di neve di un Don immobilizzato dal ghiaccio. Lì, dove il fiume devia improvvisamente verso est e sembra avvicinarsi fatalmente al Volga per poi ritornare in direzione del mar Nero. È in questa maniera che degli appunti presi su blocchi di fogli numerati divengono l’ossatura di quel libro che sarà pubblicato nel marzo del 1953 come Il sergente nella neve, sedicesimo della collana sperimentale I gettoni, affidata dalla Einaudi a Elio Vittorini.

 

Perché lo aveva fatto? Perché aveva cominciato a scrivere? È di nuovo l’autore a spiegarlo, nel 1965: «Dovevo dire quel che era accaduto a migliaia di uomini come me in quel dato periodo della guerra. Senza la strategia e la tattica […]: narrare solamente una condizione umana. Tutto qui».

Rigoni racconta il freddo mediante l’epidermide: sentiva le mani «come se tanti aghi le perforassero»; la neve tramite gli occhi: «I russi uscirono improvvisamente dal bosco di querce e trovandosi in mezzo a quel biancore si saranno stupiti battendo le palpebre»; chiama in causa i bisogni primari, come quello di nutrirsi, descrivendo le perlustrazioni degli orti abbandonati in cerca di qualche verdura o il senso di benessere che provoca lo scovare un maiale in un villaggio deserto. Gli affetti sono dati per il tramite di oggetti minuti («Nella mia tana, inchiodato ad un palo, rimaneva il presepio in rilievo che mi aveva mandato la ragazza per il giorno di Natale») o di abbracci con amici di infanzia ritrovati nel caos della ritirata.

 

 

Siamo in guerra, e all’inizio siamo tra i camminamenti della prima linea. Allora la storia non può che essere anche quella di un esercito fatto di uomini come noi, che come noi soffrono per le stesse mancanze, ma lo fanno dall’altra parte di un fiume gelato; un esercito al quale occorre nascondere la ritirata, quando arriva l’ordine di ripiegare e il ventunenne Mario Rigoni Stern è comandato di organizzare l’abbandono delle postazioni, perché nessun ufficiale sarebbe giunto per occuparsene: «Il momento culminante della mia vita – racconterà nel 2000 – non è quando ho vinto premi letterari o scritto libri ma quando la notte dal 15 al 16 sono partito da qui sul Don con 70 alpini e ho camminato verso occidente per arrivare a casa. Sono riuscito a sganciarmi dal mio caposaldo senza perdere un uomo, riuscire a partire dalla prima linea organizzando lo sganciamento, quello è stato il capolavoro della mia vita».

 

Nel maggio del 1945, il sergente maggiore riesce a tornare a casa a piedi dopo due anni trascorsi in un Lager tedesco, era infatti stato preso prigioniero a seguito dell’armistizio dell’8 settembre. Con sé ha quei taccuini sui quali aveva annotato gli episodi che compongono la seconda parte del libro (la lunga e faticosissima marcia tra la neve, gli scontri per liberarsi dalla sacca che i russi stavano stringendo attorno ai reparti italiani, brandelli di quell’armata che lasciò nella steppa oltre 80.000 uomini) mentre erano solo fatti dei cenni alla trama della parte prima, Il caposaldo. Tra il ’46 e il ’47 ricopia a mano gli appunti sistematizzandoli. Lo fa su circa 150 vecchi fogli catastali e non è solo. Un suo compaesano, lo scultore Giovanni Paganin legge quel materiale e incoraggia il sergente a proseguire.

E fa di più. Costretto a letto durante una malattia, Paganin riceveva spesso visita da Rigoni, che gli parlava dei boschi, della legna e della guerra. Egli rispondeva raccontando di Milano, del gruppo del “Politecnico” che conosceva e, soprattutto, diceva di essere intenzionato a mostrare il manoscritto del giovane alpino a Elio Vittorini.

 

Frattanto Rigoni si cimenta in una nuova stesura, stavolta su quaderni a righe da uso scolastico. È la versione che Vittorini legge all’inizio del 1951 e di cui chiede notizie alcuni mesi dopo: «Caro Paganin, non sai se la casa Einaudi ha scritto direttamente al tuo amico per quel bel libro di ricordi sulla ritirata di Russia? Io non ne ho più saputo niente. […] Ora, nella memoria, quando ci penso, mi sembra la cosa più viva che abbia letto sulla guerra. Resta la difficoltà per una casa editrice di pubblicare oggi un libro che è ancora su quel momento».

Da via Biancamano nulla si muoveva sebbene il manoscritto fosse stato consegnato alla casa editrice da tanto, «da forse un anno» scrive Rigoni all’editore, chiedendo la restituzione del plico se per ragioni riguardanti «l’insufficienza del lavoro, o tecniche, o del momento» non si ravvisasse l’opportunità di darlo alle stampe.

 

Poi però le cose si sbloccano, nel gennaio del 1952 Giulio Einaudi in persona contatta Rigoni chiedendogli pazienza: il racconto era considerato di grandissimo interesse ma aveva bisogno di molte correzioni. A febbraio, da Vittorini arriva il definitivo placet: «Il suo libro è riuscito “simpatico” anche ai consulenti di Torino, perciò, se lei vorrà ritoccarlo […], potrà essere pubblicato» .

 

La gioia dello scrittore di Asiago fu un sentimento del tutto operativo: comprò un vocabolario e una grammatica e riscrisse lavorando soprattutto su punteggiatura e dialetto. Questa volta batté tutto a macchina durante le pause pranzo che il suo lavoro di impiegato catastale gli concedeva: ne risultarono 108 cartelle intitolate Ricordi di Russia.

 

È questa la redazione sulla quale, alla fine dell’inverno del 1952, Vittorini e Rigoni lavorano spalla a spalla nella casa milanese del consulente einaudiano: «Con un cenno mi chiamò a sedere accosto al tavolo: aveva davanti il dattiloscritto del Sergente e incominciò a leggere […] Ogni tanto faceva un segno, metteva una virgola, mi chiedeva perché avessi usato quell’aggettivo o quel verbo, o perché cambiavo così spesso i tempi, il significato di una parola dialettale che poi scoprivo avere nella lingua altro concetto di quello che intendevo». Si tratta di un editing corposo, in cui Vittorini si impegna a rendere il libro più accattivante e a privarlo delle numerose ripetizioni.

 

 

Più difficile, invece, la scelta del titolo: Calvino lo sollecitava a Vittorini senza successo; viene coinvolto anche il giovane autore, ma le sue proposte non fanno breccia: «Caro Elio – scrive Calvino – per il Rigoni io proporrei: Arriveremo a baita? o Ritorneremo a baita? Mi pare il titolo più consono allo spirito del libro, e al suo linguaggio. […] L’autore propone titoli d’arma come: Alpini nella steppa, Alpini senza Alpini. Scrivimi».

Poi, Vittorini trova l’idea giusta e, mentre lavorava alla bandella di Maria di Lalla Romano che nella serie dei Gettoni succede a Rigoni, propone: «Il titolo […] potrebbe essere Il sergente nella neve. Ma sì. Semmai aggiungendo sotto (tra parentesi) Ricordi di un veterano della ritirata di Russia. […] O altra scritta. O niente. Io preferirei niente. Ma poi mi fa lo stesso».

 

Sono trascorsi nove anni da quell’inverno del ’44 in cui, con i primi tratti a matita, nasceva il Sergente; siamo ora nel marzo del 1953 ed Einaudi lo stampa con un risvolto di copertina in cui l’autore viene definito uno scrittore non «di vocazione», che forse «non sarebbe mai stato capace di scrivere cose che non gli fossero accadute».

Rigoni riceve alcune copie in omaggio e si dichiara felice, sia del titolo sia della quarta. Chiede a Vittorini se siano di suo pugno: «Sicuro che li ho scritti io – risponde quest’ultimo – ma avevo una mezza paura che non le andassero».

 

Impensabile sarebbe credere che quella definizione vittoriniana di scrittore non di vocazione non avesse riverberi sulla prima accoglienza critica al romanzo: tra le pagine di “Rinascita”, Lucio Lombardo Radice si dice persuaso che quel diario sia «probabilmente un’opera che rimarrà sola, legata com’è non ad una vocazione letteraria, ma ad una esperienza eccezionale fedelmente descritta». Anche Carlo Bo si allinea a tale idea interpretativa su “La Fiera Letteraria”: l’autore sarebbe uno di quegli «spiriti che per un momento siano portati a testimoniare sulla carta un’esperienza, una vicenda, un fatto solo della propria vita», salvo poi individuare una certa competenza in letteratura di questo «Senofonte dialettale» (richiamando così un altro riferimento del risvolto vittoriniano, quello ad Anabasi).

L’esistenza di un talento letterario è invece sostenuta da Giuseppe De Robertis: «Lo senti a certe pennellate lievi, a certe pitturette, a quel che di poetico ed essenziale si accende a tratti», scrive sul “Il Tempo”. Come pure Arnaldo Bocelli, quando su “Il Modo” dichiara: «Elude i pericoli del grezzo documento con l’intensità di un ritmo narrativo che della rievocazione fa una continua invenzione». Ma è di Piero Chiara, su “L’Italia”, la posizione più netta: «Se la suggestione profonda di un’eccezionale avventura ha potuto far nascere il libro, è certo che lo scrittore preesisteva quale lo si riconosce ora nel taglio delle scene e nella sicurezza del suo semplice e lineare linguaggio».

E per nove anni da allora, chi sosteneva che il Sergente nella neve sarebbe rimasto un unicum, la sola opera della penna di Rigoni, ha creduto di avere ragione – Il bosco degli urogalli uscì infatti solo nel 1962 – ma poi, negli anni seguenti e con il succedersi di pubblicazioni dell’alpino di Asiago, dovette certamente ravvedersi.

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