Il settimo uomo

Dalla riedizione inglese del 2010 sono passati sette anni e le cronache quotidiane si sono riempite di immagini “migratorie” sempre più feroci. Lampedusa, Leros, Sangatte, nomi ormai indissolubilmente legati al brutale, regolamentato caos contemporaneo. Ecco perché ho desiderato che Il settimo uomo vedesse nuovamente la luce in un’edizione italiana, simbolicamente accompagnata dalle parole di Pietro Bartolo, medico di Lampedusa.

 

Questo libro, scritto quarantatré anni fa, oggi è forse più significativo di quanto non fosse allora. In qualche modo si è rivelato profetico. In che senso? Che cosa lo ha reso tale? Non sono in grado di rispondere seriamente a chi mi domanda che cosa sia cambiato da allora a oggi, non ho sufficienti informazioni sulla situazione economica attuale. Quel che posso dire è che, nella scrittura d’immaginazione, la profezia è una strana cosa, non ciò che si intende normalmente. 

 

 

Prendiamo il titolo che abbiamo dato al libro, per esempio: Il settimo uomo. Lo dobbiamo al poeta ungherese Attila József (1905-1937), autore di una poesia intitolata “Il settimo”, in cui egli esprime la sua forte inquietudine per il destino del suo paese. Chi scrive trova la strada grazie alle impronte, alle anse, agli ostacoli e agli spazi aperti che incontra. È come uno speleologo nell’oscurità di una caverna. Una volta che ci è entrato, segue il tracciato che si apre davanti a lui. A volte quel sentiero porta a un’illuminazione che ha a che vedere con l’esperienza vissuta, ed è profetica. Quando si parla di profezie si pensa alla storia, agli storici, all’economia. Tutto questo è importante, ma è quasi sempre una storia delle istituzioni. La storia dell’intima esperienza umana è qualcosa di diverso. Quando si addentrano nella montagna dell’esperienza umana, gli scrittori creativi procedono al buio. A volte accade che quel che scoprono abbia a che vedere con un vissuto intimo che è diventato contemporaneo e urgente, e dunque attuale.

 

Sì, lo scrittore come speleologo.

 

Quando il capitalismo industriale si è trasformato in capitalismo speculativo, il mondo è cambiato, perché tutte le decisioni che agiscono sulla vita delle persone non vengono più prese dalle istituzioni capitalistiche rappresentative, bensì offshore dal capitalismo speculativo finanziario. I migranti tuttavia continuano a cercare scampo dalla povertà. Se Jean Mohr e io fossimo un po’ più giovani, potremmo fare anche oggi quel che abbiamo fatto quarant’anni fa. Certo, anche se la situazione è cambiata, non è impossibile farlo.

 

L’importante adesso è che il libro dice qualcosa di più sull’esperienza umana dei migranti e su quel che provano quando arrivano come migranti in un nuovo paese. Su quel che a casa loro, a prescindere dalla situazione sociale, li costringe a partire, su quali sono le loro speranze. Di questo il libro parla in modo eloquente. Le circostanze in cui si svolgono le cose oggi sono leggermente diverse, ma in un certo senso questo testo dà modo di penetrare nelle speranze di un’anima migrante, comunque vada a finire.

 

Forse la prima cosa da dire è che questo libro è stato concepito, pensato, creato da due persone, non solo da me: da Jean Mohr e da me. La sua ispirazione viene dall’esperienza di Jean come fotografo. Prima che ci dedicassimo alla composizione di questo volume, Jean aveva lavorato per più di vent’anni per l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Aveva percorso il mondo in lungo e in largo, visitato ogni paese, fotografato le condizioni sociali, la povertà, la situazione sanitaria, i rischi, le persone, soprattutto le persone. All’origine del nostro lavoro comune c’è innanzitutto questa incredibile collezione di fotografie, che abbiamo osservato insieme, parlando e condividendo le nostre esperienze.

 

All’epoca la migrazione era in prevalenza maschile. Gli uomini lasciavano il loro paese da soli. La situazione era molto diversa, ma qualcosa dell’esperienza di trovarsi isolati in un paese straniero e ostile, senza conoscerne la lingua, in cerca di lavoro, con la speranza di guadagnare abbastanza soldi da mandare a casa, be’, questo non è cambiato.

 

Se dico che col tempo questo libro si è trasformato in un album di famiglia è perché le fotografie contenute in queste pagine sono le “loro” fotografie, non le immagini che gli accademici hanno di loro. Non posso generalizzare, ma è vero che in una bidonville di Istanbul, sul ripiano di una baracca dove un’amica mi aveva accompagnato, ho visto due o tre libri, e uno era questo. E ho avuto la sensazione che il libro fosse arrivato a casa. Oggi tutti fanno fotografie, girano documentari, scrivono, ma niente trova la strada di casa. Sembra che tutto sia fatto per noi occidentali, per farci sentire meglio.

 

A distanza di tempo mi sembra che anche il titolo abbia acquistato un peso diverso, perché non stabilisce una distinzione di classe o di nazionalità. Il settimo uomo è uno come tanti, ha semplicemente avuto in sorte di nascere con un’eredità minima a confronto di quella di chiunque altro.

 

Antony, maggio 2016.

 

Dal libro Il settimo uomo di John Berger e Jean Mohr (Contrasto, 2017). Parole raccolte da Maria Nadotti.

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