Il Lacan di Recalcati

Nel secondo volume della sua grande monografia (Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto), Massimo Recalcati descrive prevalentemente le forme che la malattia psichica può assumere. Sin dalle prime righe, egli sottolinea l’essenzialità della clinica nella ricerca di un autore che, a partire dal 1966, l’anno di pubblicazione degli Scritti, ha fatto irruzione anche sulla scena filosofica ed è diventato un riferimento tra i più fecondi – anche per chi lo ha rifiutato – nella filosofia contemporanea. Le mie riflessioni ovviamente non contrastano con quanto afferma Recalcati, e cioè che la teoria del soggetto, del desiderio e del godimento, del significante e dell’oggetto piccolo (a) derivano da una creatività teoretica che s’intreccia continuamente e in misura fondamentale con la pratica clinica. Vorrei piuttosto sottolineare l’interesse e gli stimoli che questo secondo volume può suscitare nel lettore che non dispone di una formazione clinica: dalle forme patologiche affiorano le figure del desiderio, e le domande sull’esistenza in quanto elaborate da quel soggetto plastico che noi siamo. Mi sembra perciò legittimo indicare alcune questioni filosofiche che emergono dalla clinica lacaniana, e in particolare dal taglio interpretativo che Recalcati ne offre.

 

Anzitutto: chi è il Lacan di Recalcati? Se si vuole privilegiare una risposta tra le diverse possibili, credo che si dovrebbe indicare la teoria dei registri. Nella ricezione più scolastica di Freud, il numero 3 era quello dell’Edipo, mentre per Lacan è come l’ago di una bussola che si rivolge verso l’Immaginario, il Simbolico, e il Reale. I registri sono modi d’essere, modi dell’esperienza; quanto all’Immaginario e al Simbolico, si potrà aggiungere che sono modi di guardare e modi di pensare. Molto schematicamente: il Reale è l’uno, cioè la spinta verso l’indiviso; l’Immaginario è il due, il rimando interminabile tra i simili, inevitabilmente condannati alla rivalità, all’aggressione, a passioni distruttive come la gelosia e l’invidia; e il Simbolico è il tre, la forza che interrompe la dialettica speculare dell’Immaginario e penetra nel Reale. Solo parzialmente: in ogni caso, appartengono al Simbolico la potenza articolatoria del linguaggio e l’azione della Legge. 

 

Ogni essere umano è “miscelato” dai registri: sono le relazioni tra Immaginario, Simbolico e Reale a determinare l’identità del soggetto, che è pur sempre “assoggettato”, mai incentrato su se stesso, ma è comunque responsabile di ciò che è. Del suo essere – un termine che non indica un ente oscuro, come credono i filosofi positivisti (nell’accezione ampia, e spregiativa, introdotta da Nietzsche), bensì la dimensione modale dell’esistenza. Già in Freud, è il desiderio di essere, e non soltanto la plasticità della libido, a costituire il tratto distintivo, eminentemente problematico, della condizione umana. Il che implica che l’identità sia una relazione tra almeno due soggetti, tra idem e alter: già in Freud emerge la potenza dell’alterità, l’azione modellizzante esercitata dall’altro così come il suo sottrarsi, per esempio con gli effetti devastanti della melanconia.

 

Ma è grazie a Lacan che questa teoria del soggetto compie progressi decisivi e viene dispiegata nella ricchezza delle sue articolazioni. Il soggetto incontra l’alterità nei modi designati dai registri, e ciò avviene sincronicamente (non c’è evoluzione se non nei vincoli della struttura). Recalcati mette in evidenza come l’incontro con l’alterità sia inevitabilmente un’esperienza di perdita: il soggetto sperimenta l’esilio dalla Cosa, l’impossibilità di coincidere con se stesso, l’azione letale del significante, del linguaggio. Come intendere questa triplice azione negativa? Le patologie, secondo Recalcati, possono venir considerate come obiezioni alla perdita, cioè all’esilio rispetto alla Cosa del godimento (p. XX).

 

Bisogna ricordare che quella psicoanalitica è una clinica differenziale, articolata in tre strutture (nevrosi, psicosi, perversione). Come si è appena detto, ogni patologia può venir considerata come un’obiezione – ostinata, permanente – alla perdita, e dunque alla forza che la determina: la Legge, o meglio il Simbolico, che comprende tutta la sfera linguistica e culturale. Il nevrotico non rifiuta del tutto la Legge, ma la subisce malvolentieri; vive la sua vita nell’insoddisfazione e nell’autopunizione; la psicosi è un rifiuto completo, da cui consegue il ritorno distruttivo del reale: l’esistenza viene lacerata, il soggetto viene frammentato, perseguitato, diventa un oggetto-scarto; nella perversione, il soggetto denuncia come un’impostura la vita della Legge in nome di una pienezza innocente, non intaccata.

Questi, in una formulazione non ulteriormente riducibile, sono i termini del problema; proviamo adesso a comprenderli in una prospettiva non soltanto clinica. Al centro della ricerca di Recalcati sta il rapporto tra il desiderio e la Legge: anzitutto, la decisione di non rinunciare alla nozione di desiderio, che sembra eclissata nell’ultimo Lacan da quella di jouissance (godimento), e alla quale molti lacaniani guardano con diffidenza, quasi condizionati dalle critiche dell’Anti-Edipo. Per Deleuze e Guattari, nella concezione psicoanalitica il desiderio sarebbe vincolato e subordinato alla mancanza, e non verrebbe mai pensato come potenza o produzione. Anche in Lacan, la mancanza sarebbe essenzialmente la nostalgia dell’oggetto perduto e impossibile da ritrovare. Ma è davvero così?

 

La mancanza lacaniana è una “mancanza di”, o non è piuttosto una “mancanza a” – come evidenziato dall’espressione manque-à-être? Che cosa consegue da questa modifica? In primo luogo, che la mancanza non va cercata soltanto dalla parte dell’oggetto, ma anche dalla parte del soggetto. Il soggetto mancante si rivela allora come un soggetto diviso, nella miscela conflittuale dei registri. E la “mancanza a” si mostra come una mancanza tra i registri, nessuno dei quali può sovrapporsi completamente all’altro. Da questa intraducibilità permanente derivano le possibilità degli esseri umani, la loro creatività così come il naufragio nella malattia.

Ogni registro è non-tutto. Nella nostra esperienza, non tutto è significante, perché il reale, la pulsionalità caotica e indomabile, trabocca al di là di ogni elaborazione; ma non-tutto è anche il nome di ciò che resiste alla fascinazione dell’Uno. È  il nome del desiderio che percorre le vie del soggetto diviso. 

 

Come si è appena detto, la psicoanalisi indaga la mancanza anche e soprattutto sul versante soggettivo. La domanda implicita nell’analisi non è forse: quali possibilità hai perduto? Come ricorda Recalcati, a questo per Lacan serve una psicoanalisi: essa offre “l’opportunità di ripartire” (p. XVI), di ritrovare le possibilità perdute. Insomma, il soggetto perduto del desiderio.

Questo mi sembra un primo risultato di grande rilievo filosofico: uscire dall’alternativa rigida, e restrittiva, tra il desiderio come mancanza (di) e il desiderio come produzione. Ciò che Freud e Lacan hanno indicato è il desiderio come relazione d’essere, che si articola nella polisemia dell’alterità.

 

La mancanza più radicale è introdotta dal rapporto con la Legge: dunque dal Simbolico, dal significante (che non è semplicemente una metà del segno, come per i linguisti). Concentriamo l’attenzione, per ovvie ragioni di spazio, sul rapporto con la legge, e in particolare sulla figura del perverso, che per Recalcati è la forma di soggettività più favorita nella società ipermoderna. La perversione è volontà di godimento, “desiderio” di liberarsi di ogni mancanza, soppressione della “mancanza a essere come costitutiva dell’esistenza umana” (p. 419). La perversione è pulsione di coincidenza, e dunque rifiuto di ogni negazione. Questo rifiuto generalizzato nasce dalla confusione “tra la necessità imposta dal linguaggio di rinunciare al godimento assoluto della Cosa con la necessità di rinunciare al desiderio stesso” (p. 428). A venir respinta è ogni azione negativizzante, in nome di un’energia vitale che Sade chiamava “natura” e che deve restare incontaminata, non intaccata dalla castrazione.

 

Vorrei mettere l’accento sulla radice di questa confusione, e osservarla dal punto di vista filosofico e logico. Il perverso confonde il “non” e il “no” – o, se si preferisce, riporta e riduce al “no” ogni azione negativizzante. Potremmo considerarlo un seguace della banalizzazione pseudo-nietzscheana di Deleuze, secondo cui la salute deriverebbe da una visione totalmente affermativa: dire di “sì” alla vita, in ogni suo slancio. Ebbene, “dire di sì” si contrappone certamente a “dire di no”, ma non esclude affatto il “non”, il “dire di non”. Il “non” è l’agilità della vita, l’espansione articolatoria, la potenza di oltrepassamento. 

 

Il “non” è la plasticità della libido, è l’affermazione della flessibilità pulsionale contro la rigidità. Secondo una metafora freudiana che Recalcati valorizza nel primo capitolo del suo libro, la libido è come un popolo nomade, che lascia parti di sé dove ha trovato possibilità di piacere, di appagamento. Questi punti di fissazione influiranno sul suo destino, sulla sua forza: guai a lasciare troppe parti dietro di sé, quando si giunge di fronte a un nemico. La forza del nemico dipende dalla nostra debolezza: la barriera che esso erige non sarebbe insormontabile, se avessimo la capacità di attraversarla.

Una di quelle barriere è la Legge. Nella prospettiva di Recalcati, essa non va pensata come qualcosa di oggettivo: può schiacciare il soggetto oppure può sollevarlo. L’alleanza con la Legge è una possibilità del desiderio, la sua possibilità più alta. Ed è questa la possibilità a cui obiettano la nevrosi, la psicosi e la perversione. Il “non” della legge viene inteso solamente come un “no”, una proibizione e una privazione. 

 

Il Lacan di Recalcati è un pensatore hegeliano, che ritrova e riscopre la potenza del negativo, cioè il negativo come potenza che varca i confini staticizzanti della pienezza: il non-tutto è superiore al tutto. Ed è anche un pensatore strutturalista, che conosce la fecondità delle relazioni negativo-differenziali, negli orizzonti mutevoli della sincronia. Non il Lacan “diacronico” che evolve dall’Immaginario al Simbolico, sino al Reale, bensì il pensatore che non ha mai abbandonato la simultaneità discorde dei registri, anche se, evidentemente, li ha indagati con diversa intensità in periodi successivi: persino il tempo scorre nella sincronia con più verità che nella semplice evoluzione lineare. Così il soggetto, contemporaneo alle sue possibilità perdute, ha l’opportunità di ripartire.

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