Ilya and Emilia Kabakov. Not Everyone Will Be Taken Into the Future

A cento anni dalla Rivoluzione Russa, la mostra di Ilya ed Emilia Kabakov invita a riflettere sui concetti di storia, di autorialità, sulle speranze così come sul fallimento e chiede: può l’arte con le sue potenzialità evocare un cambiamento e un miglioramento della società in cui viviamo? Dalla realtà dell’Unione Sovietica, dalle asperità, dalle oppressioni del regime dittatoriale, l’opera dei Kabakov si permea di una dimensione poetica, a tratti malinconica, a tratti fantastica, capace di comunicare significati condivisi e universali.

Juliet Bingham, curatore di Arte Internazionale alla Tate Modern, nel catalogo della mostra, riporta le parole di Emilia Kabakov: “Il mondo e il lavoro di Ilya sono costruiti sulla fantasia e sulla storia dell’arte. Io, d’altro canto, molto presto nella mia vita, ho imparato a combinare realtà e fantasia e a vivere entrambe. La nostra vita si basa molto su questa combinazione (…) La nostra vita consiste del nostro lavoro, sogni e discussioni. Siamo fortunati: siamo riusciti a trasformare la realtà in fantasia e a risiedervi in modo permanente”.

La mostra alla Tate Modern, visitabile fino al 28 gennaio 2018, si dispiega in dieci sale che attraversano la produzione degli artisti dai primi lavori di Ilya Kabakov degli anni Sessanta fino alle opere realizzate in collaborazione con Emilia dalla fine degli anni Ottanta ad oggi, consentendo al visitatore di immergersi in un percorso che si snoda tra il mondo degli artisti e le tematiche da loro poste in discussione. 

 

Ilya Kabakov, Soccer Player, 1964 Olio e smalto su masonite, 560 x 700 mm, Private collection © Ilya & Emilia Kabakov.


Nato nel 1933 a Dnepropetrovsk, Ilya Kabakov studia alla Scuola d’Arte di Mosca e al V.I. Surikov Art Institute dove si specializza in Graphic design e illustrazione. A metà degli anni Cinquanta inizia a lavorare come illustratore di libri per bambini e in parallelo sviluppa un discorso artistico lontano dai canoni e dalle censure imposte all’arte ufficiale dal regime. 

I dipinti nella prima sala espositiva ammiccano con ironia sovversiva allo stile dominante del Realismo Socialista che Ilya Kabakov rielabora in modo concettuale, mescolando diverse influenze artistiche del passato e delle avanguardie con tratti tipici dell’illustrazione.

 

In The Soccer Player (1964) la figura stilizzata di un calciatore si staglia sopra un fondale azzurro, dove compare scritto in Cirillico “Uglich”. All’interno della sagoma s’intravede un paesaggio agreste, apparentemente idillico, vicino alla cittadina di Uglich, dove sorge una centrale idroelettrica costruita dai prigionieri dei Gulag, mentre in The Queen Fly (1965) una mosca nobilmente ritratta diventa simbolo del volo e della possibilità di evasione.

Elementi tridimensionali affiorano sulla superficie dipinta così da formare “oggetti-immagine” realizzati con materiali crudi, poveri, comuni, disponibili nella quotidianità della vita sotto il regime. Il fallimento di una società utopica affiora emblematicamente nel dittico By 25 December 1979 in our district will be constructed… raffigurante un centro urbano in costruzione in cui due vanghe apposte sulla superficie accrescono il senso della manodopera di un lavoro forzato. La parola scritta mescola l’invenzione fantastica con la denuncia del reale: sul pannello sinistro sono elencate case, scuole, centri sportivi, cinema, biblioteche e altri servizi per i cittadini, la cui costruzione prevista entro il 25 dicembre 1979 non è ancora realizzata nel 1983, anno in cui è datato il dipinto. 

 

Ilya Kabakov, The Queen Fly, 1965, Olio e smalto su masonite, su legno, Oil paint and enamel on Masonite and wood, 485 x 600 x 60 mm, Private collection, Switzerland, © Ilya & Emilia Kabakov.


Nel 1972 Ilya Kabakov è tra i fondatori del Stretenski Boulevard Group, così chiamato perché gli studi dei membri si trovano nello stesso quartiere di Mosca. Tra i partecipanti vi sono il poeta Dmitri Pgorov, gli artisti Bulatov, Vassiliev, Victor Pivovarov, e successivamente il critico e storico dell’arte Boris Groys. Nel frattempo, nel 1973 Emilia Lekach (1945) diplomata al conservatorio di musica a Dnepropetrovsk, dopo avere studiato Lingua e Letteratura Spagnola all’Università di Mosca, ottiene un visto e parte per gli Stati Uniti. 

Tra gli anni settanta e gli anni ottanta Ilya Kabakov inizia a realizzare opere che si configurano come installazioni ambientali e immersive. Il suo lavoro ottiene riconoscimenti oltre i confini sovietici, ed è invitato a partecipare a mostre internazionali ed europee. Tuttavia solo nel 1987, all’età di 54 anni, può lasciare per la prima volta l’Unione Sovietica. 

 

Ilya Kabakov, The Queen Fly, 1965 Olio e smalto su masonite, su legno, Oil paint and enamel on Masonite and wood, 485 x 600 x 60 mm, Private collection, Switzerland © Ilya & Emilia Kabakov.


Ilya Kabakov inventa artisti e personaggi aprendo una riflessione sul concetto di autorialità e d’identità. In mostra si susseguono tre installazioni The Man Who Flew into the Space Form His Apartment (1985) Incident in the Corridor Near the Kitchen (1989) e The Man Who Never Trew Anything Away (1988) ambientate in appartamenti comunali sovietici che suggeriscono le storie di personaggi, la cui presenza è percepita tramite oggetti, arredamenti domestici, indumenti, ombre. Il visitatore è invitato a osservare la scena dall’esterno, sulla soglia, come a spiare l’intimità di queste figure drammatiche dalla finestra o attraverso una porta semi-aperta. Si percepisce l’atmosfera malinconica delle case comuni, contenitori di una e molte vite insieme, con la pittura murale che percorre i corridoi, e le lampadine dalla luce fioca che lasciano in penombra le stanze. Vicende surreali avvolgono i loro abitanti come il protagonista dell’opera The Man Who Flew into the Space Form His Apartment (1985), inspiegabilmente scomparso nello spazio. Una stanza poveramente adorna con manifesti propagandistici e una brandina; al centro una catapulta costruita artigianalmente circondata da macerie cadute dal soffitto dove è visibile un buco. Accompagnano l’opera testimonianze redatte dalla polizia che interroga gli inquilini dell’appartamento in seguito all’esplosione notturna. Dai racconti si desume che il protagonista aveva studiato teorie fisiche per cui, attraversando l’universo in un determinato momento, avrebbe potuto viaggiare seguendo un flusso di onde energetiche. 

 

Ilya Kabakov, The Man Who Flew Into Space From His Apartment, 1985, Sei pannelli, manifesti, collage, Centre Georges Pompidou, Paris. Musée national d’art moderne/Centre de Création industrielle. Purchased 1990. © Ilya & Emilia Kabakov.


La mostra prende il titolo dall’installazione Not Everyone Will Be Taken Into the Future esposta per la prima volta nel 2001 alla Biennale di Venezia, concepita in relazione a un testo scritto da Ilya Kabakov nel 1983 sul numero della rivista A-YA dedicato a Kasimir Malevich. Nel suo contributo Kabakov immagina uno scenario in cui artisti, compositori e scrittori russi sono sottomessi a un processo di selezione per il campo estivo del regime alludendo al destino di chi è omesso dalla storia dell’arte ufficiale perché il suo lavoro è stato represso. Nel racconto metaforico scrive “…se tu non hai fatto quello che loro dicevano o raccomandavano, resterai qui”. 

 

L’installazione riproduce i binari di una stazione sui quali sono abbandonati alcuni dipinti mentre la locomotiva di un treno è sul punto di partire e la scritta luminosa in testa ripete l’avviso “Non tutti saranno portati nel futuro”. L’opera apre molteplici interrogativi sull’autorialità degli artisti e sul riconoscimento della loro ricerca. Chi possiede il diritto di selezione, l’autorità di redigere una storia dell’arte ufficiale? La selezione implica una perdita di memoria e Ilya Kabakov chiede “Come si può entrare nella selezione? Come si può comprare il biglietto per il treno in partenza?”.

I temi della memoria e della storia sono centrali anche nei dipinti realizzati dagli anni 2000 fino ad oggi. In Under the Snow #2 (2004) e Kanon #4 (2007) spazi vuoti o cancellati da pittura bianca sono un riferimento alla censura durante il regime, alla rimozione di eventi della storia, così come alla funzione della mente che cancella l’esperienza traumatica dal ricordo. Altri dipinti mostrano diverse scene e riquadri sovrapposti sulla tela, come fogli strappati appoggiati uno sopra l’altro. Lo stile e l’immaginario del Realismo Sovietico e della propaganda politica si mescolano con citazioni tratte da maestri della storia dell’arte tra i quali Rubens, Caravaggio e Tintoretto; quest’ultimo in particolare come riferimento per la composizione concettuale dell’opera che presenta molteplici narrazioni all’interno di un unico dipinto. 

 

Ilya Kabakov and Emilia Kabakov, Not Everyone Will Be Taken into The Future, 200 Strutture in legno, frammento di locomotiva, display luminoso, dipinti MAK - Austrian Museum of Applied Arts / Contemporary Art, Vienna © Ilya & Emilia Kabakov.


The Labyrinth (My Mother’s Album) (1990), al centro della mostra, si dispiega in un’installazione totale attraverso cui il visitatore è guidato in un percorso secondo precise condizioni spaziali, di luce e suono. Un corridoio di un appartamento comunale si svolge in forma labirintica per circa cinquanta metri. Sopra la fascia di colore bordò che scorre lungo le pareti, sono disposti settantasei collage incorniciati in modo identico: ciascuno sopra una carta da parati mostra uno scritto in cirillico della madre e una fotografia scattata dallo zio dell’artista. Come un diario spaginato, le opere riportano la narrazione in prima persona di Bertha Urievna Soludukhina al figlio Ilya Kabakov “Caro figlio! Mi hai chiesto di scriverti la storia della mia vita. Ho deciso di assecondare la tua richiesta. Inizio il 22 gennaio 1982. Ho ottant’anni”. La madre racconta una vita dedicata alla famiglia e al proprio paese, dall’infanzia agli studi, alle ambizioni e speranze continuamente infrante in un periodo di conflitti, di povertà, di costrizioni fino alla nascita del figlio e ai sacrifici per farlo studiare alla scuola d’arte di Mosca continuando a stargli accanto. Il ricordo personale e la memoria collettiva si sovrappongono nell’installazione, al centro della quale la voce dell’artista risuona all’interno di una piccola stanza piena di macerie: canzoni d’amore nostalgiche si diffondono lungo il corridoio articolato dall’uniformità e la ripetizione dei collage alle pareti. Diventa quasi impossibile soffermarsi a leggere tutte le traduzioni in inglese apposte sopra le cornici; una sensazione di disagio, arrendevolezza, impotenza sorprende il visitatore costretto nel percorso predefinito e controllato. 

 

Soludukhina muore nel 1987 quando Ylya Kabakov, a 54 anni, parte per i suoi primi viaggi a Occidente e riprende la sua amicizia con Emilia Lekach Kanevski con cui inizia collaborare e che successivamente sposa nel 1992. Kate Fowl, capo curatore di Garage Museum of Contemporary Art, nel suo contributo in catalogo, racconta di avere discusso la diversità di quest’opera biografica rispetto alle installazioni dominate da personaggi inventati, e di avere chiesto a Ilya Kabakov perché abbia considerato a lungo se stesso un personaggio: “Alla fine, finché vivevo in Unione Sovietica, non sapevo chi ero. Anche quando partii, continuavo a recitare alcuni personaggi, finché Emilia mi diede la possibilità di essere chi sono”.

 

Ilya Kabakov ed Emilia Kabakov, Under the Snow #2, 2004, Olio su tela 1600 x 2490 mm, Private Collection. Courtesy Galerie Thaddaeus Ropac, London – Paris - Salzburg Photo Credit: Courtesy Biblio Fine Art © Ilya & Emilia Kabakov.


Il labirinto si affaccia sulla sala dedicata all’opera Ten Characters, dieci album di disegni che costituiscono i primi personaggi fittizi inventati da Ilya Kabakov, realizzati tra il 1970 e il 1974 e mostrati nello studio di Mosca negli stessi anni. Alla Tate, i visitatori sono invitati a voltare le pagine e a leggere i racconti che sovvertono la realtà ordinaria e spezzano la routine della quotidianità attraverso elementi fantastici.

 

Il volo, che attraversa l’intera produzione artistica dei Kabakov, conclude il percorso espositivo. L’ultima sala è dominata dall’opera How to Meet an Angel (2002) che esemplifica visivamente le istruzioni per incontrare un angelo, simbolo di libertà da qualsiasi costrizione terrena e da vincoli burocratici. “È necessario costruire con materiali facilmente reperibili ma resistenti una scala che raggiunga 1.100 metri di altezza. La persona che intende salire la scala dovrà attrezzarsi con abbigliamento adeguato per affrontare il freddo, il vento e il tempo inclemente dell’altitudine tra le nuvole. In cima, nel momento di difficoltà e di urgenza, basterà chiedere aiuto e l’apparizione di un angelo sarà inevitabile”. 

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