Incontri Internazionali d’Arte. Una storia da raccontare

Un nuovo volume della collana Supernovae

Si presenta oggi  al MAXXI di Roma alle 18:30 (Sala Graziella Lonardi Buontempo) il libro di Luigia Lonardelli Dalla sperimentazione alla crisi. Gli Incontri Internazionali d’Arte a Roma, 1970-1981, nuovo titolo della collana Supernovae edita da doppiozero. Introdotti da Margherita Guccione, direttore del MAXXI Architettura, intervengono l’autrice assieme a Stefano Chiodi e a Maria Grazia Messina.

 

Ugo Mulas, Vitalità del negativo nell'arte italiana, 1970 Ugo Mulas, Vitalità del negativo nell'arte italiana, 1970

 

Sin dalla sua fondazione, a Roma nel 1970, e per più di tre decenni, l’associazione Incontri Internazionali d’Arte ha rappresentato al tempo stesso un’eccezione e un modello più volte imitato nel campo della produzione e dell’esposizione dell’arte contemporanea. Un’eccezione rispetto a un panorama che nei primi anni Settanta appariva ricchissimo di fermenti e novità sul piano creativo quanto carente su quello delle istituzioni; musei pubblici e spazi di esposizione tradizionali rimanevano sostanzialmente estranei alla produzione artistica più recente, sia pure con qualche felice eccezione, specie dopo la rottura al tempo stesso culturale e generazionale verificatasi intorno al 1968. Un modello, d’altro canto, per le modalità originali con cui gli Incontri Internazionali, e in particolare le figure dei due fondatori, Graziella Lonardi Buontempo e Achille Bonito Oliva, avevano concepito un’attività espositiva ambiziosa e originale, centrata su grandi mostre allestite in contesti non convenzionali, capaci al tempo stesso di dialogare con le ricerche artistiche internazionali più avanzate e di attrarre un pubblico ampio e diversificato.

 

Gli eventi che segnano i primi anni di attività dell’associazione, come Vitalità del negativo nell’arte italiana 1960-1970 (1970-71), allestita negli spazi completamente trasformati del Palazzo delle Esposizioni di Roma, e soprattutto Contemporanea (1973-74), il cui percorso espositivo era ospitato nell’allora nuovissimo parcheggio del galoppatoio di Villa Borghese sempre a Roma, restano da questo punto di vista esemplari di una modalità curatoriale in cui le capacità di analisi e proposta culturale si uniscono alla capacità di ottenere finanziamenti e sostegno politico. La sintesi, difficile, tra queste due polarità viene realizzata colmando il vuoto lasciato dalla mancanza nell’Italia del tempo di istituzioni pubbliche specificamente orientate alla creazione contemporanea e investendo luoghi non istituzionali o storicamente sovraccarichi (come ad esempio i Mercati di Traiano per la mostra di architettura Roma Interrotta del 1978) secondo una modalità che diventerà poi una costante dell'attività espositiva in Italia e altrove nei decenni successivi. Le attività degli Incontri Internazionali d’Arte rappresentano d’altro canto uno snodo essenziale anche per quanto riguarda la ricerca, il dibattito, l’informazione sulla creazione artistica contemporanea. Nella sede storica di Palazzo Taverna si susseguiranno lungo il corso di tutti gli anni Settanta tavole rotonde, conferenze, presentazioni di nuove ricerche, eventi e performance che nel loro complesso forniscono insieme uno spaccato straordinariamente ricco del panorama artistico del momento e dei contrasti intellettuali e politici che lo percorrono e un esempio del continuo travaso tra pratica dell'arte, riflessione critica e preccupazioni politiche che caratterizza il decennio.

 

Il volume di Luigia Lonardelli Dalla sperimentazione alla crisi. Gli Incontri Internazionali d’Arte a Roma, 1970-1981, ricostruisce le attività dell’associazione nel primo decennio della sua attività, chiuso idealmente dalla rassegna curata da Germano Celant Identité italienne. L’art en Italie depuis 1959, presentata al Centre Pompidou di Parigi nel 1981. Si tratta del primo studio sistematico che ha potuto avvalersi dell’archivio e della biblioteca degli Incontri, composti da circa 100.000 documenti perlopiù inediti e 8.000 libri, donati al MAXXI nel 2012 da Gabriella Buontempo. La grande massa di informazioni ha permesso all’autrice di ricostruire con minuzia i retroscena dei progetti dell’associazione, mettendo a fuoco di volta in volta i meccanismi organizzativi, le scelte curatoriali, le relazioni politiche ed economiche alla base delle singole esposizioni, i rapporti con artisti, collezionisti e galleristi, come pure, grazie ai progetti, alle fotografie e a tutte le altre forme di documentazione conservate nell’archivio, di restituire la fisionomia degli allestimenti e la loro vicenda interna.

 

Jannis Kounellis, Senza titolo, Roma, Mappa 72. Fotografia di Massimo Piersanti Jannis Kounellis, Senza titolo, Roma, Mappa 72. Fotografia di Massimo Piersanti

 

Il periodo preso in esame dal saggio coincide con l’affermarsi di un nuovo modello di esposizione, di una nuova figura, quella del curatore indipendente, e di nuovi modi, performativi o processuali, di uso dello spazio da parte degli artisti, come accade ad esempio in campo internazionale in mostre decisive come Live in your head. When attitudes become form (Berna 1969), curata da Harald Szeeman, e Op Losse Schroeven: Situaties en Cryptostructuren (Amsterdam 1969), curata da Wim Beeren. L’esposizione si trasforma in evento che investe tanto l’ambiente di esposizione che lo spazio sociale circostante, e al cui interno si verifica l’incontro, o la collisione, tra linguaggi e media eterogenei, tra film, performance, musica, teatro, in continui sconfinamenti che toccano non di rado la dimensione dell’attivismo politico e sociale. Il volume di Luigia Lonardelli permette non solo di ricostruire alcune tappe essenziali di questa trasformazione ma di cogliere al tempo stesso i caratteri originali dell’attività degli Incontri Internazionali d’Arte, dando dettagliatamente conto della sua ricerca di un'alternativa alla logica istituzionale dei musei e alla frammentazione del sistema delle gallerie, degli inevitabili compromessi e delle aperture originali che hanno segnato il suo percorso. A emergere è una attività strarodinariamente densa e continua, in cui la documentazione “dal vivo”, l’informazione tempestiva sull’attualità dell’arte e la stessa produzione di mostre appaiono sempre strettamente connesse a un processo di analisi critica collettiva dove “il farsi del presente si lega indissolubilmente alla sua lettura e comprensione”.

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