Intervista impossibile: Catilina

- Signor Catilina…

- Dammi pure del tu, noi Romani non usiamo né il Lei, né tanto meno il vostro antiquato Voi.

- Benissimo, allora senti, Catilina, incominciamo subito ex abrupto, come Cicerone nella prima Catilinaria...

- Non parlarmi di quello là, per favore.

- Ma come faccio, non si può parlare di te senza parlare contemporaneamente anche di lui.

- E va bene, almeno parliamone dopo.

- Dopo dopo, certo. Adesso ti volevo solo chiedere, così estemporaneamente, se ti convince il paragone che è stato fatto più volte tra te, Lucio Sergio Catilina, e Silvio Berlusconi?

- No. Non mi convince per niente.

- E perché, di grazia?

- Ci ho riflettuto molto. Nell’Ade abbiamo molto tempo. E ne ho concluso che sono ben tre i motivi che mi distinguono nettamente da questo vostro uomo politico piuttosto controverso e anche piuttosto rivalutato negli ultimi tempi, mi pare…

- Quali sono questi tre motivi, queste tre differenze tra di voi?

- Primo: io ero poverissimo e nobilissimo, mentre lui è ricchissimo e non è nobile.

- Potresti precisare meglio.

- Intendo dire che io non avevo il becco d’un sesterzio, e però la mia famiglia, la gens Sergia, discendeva dritta dritta da Sergestus, uno dei compagni di Enea, il profugo fatale da cui Roma stessa ebbe inizio. Chi più nobile di me?!

- Invece Berlusconi?

- Ma lui era ed è ricchissimo (per quanto con qualche debituccio), ma la sua famiglia non apparteneva alla nobiltà. Non dico la nobiltà di sangue, naturalmente, che non ha nessuna importanza, per voi oggi. Ma la nobiltà del denaro. 

- Quella delle poche grandi famiglie del capitalismo italiano?

- Quella. Berlusconi non era figlio di un banchiere, semmai era figlio di un bancario.

- Bene. E il secondo motivo.

- Io, come tu ben sai, mi sono candidato tre volte al consolato. Ho tentato la via legale per prendere il potere. E per tre volte sono stato sconfitto. Solo allora ho deciso di prendere quello stesso potere con le armi. E sono stato sconfitto anche là, sul campo di battaglia, nei pressi di Pistoia.

- Beh, ti sei battuto con onore.

- Non lo nego. Ma ci ho lasciato la pelle. 

- E Berlusconi?

- Berlusconi ha vinto. Soprattutto in politica. È sceso in campo il ventisei gennaio del 1994 e già il venti maggio dello stesso anno era presidente del consiglio in carica.

- Caspita, che memoria per le date!

- Che vuoi, nell’Ade possiamo leggere e meditare in pace, finalmente, non è come sulla Terra…

- Quindi?

- Quindi: io sono un perdente, lui un vincente, piaccia o meno, ma è così.

- E il terzo motivo di differenza?

- Come ricordi, il punto centrale del mio programma era quello dell’abolizione del debito.

- Tabulae novaetabulae novae, registri nuovi, registri nuovi! proclamavate tu e i tuoi seguaci.

- Certo, certo, e si trattava di una richiesta, secondo noi giustissima, dato che quasi l’intero popolo romano soffriva nelle grinfie di pochi usurai senza scrupoli, ma i vostri storici l’hanno sempre definita “estremistica”.

- E allora?

- Berlusconi non si è mai presentato come “estremista”, si è sempre accreditato come il paladino dei “moderati”. Ti par poco? Ti sembra una differenza da poco?

- No, davvero.

- Ecco dunque le tre differenze. Notevoli, secondo me.

- E allora come mai sei stato accostato varie volte a lui, al nostro ex-presidente?

- Il fatto è che chi scrive ha spesso la parola più veloce del pensiero e chi parla, parla solo per sentito dire, era così anche ai miei tempi, tale e quale. E poi ci si dimentica subito di tutto, perciò il campo è aperto alle dichiarazioni più contraddittorie da parte di chiunque.

- Parli in generale o alludi?

- Alludo, alludo.

- A lui?

- Sì, proprio a lui: vedo che sei intuitivo.

- Beh, sono un giornalista, dopo tutto. È dunque a Marco Tullio Cicerone che ti riferisci?

- Esattamente.

- Nel senso che…

- Nel senso che quando la congiura fu scoperta, in quel lontano autunno dell’anno seicento e novantuno dalla Fondazione, ossia il vostro sessantatré avanti Cristo (figura interessante questo Cristo…), ma non divaghiamo…

- Non divaghiamo.

- Volevo significare che, se in quel frangente del 63 a.C. per Cicerone io ero semplicemente il concentrato di tutti i mali: assassino, uxoricida, incestuoso, crapulone, baro, falsificatore di testamenti, eversore, nemico pubblico eccetera e chi più ne ha più ne metta, poi, solo qualche anno dopo, quando lui, il Cicerone, difendeva Celio, ecco che io sono diventato tutt’un altro.

- Ossia?

- Ossia un uomo non privo di pregi. Non sprovvisto di virtù. Di qualità. Di un certo fascino persino.

- Eh già, mi pare che, in quella sede, cioè nell’orazione in difesa di Celio, ti definì monstrum, ovvero “prodigio”. Ma, ti ricordo, che anche nella nostra lingua la parola “mostro” è parola ambivalente.

- Lo so, lo so. Non sono così digiuno d’italiano. So che potete parlare di “mostro di bravura” o “mostro di abilità”.

- Quindi si era ricreduto sul tuo conto, Cicerone?

- Sicuramente gli faceva comodo dipingermi a tinte non così fosche, dato che il suo assistito Celio mi aveva frequentato in gioventù.

- Ma, Cicerone, così si vocifera, non voleva difendere anche te, quando fosti processato per concussione?

- Certo, lo ammette lui stesso in una delle prime lettere che indirizzò al suo caro amico Attico.

- E quando?

- Due soli anni prima della congiura, nel 65 a. C.

- E ti difese realmente?

- Ti giuro che, nonostante la mia memoria, questo non sono in grado di ricordarmelo. A volte mi pare di sì, a volte di no. Dev’essere l’acqua del Lete che fa di questi scherzi…

- Può darsi, io, come sai, non sono pratico di quei luoghi, né dei fiumi che vi scorrono.

- Caro amico, avrai modo anche tu di appurare gli effetti delle acque sotterranee, ma, te lo auguro, in un futuro lontanissimo.

- Grazie, caro Catilina. Addio, o arrivederci.

- Arrivederci.

 

Alessandro Banda, Congiura, Guanda 2018.

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