Intervista a Primo Levi

Domani giovedì 5 luglio al Teatro Franco Parenti (via Pier Lombardo, 14) di Milano, alle ore 19.00, incontro con Marco Belpoliti in occasione della presentazione del volume Primo Levi, Opere complete III. Letture di Gioele Dix.

 

Fino alla metà degli anni Settanta, Levi è interpellato soprattutto per parlare della sua esperienza di deportato raccontata in Se questo è un uomo e nella Tregua. Poi, accanto agli interventi di testimonianza, intensificati soprattutto negli incontri con gli studenti, entrano in gioco i discorsi sul proprio essere scrittore (anzi, chimico e scrittore), e sono dichiarazioni preziosissime per comprendere a fondo il suo rapporto con la letteratura. Inoltre, questi testi contengono molte notizie biografiche non altrimenti note. Levi parla distesamente anche di questioni scientifiche, di politica, dei suoi rapporti con l'ebraismo. Questo libro di interviste è dunque uno snodo fondamentale per conoscere la figura intellettuale e morale di Primo Levi. Uno strumento che restituisce la voce allo scrittore, conversatore sempre acuto, pacato e gentile, estremamente lucido anche quando parla a braccio, come si vede nei testi sbobinati da registrazioni di interviste o interventi orali. Molte di queste registrazioni (per esempio quelle di un ciclo di incontri alla Radio della Svizzera Italiana) sono qui trascritte per la prima volta. Completano il volume la bibliografia e gli indici relativi a tutti e tre i tomi delle Opere complete, a cura del Centro Internazionale di Studi Primo Levi.

 

Primo Levi lavora da chimico in una fabbrica a settimo Torinese a pochi chilometri da Torino, proprio all’imbocco dell’autostrada per Milano. Settimo Torinese è un paese un po’ strano in verità, perché direi mescola insieme parti vecchie e nuove, nuove e vecchie. Ci sono grandi fabbricati moderni, grattacieli, gru e ci sono anche piccole case con i panni stesi, addirittura sembra quasi un ambiente meridionale in certi punti. Noi siamo andati a cercarlo lì in fabbrica, ma Levi non c’era. Allora siamo venuti a Torino, dove lui abita e lo abbiamo trovato a casa sua.

 

Levi che stai facendo?

Sto cercando di riparare un modellino di mio figlio.

 

Tuo figlio è un appassionato di automobili?

Sì.

 

E anche tu?

Io no.

 

Non gli hai insegnato tu?

No, no, anzi, degenere.

 

Allora Primo vogliamo far due chiacchiere? 

Volentieri. 

 

Parliamo di questo tuo libro? Anche dell’altro. Avrei voluto chiederti perché scrivi, dato che tu fai il chimico ma questo te l’hanno già chiesto.

Infatti.

 

Allora cosa posso chiederti: perché fai il chimico?

(ride) Per vivere, anche perché mi piace.

 

 

Anche perché ti piace? Allora possiamo dire questo, proviamo organizzare un discorso in questo senso: c’è una separazione netta tra la tua attività chimica e quella letteraria naturalmente?

Sì. Tengo che sia molto netta. 

 

Perché?

Perché sono un impiegato.

 

Non crederai di essere, dico, un letterato di professione facendolo così, una specie di mestiere di letterato, un secondo mestiere…

No, certamente no, e neanche intendo che lo diventi.

 

Non ci credi a questa cosa?

No, non molto, almeno nel mio caso perlomeno.

 

E allora finirò per chiederti perché scrivi.

(ride) Perché ho scritto… Devo ripetere la dichiarazione fatta a suo tempo… perché ho scritto. Ho scritto il primo libro, quello che hai in mano perché non potevo non scriverlo. Ricordo con precisione che fino dal tempo in cui ero in campo di concentramento accanto al desiderio profondo e feroce di sopravvivere viveva l’altro desiderio preciso: tornare a casa per scrivere queste cose che ho scritto.

 

Senti questo vale per il primo libro, Se questo è un uomo…

Sì. Il secondo ha una storia molto diversa. Il secondo è nato quindici anni dopo ed è la stesura dei racconti che ho fatto centinaia di volte, perché mi piace molto raccontare agli amici e a tutti quelli che mi capitavano a tiro. Perché questo viaggio di ritorno, molto strano, molto imprevisto, mi aveva dato occasione di trovarmi al centro di un mondo che raramente si conosce. Non parlo geograficamente del mondo russo, visto dal di dentro e senza vincoli, diciamolo pure, cioè con una libertà, quasi non ufficialmente. Anche perché gli esemplari umani che accadeva di incontrare in quei luoghi e in quei tempi è molto difficile incontrarli allo stato di libertà nella vita così detta civile.

 

Ho capito. Quindi tu vuoi dire in un certo senso che le storie della Tregua erano già collaudate.

Sì certamente… collaudato, infatti l’ho scritto facilmente.

 

Invece Se questo è un uomo è una esperienza più diretta e più difficile…

Anche più nuova perché non sapevo ancora di essere in grado di commettere questo atto dello scrivere.

 

E tuttavia sta di fatto ha avuto più successo La tregua di Se questo è un uomo.

Sì.

 

Il tuo primo libro è passato quasi inosservato quando è uscito.

Sì, di fatto è strano e non saprei spiegarlo che con ragioni contingenti. A mio parere è più importante, non so se è più bello, il primo del secondo. Sarei veramente lieto.. sarei più lieto se venisse letto il primo che il secondo. Mi pare che in certo modo, a parte il suo valore intrinseco, le cose che contiene devono essere conosciute. Lo sono troppo poco.

 

Dovrebbe avere un valore quasi di messaggio

Sì, penso di sì. Più che un valore letterario o poetico, penso che sia importante la documentazione che comporta.

 

Dico strano perché in Italia è passato quasi inosservato mentre è stato tradotto…

In diversi paesi. È stato tradotto in francese, tedesco, inglese, finlandese e olandese.

 

Ha avuto un successo notevole se non erro in Germania.

Soprattutto in Germania. Sembra un po’ strano. Mi ha stupito infatti. Ma i tedeschi sono un popolo complicato. D’altra parte quarantamila copie vendute in Germania non costituiscono ancora una rivoluzione del mercato librario in Germania e neppure permettono di trarre conseguenze sul livello medio qualitativo e quantitativo del lettore tedesco. Comunque ho ricevuto da lettori tedeschi un buon numero di lettere, abbastanza curiose che saranno forse pubblicate. Alle quali a tutte ho risposto. Tutte queste lettere rispondono a una sola frase della prefazione tedesca di Se questo è un uomo in cui io manifesto il dubbio di non riuscire a capire i tedeschi. Tutti quanti hanno risposto: Eccoci siamo qua, vorremmo essere capiti.

 

Importante, lo sai.

Importante.

 

Cioè anche il libro acquista una sua validità maggiore da questo fatto.

Penso di sì.

 

Hai raggiunto uno scopo. Senti un po’, Levi, quando tu non fai il chimico, cioè la domenica, la sera, non so… lo fai tutto il giorno, e quando non ripari le automobiline di tuo figlio, che fai? Scrivi? In questi giorni stai scrivendo?

No, in questi giorni non scrivo, rispondo a lettere.

 

Non hai intenzione di scrivere altro? O non vuoi dircelo?

Ho una intenzione molto vaga, veramente. La mia esperienza grossa è messa in bianco su nero, non avanza più nulla. Ho scritto qualche racconto di genere mal definibile, di genere fantastico, direi. E mi diverto molto a scriverne. Penso che se ne avrò ancora voglia, non dico ispirazione, perché è una parola troppo grossa… se ne avrò ancora voglia continuerò e forse li pubblicherò, per adesso sono ancora troppo pochi.

 

Radio Televisione Italiana, trasmissione L’Approdo, 27 settembre 1966.

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