Handke: l'identità dello scrittore

Conversazione con Peter Handke

Matite, dappertutto matite. Anche uno dei suoi libri si chiama Storia della matita, Peter Handke è uno dei maggiori scrittori nel mondo. O meglio, autore: anche di testi per il teatro (iniziò la carriera sconvolgendo gli spettatori con Insulti al pubblico) o per il cinema (insieme a uno dei più noti registi, Wim Wenders). Ma quando scrive, come da bambino, scrive a matita.

 

Ci mostra la sua casa. Vive solo, a mezz’ora da Parigi. Delle figlie restano gli animali di pezza e le altezze incise sul muro. Tre tavoli in casa, due in giardino: un battaglione di matite schierato sopra ognuno. Non vedo schermi, né di televisioni né di computer. Handke è intransigente, anche con se stesso. Niente fiere del libro, festival culturali. Ha accettato questa intervista attraverso un amico fotografo, Danilo De Marco. Forse non è una coincidenza. Anche Danilo lavora a “bassa intensità tecnologica”: con la pellicola fotografica in bianco e nero.

Non ha mai incontrato uno psicoanalista, né per consultarlo né in società: evento così raro che già meriterebbe uno studio, visto che ha vissuto fra intellettuali in Austria, Stati Uniti, Francia ed altro.

 

Oggi il pretesto è uno dei suoi libri più sorprendenti: Un anno parlato dalla notte (edizioni Moretti&Vitali), appena comparso in italiano. Un testo, per così dire, scritto sotto dettatura dell’inconscio. Da sempre Handke annota molti sogni. Estrae un taccuino più piccolo di un pacchetto di sigarette, dove prende appunti in qualsiasi momento. Frasi che ha ascoltato e lo hanno colpito. Lo sfoglia. Molte sono siglate “adN”! (aus der Nacht: dettate dalla notte, ci spiega). Leggendole a noi, poco alla volta si emoziona, si sorprende di se stesso: la voce che gli parla di più non è quella di altre persone, è quella dei suoi stessi sogni.

 

      

 

Parole che sono come fiabe: “Se vuoi partire, guarda il tuo volto nel penultimo specchio”. Mentre la maggior parte di noi ricorda soprattutto le immagini dei sogni, a lui restano frasi, domande senza risposta, dialoghi interrotti. Incontrollabili maree della notte, eleganti e dense, che si ritirano solo per tornare a farsi avanti: forze della natura che si fanno beffe della razionalità e perfino dell’ordine linguistico di uno scrittore rigoroso. I sogni gli porgono le asce preistoriche della sua professione.

 

Questo caos, invece, è quasi troppo comodo per me che sono psicoanalista (tanto più che spezza in frasi essenziali la sintassi tedesca, così temibile per un italiano). Ma come nel libro, così nell’intervista Handke non vuole interpretazioni. Per lui è più importante rispettare i racconti. Perché, sembra si chieda, gli umani ne hanno tanto bisogno da narrarne a se stessi ogni notte, in quella forma frammentata che chiamiamo sogno?

Gli domando: Un anno parlato dalla notte è stato un esperimento temporaneo o ha sempre dato importanza ai sogni?

 

Fino a dove può arretrare il suo ricordo, risponde, i sogni lo hanno protetto, custodendo le sue radici.

Handke è nato nel 1942 da un padre che incontrerà solo da adulto. La madre apparteneva alla minoranza slovena della Carinzia, regione dell’Austria che a sua volta in quegli anni era scomparsa, incorporata nella Germania nazista. Non erano tempi giusti per essere una madre nubile e parlare una lingua slava. La madre non gli parlava sloveno, ma tedesco e aveva un compagno tedesco, di cognome Handke, che sposò pur aspettando il bambino di un altro. Proprio quando la guerra stava finendo, questo patrigno decise di trasferire tutti tre a Berlino in cerca di una vita migliore, che incontrarono prima sotto forma di bombardamenti americani, poi di Armata Rossa che spianava la capitale come un rullo. Tornato nelle valli materne per la scuola elementare, lo scrittore fece fatica a imparare sia il dialetto tedesco della Carinzia sia lo sloveno, nel frattempo insegnato a scuola: e quindi a legare con gli altri bambini.

 

Ma la madre aveva una qualità insuperabile: una capacità di raccontare “che io non potrei mai raggiungere”, dice contraddicendo tutti i premi letterari che ha ricevuto. Gli parlava dei propri fratelli, due zii spediti dalla follia di Hitler nel grande inverno russo, che non erano più tornati. Ma nei suoi sogni, sì, tornavano. Per il bambino senza padre erano eroi che continuavano a visitarlo la notte. Strappato più volte dalla famiglia, dalla lingua, dalla geografia, Peter Handke istintivamente scopriva – due terzi di secolo prima di incontrare uno psicanalista – che nella fantasia e nei sogni esistono personaggi, patrie, cittadinanze le quali non sono stampate sui documenti e che nessuno ti può confiscare.

 

Così, il suo primo libro nacque dallo sforzo di ri-trasformare in racconto le storie della madre che gli erano comparse come sogni. Quello più recente torna proprio a quelle storie ed è forse il suo libro più bello, Immer noch Sturm: “Ancora tempesta”, per il momento non tradotto in italiano. Nel racconto immagina la guerra partigiana che gli zii avrebbero voluto sui monti della Carinzia – dove effettivamente ci fu l’unica resistenza armata al nazismo – se non fossero morti dimenticati con la vergognosa divisa di Hitler sulle spalle.

 

 

La gente comune pensa che la psicoanalisi sia un complesso strumento che ogni tanto salva chi, di dentro, sta perdendo l’equilibrio. Ma la psicoanalisi è solo una applicazione particolare e un poco artificiale a questi squilibri. È spesso il mondo interiore, che tutti abbiamo, a risanarci: proprio come la febbre è una correzione di temperatura necessaria, con cui il corpo cerca di guarire da sé. Handke, il più psicologico fra gli autori viventi di lingua tedesca, sembra aver istintivamente seguito queste auto-terapie che la psiche ricerca. Mentre noi “normali” puntiamo i piedi, non vogliamo ascoltare cosa il mondo interiore ci chiede: proprio come neghiamo che il corpo sappia cosa vuole quando si fa sentire con la febbre, e cerchiamo di sopprimerla inghiottendo Aspirina.

 

Dopo i primi successi da giovanissimo, Handke seguì furiosamente l’istinto di narrare. I suoi libri non sono programmati, gli nascono in mano scrivendo. Non solo sarebbe falso, ogni volta, dire a cose fatte che aveva progettato quel libro: non sapeva neppure che non poteva farne a meno. Anzi, che il processo gli era indispensabile. Quello che chiamiamo un progetto – o un destino: a volte non fa molta differenza – si rivela quando è compiuto. Ricorda bene solo quel che ha pubblicato fino ai venticinque-trenta anni: negli ultimi quaranta è stato in gran parte un sonnambulo. Quando gli citiamo dei passaggi dai suoi libri fatica effettivamente a ricostruire da dove vengono.

 

C’è un’isola, però, nella sua vita, staccata dal continente dedicato alla scrittura. Handke ha raccontato questa fase anomala nel libro Storia con bambina: gli anni seguenti alla nascita della prima figlia, di cui si è occupato lui, mentre la madre si concentrava sul proprio lavoro. Ho dedicato anch’io molte energie a scrivere di paternità, così non posso trattenere la domanda: “Gli anni in cui ha fatto quasi esclusivamente il padre (o si può anche dire: è stato una “mamma” di sesso maschile) hanno cambiato qualcosa nella sua identità?”. “Hanno cambiato tutto. Sono stati gli anni essenziali della vita. Non potevo più concentrarmi sul mio mondo interiore: anche se continuavo a volerlo, e a tratti ci riuscivo. Mi sono accorto che avrei sempre voluto salvare qualcuno. Mia figlia non aveva bisogno di essere salvata: ma almeno potevo proteggerla. Nutrirla e custodirla ogni giorno, per anni, è stato forse più importante per me che per lei”.

 

 

Si volta da un’altra parte, come facesse spallucce, come volesse dire che i nostri tempi e le nostre caratteristiche non le decidiamo noi ma la vita. Essere padre è diventato il fondamento. Poi, però, le fondamenta restano in cantina: la vita di ogni giorno è sopra. “Oggi sono contento quando vedo le mie figlie, ma non mi sento più padre: quasi sono più felice se non vengono a trovarmi perché ho tempo per me. Solo quando insinuano che non sono un padre si risveglia qualcosa di antico. Ho uno scatto e rispondo: Sì, sono un padre. Un po’ come quando mettono in discussione le mie origini. Vivo qui a Parigi, mi importa poco dell’Austria. Ma quando dicono che non sono austriaco, reagisco: Sì, lo sono. Di tante parti della nostra identità non siamo coscienti. Ma basta poco a richiamarle. Quando in strada una voce di bambino chiama ‘Papà!’ mi volto sempre, come se si rivolgesse a me. Appartengo alla generazione del ’68, quella che per la prima volta incoraggiò i figli a chiamare i genitori per nome, invece che ‘papà’ e ‘mamma’. Ma mi sono accorto di essere felice che le mie figlie abbiano continuato a darmi del ‘papà’”.

 

Sgranchisco le gambe nel soggiorno. In mezzo ai quadri vedo una foto di lui, seduto accanto a una bambina che pare felice. Mi fa segno di no: “Non è lei, questa è la più piccola”. Chiedo della maggiore, alla quale è stato così vicino e così a lungo, come difficilmente capita ai padri. “Ha quarantaquattro anni ed ha avuto alti e bassi”. Poi, senza che glielo abbia chiesto: “Con lei non mi intendo tanto bene. Se certe cose nella sua vita non vanno, tende ad attribuirle a me”. Il destino delle mamme possessive, penso. Perché non dovrebbe capitare anche a un padre, quando è stato tanto dipendente dal figlio quanto tradizionalmente lo è una madre?

 

Ripete spesso di essere un caso psicologico estremo: “Sono quasi autistico”, dice. La gente “normale” gli pare pazza. Ma vorrebbe anche dare dei colpi in testa a se stesso, per uscire da quella prigione che è la sua mente.

Passano però cinque ore. Questo personaggio che non vuole incontri deve aver ricevuto visite interiori, perché continua a parlarci, mentre ci cucina i funghi raccolti nel bosco e versa la grappa fatta da suo suocero. Solo quando l’atmosfera si è in tutti i sensi scaldata dico: disturbato mentale non lo è affatto, ma forse lo sarebbe divenuto se non si fosse lasciato guidare dal demone della scrittura. Ci sono anche i demoni buoni.

 

Ho conosciuto un uomo che non si dimentica facilmente. Che pensa. Che ascolta anche gli altri: ma non spesso, occupato com’è ad ascoltare voci interiori che non decide lui. Che, siccome queste non si arrestano mai, per fermarne qualcuna, deve scrivere. Risalgo sul treno per Parigi con la curiosa sensazione che il lavoro e l’identità di Peter Handke non consistano nell’essere scrittore, ma in una spietata sincerità con se stesso.

 

Questa intervista è apparsa su Il Venerdì di Repubblica

I libri di Peter Handke sono in corso di pubblicazione da Guanda

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