Siamo linguisti o caporali?

Colloquio con Nunzio La Fauci

All’uscita di Relazioni e differenze (Sellerio), il libro in cui ha raccolto diversi suoi saggi di linguistica, mi è sembrato il caso di rivolgere alcune domande a Nunzio La Fauci, ordinario di Linguistica italiana a Zurigo. Conoscevo già il suo Compendio di sintassi italiana, uscito l’anno scorso dal Mulino, e da tempo sono un affezionato seguace del blog Apollonio Discolo in cui La Fauci commenta usanze di parlanti e linguisti, in quella che definisce “una lingua non comune”. Si tratta di una lingua ironica, che può arrivare al sarcasmo, a suo agio soprattutto nel discorrere controcorrente. I passaggi di Relazioni e differenze che si richiamano alla storia della linguistica e ai suoi presupposti filosofici hanno per me disegnato la cornice teorica all’interno della quale le apparenti intemperanze di Apollonio Discolo risultano molto meno occasionali. Così ho chiesto a La Fauci alcuni chiarimenti che mi hanno aiutato a scrivere un articolo per Repubblica (uscito il 6 maggio 2011) sul suo lavoro; ora, con il suo gentile permesso, li pubblico qui integralmente.

 

 

Della stupidità umana e della stupidità caporalesca

 

Una premessa. Ottanta anni fa, Robert Musil tenne a Vienna una conferenza sulla stupidità. Venni a conoscenza del testo di tale conferenza, poi pubblicato, or sono parecchi decenni. Da allora non ho mai smesso di pensare che si tratti della cosa meno stupida che io abbia mai letto sul tema, sul quale circolano invece delle sesquipedali stupidaggini, per paradosso osannate come intelligentissime.

Il tema della stupidità (lo confesso) mi ha sempre appassionato molto. Devo dirti perché? Ragioni personali. Mi consentirai di tacerne per decenza.

Provo a riassumere il nocciolo della conferenza di Musil. Il compito è temerario ma vedrò di assolverlo facendo il minimo torto allo scrittore austriaco. Di stupidità, dice Musil, ce ne sono (almeno) due e non vanno confuse. C’è la stupidità dello scemo del villaggio (o di chi passa per tale), del povero di spirito, dell’intellettualmente demunito. È una stupidità lampante, manifesta. C’è poi una stupidità celata e sottile. Essa non appare come scemenza né come devianza. Ad un’analisi approfondita, appare, al contrario, come adeguatezza al mondo, un’adeguatezza sempre pronta a diventare addirittura eccessiva. Questa seconda e quasi indefinibile stupidità, di conseguenza, solo l’analista particolarmente avvertito e attento sa rilevarla. Ai suoi portatori infatti non mancano conoscenze, abilità, relazioni. Sovente si tratta anzi di gente che al mondo in cui opera e prospera (oltre che naturalmente a se medesimo) non pare stupida per nulla. Per Musil, il secondo tipo di stupidità è definibile come un’autentica malattia della cultura. E la diagnosi non lascia dubbi.

Ricorderai a questo punto una famosa battuta di Totò: “Siamo uomini o caporali?”, diceva il comico napoletano. Non per fare dello spirito, proviamo allora ad applicare l’alternativa ai due tipi di stupidità, anche al solo scopo di trovare un modo rapido per chiamarli.

 La prima è allora una stupidità da “uomini”, la seconda una stupidità da “caporali”. Direi ancora che la prima, “umana”, è una stupidità che può fare ridere o piangere, può persino fare arrabbiare ma che, anche in questo caso, resta differente dalla seconda, che, oltre a far ridere o piangere, soprattutto inquieta e preoccupa.

È appena il caso di dire che, sotto diversi aspetti della propria vita e in diversi momenti, talvolta nello stesso giorno, a ciascuno capita d’essere “uomo” o “caporale”. Sono certo concorderai, tuttavia, sul fatto che c’è chi sembra naturalmente vocato a svolgere il ruolo di “caporale” ovunque sia possibile. Si trova quindi più di altri affetto dal morbo diagnosticato da Musil.

Ci si è riflettuto poco, ho l’impressione, ma la figura dell’“intellettuale” (che è, si badi bene, un’invenzione del Moderno) nasce con una naturale predisposizione a contrarre tale malattia. Cercare qui di dire perché sarebbe lungo (e forse inutile). Mi limito quindi a dire che, nel momento stesso in cui si atteggia a “intellettuale”, ciascuno dovrebbe immediatamente chiedersi se non è per caso diventato vittima della stupidità “caporalesca”.

 

Bene, a questo punto ti ripeto la mia prima domanda, anzi le prime due: una delle tue polemiche ricorrenti è contro la pretesa  degli intellettuali di rendere migliori i non intellettuali; quale relazione ti parrebbe invece più corretta? E tu, facendo così, non stai cercando a tua volta di rendere migliori gli intellettuali?

 

La premessa è stata lunga ma sulla sua base posso abbozzare una risposta alla tua prima domanda. A me (e credo così di concordare con Musil) la stupidità “umana” ispira tanta solidale simpatia quanto mi infastidisce la supponente stupidità del “caporale” di cui non credere non rilevi in me di continuo la presenza.

Nell’attitudine di cui mi chiedi conto con la prima domanda, dunque, c’è traccia di un moto istintivo: il desiderio di svelamento della stupidità caporalesca. Per prima reazione, insomma, io sto con gli “scemi” autentici. Del resto, dimmi, io, con chi altri dovrei mai stare?

Ti ho risposto? Forse in modo confuso. M’illudo d’averlo fatto. Una cosa chiara vorrei dirtela però ed è un diniego. No. Quando mi capita di osservare una stupidità caporalesca, o meglio di sottolinearla pubblicamente (che osservarne privatamente, ne osservo innumerevoli, in primis le mie, come dicevo), non lo faccio perché aspiri con ciò a migliorare il mondo.  Il mondo caporalesco, il mondo della stupidità come malattia della cultura, credimi, non è migliorabile: c’è e basta. Bisogna imparare a conviverci, come bisogna imparare a convivere con se stessi. Del resto, ovunque faccia capolino, la pretesa di migliorare il mondo, sovente senza nemmeno avere fatto prima lo sforzo di capirlo (che non significa necessariamente amarlo o condividerne le ragioni), è essa stessa pesante indizio di stupidità caporalesca.

 

 

“Errori di grammatica lei non ne fa / E senza errori non c’è felicità” (Ornella Vanoni, Dettagli)

 

Nella tua concezione per cui il linguaggio si fa in continuazione, è vivo il fastidio per ogni idea prescrittiva della linguistica: su questo abbiamo anche pubblicamente discusso, su un paio di esempi offerti da personaggi televisivi. Vuol dire che va tutto bene? Esistono solo preferenze individuali?

 

La lingua (“linguaggio”, che, lo confesso, un tempo amai, adesso mi sa di tappo) è un processo incessante. La lingua sembra sempre fatta e invece si fa in ogni momento. Facendosi, non si fa però a casaccio (anche se una forte dose di caso finisce sempre per albergarvi, ma non siamo qui a fare teoria). Si fa, invece, restando sempre fedele alla sua natura di sistema. La lingua (come del resto la vita) è un processo sistematico o, se preferisci, un sistema processuale. Che significa ciò? Significa che anche gli “errori”, o meglio, quelli che paiono errori da una prospettiva normativa, dalla prospettiva di chi vede la lingua come un codice di legge cui bisogna conformarsi, anche gli “errori” sono modi di manifestarsi della natura sistematica e processuale della lingua. Prendi appunto il caso di reazionare di Giuseppe Dossena (sul quale non direi che noi si sia polemizzato: tu ne hai parlato su Repubblica a centinaia di migliaia di lettori, io sul mio blog a dieci affezionati). Ciò che mi permisi di farti osservare fu, primo, che esso era meno deviante di come potesse sembrare a prima vista (il sanzionare che tutti accettiamo senza fare una piega nasce dal medesimo conio formale: esso sta a sancire, come reazionare sta a reagire); secondo, che il suo uso non era solo di un povero calciatore promosso al rango di commentatore sportivo ma anche di qualche buono scrittore, di quelli che già da tempo stanno nelle antologie scolastiche. Quanto al caso di Fiorello e del suo “La gente mi ama perché faccio i loro stessi errori di grammatica”, osservai non solo che di accordi di numero di tal genere, normativamente censurabili, è piena la letteratura da tempo immemorabile ma anche che ci sono lingue in cui gente è plurale. Non c’è quindi da stupirsi che, come nome collettivo, sotto sotto, sia un po’ plurale anche in italiano. Morale (che vale soprattutto per me medesimo)? Con gli “errori” degli altri (e dei presunti incolti) bisogna fare molta attenzione. Può capitare non solo che errori non siano ma anche che svelino cose più interessanti e gustose delle proposte di presunte correzioni. E poi, una vita senza “errori” di grammatica, dimmi, che vita sarebbe? E vogliamo stare dalla parte di chi pretende di mettere le mutande linguistiche a ogni cosa?

 

Andare cauti con gli errori degli altri significa che non sia sensato notare gli usi altrui del “piuttosto che” e dell’“affatto”? O il fatto che il mio telefonino segna come errore se scrivo “consegniamo” con la I (mentre l’errore è non mettercela, essendo la desinenza -iamo)?

 

Non solo è sensato ma può essere persino divertente. A patto di sapere che si sta parlando di lingua dalla speciale prospettiva non solo di una norma (nel caso specifico ortografica) ma anche di un gusto. La lingua è fenomeno sociale per eccellenza, vuoi che non sia eternamente soggetta alla legge del gusto e a quella dei mutamenti del gusto? Il guaio è quando qualcuno comincia a pensare che un gusto, il suo, sia “la” lingua, anzi, “la” lingua “corretta” e che fuori della lingua corretta vigano solo depravazione e perdizione.

 

 

Costruzioni di parole

 

Uno dei tuoi pallini teorici è che quando si parla non è che si montano parole come fossero mattoncini del Lego. L’esempio è comune a quasi tutti i linguisti: a te fa a dire, provocatoriamente, che “le parole non esistono”. Come è che a volte pare proprio di cercare una parola che non viene in mente, e va bene solo quella?

 

Esprimersi non è giocare con il Lego. Meglio, non è come noi si crede ingenuamente sia il nostro gioco con il Lego. Mi spiego: anche del gioco del Lego abbiamo un’idea semiconsapevole che non corrisponde a ciò che realisticamente facciamo con il Lego. Perché anche giocare con il Lego è manipolare i mattoncini di base in modo tale che essi assumano un valore specifico nella costruzione.

Immagina allora come vanno le cose con la lingua e con l’espressione dove non solo gli eventuali mattoncini sono plastici in maniera inverosimile (una prova? L’ironia, anche la più semplice: “Ma che bel lavoro che hai fatto!” detto davanti a un disastro) ma, a ben vedere, i mattoncini come le costruzioni sono sempre l’effetto di una composizione che dà valore al tutto e alle parti. Alle parti come parti di quel tutto e a quel tutto come composto da quelle parti.

Certo, hai la parola sulla punta della lingua. Ma, se ci pensi un momento, quella parola che ti manca vale nel contesto in cui ti manca e ti manca proprio perché dovrebbe entrare a far parte di quel contesto.

So che tu trovi irragionevole la mia affermazione “Le parole non esistono”. [protesto: non è vero! nota mia] Ti invito tuttavia a trovarla straniante (come vuole essere) prima che irragionevole. È detta in un contesto culturale (che parolona!) in cui tutti, soprattutto i linguisti, credono invece all’esistenza primaria delle parole come tratto caratterizzate della capacità espressiva umana (anche Chomsky ci crede, pur facendo sembiante d’essere un sintatticista, anzi “il” sintatticista). Si tratta invece di un mito, a mio parere. Per fare riflettere chi mi legge, quindi, la sparo grossa e grossolana. Detta più finemente, potrebbe suonare così: dal punto di vista sintattico, le parole non sono elementi primari ma esiti di processi compositivi ed esistono certamente punti di vista, interni al sistema lingua ma soprattutto pertinenti la coscienza metalinguistica dei parlanti, in cui di un concetto di parola è impossibile si faccia a meno.

 

 

La linguistica del sebbene

 

Pensi che esistano altri sguardi su lingua e linguaggio interessanti e leciti, oltre a quello della linguistica?

 

Sì. La lingua non solo sopporta tutti gli sguardi e ma ha anche la virtù di renderli sovente interessanti. Come ho detto sopra, rende degne di essere osservate con amore e studiate con passione anche le stupidaggini degli sciocchi. Addirittura, forse, le mie medesime.

 

Esiste (o potrebbe esistere) una teoria linguistica di attività frammentarie come i giochi verbali, il turpiloquio, il gergo, lo humour, gli intercalari, la “moda linguistica” (a proposito di certe espressioni)?

 

Sì. Esiste e se si è costretti a dire talvolta solo “potrebbe esistere” è perché linguisti, veri linguisti intendo, ce ne sono sempre stati pochi: Humboldt, Saussure, Sapir, Jakobson sono tra i pochi nomi menzionabili in riferimento al Moderno. Tali pochi sono stati normali esseri umani e non hanno quindi avuto il tempo e le forze necessarie per occuparsi di tutto. Che, poi, è impossibile. Perché, dimmi, in quale aspetto della vita umana la lingua non gioca un ruolo? Grazie al cielo, l’amore per la lingua e la sperimentazione che la concerne non è affare che riguarda solo coloro che, per convenzione sociale e accademica, sono tenuti per linguisti. Una linguistica come prodotto della corporazione dei linguisti è la cosa più lontana dalla lingua che ci sia (e, lasciami dire, lo stato presente degli studi accademici di linguistica lo testimonia impietosamente). Prendi l’esempio di Dante Alighieri. Aveva deciso di dedicare il suo tempo alla composizione di un’opera esplicitamente dedicata alla lingua, come a lui premeva in quel momento: il De vulgari eloquentia. Decise di smettere e di lasciare incompiuto il suo lavoro quando capì che ciò che voleva dimostrare per via teorica avrebbe fatto meglio a dimostrarlo nella pratica. La Commedia è sterminato amore per la lingua, sperimentato in corpore vili. Lo stesso amore che, bada bene, caratterizza (con gli ovvi limiti di chi la pratica) ogni linguistica che meriti tale nome.

 

L’affermazione per me più forte, nel tuo libro, è quella per cui il linguaggio non è un manufatto umano. Ma allora, da chi è prodotto il linguaggio?

 

Boh?!? Ma perché, tu credi che quelli che ti dicono che la lingua l’hanno fatta gli uomini te lo dicano a ragion veduta o ne abbiano le prove? O anche che sia soltanto l’ipotesi più plausibile? L’ho scritto: non ho difficoltà a pensare che gli esseri umani siamo macchine. Ciò che mi pare irragionevole è pensare che siamo macchine nello stesso senso in cui lo sono le macchine che siamo capaci di costruire. C’è un’aporia epistemologica nel credere il contrario (ché di questione di fede si tratta, bada bene) che mi pare sia camuffata malamente dall’attuale temperie di tecnologismo scientistico. Tale attitudine di pensiero è del resto lontana dalla scienza quanto altre mai: anzi, essa è fieramente avversaria della scienza e del suo ponderato scetticismo, che è rivolto anzitutto verso se medesima. Una conseguenza della mia posizione è certamente l’ammissione della possibilità che non ci sia proprio speranza che noi, un giorno, si riesca a capire la lingua. Il che significa che non c’è speranza che noi, un giorno, si capisca noi medesimi. Ma, ti chiedo, solo ciò che si è certi vada a buon fine va perseguito? A me, l’esperienza umana (e la scienza, che ne è parte importante) pare l’esperienza di un “sebbene”, non quella di un “perché” o di un “affinché”. Non ci capiremo mai niente? Ciononostante, è divertente interrogarsi e, visto che non siamo certi di nulla, non siamo nemmeno certi che a forza di far domande non si trovi una risposta. Parziale, certo. Ma una risposta. Gli uomini hanno solo una certezza, ho scritto: quella di sbagliare. La sfida della scienza toglie loro anche questa certezza. Con la scienza, finisce anche l’ultima certezza umana: la certezza dell’errore. Che, invece, qualcuno chiami adesso scienza la sua religione non mi stupisce: la stupidità, quella caporalesca, è capace di ben altro.

 

Milano-Zurigo, aprile 2011

 

 

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