Io . . . (un altro) Bruno . Eco . . Joyce

Un ricordo del Professore da parte di uno qualunque che ne ha condiviso l’ossessione per il Finnegans Wake, totem erudito e – dimenticatissima – cornucopia semiotica.

 

Marino! Chi era costui?

 

Non deve stupire il rapporto personale che chiunque abbia anche solo inciampato nei suoi scritti, lo abbia visto anche solo una volta parlare in pubblico o abbia anche solo minimamente interagito con lui, ha finito per instaurare con Umberto Eco. Figuriamoci chi su quegli scritti si è formato, chi è stato tante volte parte del suo pubblico, chi ha avuto modo di scambiarci più di qualche parola. Umberto Eco era – è – un mito, “l’intellettuale contemporaneo per antonomasia” (checché ne dicano “i sondaggi”), come ben spiegato da Michele Cogo in Fenomenologia di Umberto Eco, un libro che doveva intitolarsi Scherzando sul serio. Sì, perché Eco, se proprio lo si vuole bignamizzare, era questo: “l’uomo che sapeva troppo” e che sapeva dirtelo, poliedrico, in maniera sempre brillante. Come l’Acqua Recoaro. 

È stupido uccidersi appresa la notizia della morte di Rodolfo Valentino? È osceno non trattenere l’eccitazione e lavare con la propria urina gli spalti dello stadio all’ingresso dei Beatles? Forse sì, ma non più che piangere due giorni di fila alla notizia della morte del Professore, notizia appresa nottetempo su Facebook da un cugino che condivide alcuni dei miei interessi semiofili e che, letta la notizia, ha pensato a me, immaginava sapessi già tutto, ma mi ha scritto comunque. Per me, è stato un fulmine a ciel sereno (Bababadalgharaghtakamminarronnkonnbronntonnerronntuonnthunntrovarrhounawnskawnoohoohoordenenthurnuk!), se fino a pochi mesi prima Eco girava ancora per presentazioni e conferenze. L’ultima, o comunque una delle ultimissime, quella organizzata a Milano in occasione della pubblicazione di un volume Bompiani Su Peirce (e a cui adesso rimpiango molto di non essere andato). Solo pochi, credo gli intimi, sapevano della malattia. Chiunque, tutti, sempre e comunque, hanno però voluto essere parte del “fenomeno Eco”, chi per serio coinvolgimento intellettuale ed emotivo, chi per quell’effetto di nobilitazione che si prova nell’invischiarsi e magari misurarsi con i giganti. Come accaduto per i tantissimi carneadi chiosatori dell’affaire “Eco e gli imbecilli”, splendida prova provata che quello che aveva detto in quella famigerata, fraintesissima dichiarazione era vero. 

 

Questo cappelletto così cerimonioso non è che una excusatio non petita. Con tutte le conseguenze del caso. Chi sono io, se non uno dei carneadi, per dire la mia su Eco? Ecco, questa testimonianza ha valore – se ne ha uno – proprio perché proviene non da un collega, non da un allievo, non da un amico, non da qualcuno che ha frequentato Eco per anni, magari anche in privato, oltre le cattedre, i libri e le televisioni, ma perché chi la scrive è uno dei tanti nessuno che hanno a un certo punto instaurato con lui un rapporto personale, per quanto certamente asimmetrico. Qualcuno per cui, pure distante nel tempo e nello spazio, Eco è stato importante, molto importante, decisivo. Un fan, in altre parole. Un fan a cui Eco, come spesso è accaduto, ha saputo riservare un po’ del suo tempo e della sua attenzione.

 

Tutto si tiene

 

Esistono pochi momenti che riescono a condensare il senso di una vita – se ne ha uno – tanto da costituirne gli snodi chiave, i momenti di svolta, gli istanti che sanciscono fini e inizi. “Senso” non come significato, valore, ma proprio direzione, verso, piega presa. Per me, uno di questi momenti è stato iscrivermi all’università: ma a Scienze della comunicazione, non a Storia, come pensavo invece fino a pochi mesi prima. La passione per la storia l’ho sempre avuta, fin da bambino. Era forse inevitabile, perché mio padre era uno storico locale, era un accumulatore, di oggetti, di racconti, di storie. E a me piacevano le cose vecchie, i monumenti, i libri, Roma, le immagini in bianco e nero. Era quello un tipo di fascinazione in qualche modo, appunto, collezionistica. Ma era stata capace di resistere nel tempo, almeno fino al liceo. Quando alcuni piccoli eventi, alcuni epicleti, come li avrebbe chiamati Joyce, illuminazioni anche minime e casuali ma capaci di proiettare in un altrove e in un altroquando, mi fecero cambiare direzione. 

 

L’incontro con un libretto che spiegava la genialità dei Simpson e che, si leggeva nella quarta di copertina, era la rielaborazione di una tesi di laurea in “Scienza delle comunicazione”. Bene, era chiaro allora, io questo volevo fare nella vita: studiare i Simpson, scriverci un libro, un libro interessante e divertente. Il libro si chiamava L’allucinazione di una sit-com (o meglio, questo era il sottotitolo) ed era opera di Guido Michelone e Pierluca Marchisio (era lui il ragazzo autore della tesi di laurea). 

Poi. L’incontro, propiziato da quello stesso Bruno – un amico di poco più grande, molto colto, dai gusti ricercati – che già mi aveva fatto scoprire À rebours di Huysmans e L’occhio di Nabokov, con un libro misterioso e astruso, di cui nessuno parlava. Era il libro scritto da Joyce dopo l’Ulisse, di cui invece parlavano sempre tutti. Si chiamava Finnegans Wake (FW, per gli amici), ma spesso, negli altri libri, era scritto sbagliato, Finnegan’s Wake. Sembrava una cosa progettata per affascinare, mi diceva l’amico Bruno, se le cose che attraggono e intrigano di più sono i divieti, le prescrizioni negative. Le sfide, in altre parole. Perché il FW era giudicato non solo intraducibile, come l’Ulisse, ma addirittura illeggibile. Il non plus ultra della sfida. 

 

Ancora. L’incontro con una cosa chiamata “semiotica”, citata, accennata appena in un paragrafo del libro di letteratura – era il Baldi-Giusso-Razetti-Zaccaria – in cui si parlava di cose bellissime, che mi avrebbero ossessionato, pardon, accompagnato negli anni a venire: “strutturalismo”, “ermeneutica”, “decostruzionismo”, “postmodernismo”. Questa semiotica intanto aveva un nome fantastico, come lo “gnomone” e la “simonia” che paralizzavano la Gente di Dublino, come il “Veronal” che ipnotizzava La signorina Else. Poi, in Italia il suo “teorico di maggior rilievo” era questo Umberto Eco. Un nome – anche qui, bellissimo – che mi tornava, che avevo già letto da qualche parte, da tante altri parti anzi: era uno dei pochi italiani ad aver scritto del FW, ad averlo studiato a fondo. Approfondendo la questione, scoprii che a Eco si doveva anche, in buona sostanza, il complesso di corsi che andavano sotto il nome di Scienze della comunicazione. Tutto si tiene, avrebbe detto uno sfortunato, importantissimo indoeuropeista ginevrino. 

 

Eco l’avevo già incontrato nei fumetti, attorno ai fumetti. Era un’altra passione questa di eredità paterna e, anche qui, aveva preso una pericolosa piega collezionistica. In un vecchio diario Comix, forse andavo ancora alle medie, c’era il suo oulipoeano tautogramma Povero Pinocchio. In un bel libro di Pietro Favari che si chiamava Le nuvole parlanti, Eco aveva non solo scritto un piccolo, divertente contributo, ma compariva addirittura lui stesso sotto forma di fumetto: era una parodia di quello Steve Canyon che, avrei scoperto tempo dopo, aveva passato ai raggi X in Apocalittici e integrati

A ciascuno i suoi eroi. Ad alcuni l’astronauta, il pompiere, il veterinario, ad altri un compositore che sembrava uno scienziato pazzo (Edgard Varèse, idolo di Frank Zappa), a me un omaccione barbuto che studiava Joyce, ma anche i fumetti, che studiava la serialità pop e l’estetica, l’estetica medievale e quella – quelle – del Novecento. Tante cose belle, tutte diverse, tutte divertenti: perché, anche se non possono che farlo ciascuno a suo modo, James Joyce e Carolina Invernizio, entrambi, quello devono fare, è divertire. Questo principio, questa massima, che io trovavo illuminante e, non a caso, massimamente zappiana (Zappa era uno che diceva non di fare arte, ma just entertainment), l’avrei letta più avanti nella parte per me più interessante – e divertente – de Il nome della rosa: le Postille

 

La mia Numero Uno

 

I Simpson, il Finnegans Wake, la semiotica. Il post-moderno, l’ironia, il piacevole. Mi iscrissi a Scienze della comunicazione. Ma la semiotica che mi trovai a studiare non era quella echiana. Era quella, molto diversa, che come epicentro aveva questo Greimas. Me ne feci una ragione. E in quegli anni, allora, per me Eco continuò a essere soprattutto il campione di un modo di scrittura saggistica che ormai preferivo alla narrativa. Studiai “semiotica”, “semiotica dell’arte” I e II (che poi fu una splendida “semiotica degli odori”), “semiotica della musica pop” e dopo un tot, alla fine, con questa semiotica mi riappacificai. I litigi, lo ricordo benissimo, erano cominciati una notte che avevo assaggiato la zuppa al pesto di Greimas

Arrivato il fatidico momento di dover “chiedere la tesi”, proposi a un francesista che mi aveva fatto amare Genette una tesi sul Finnegans Wake. L’ossessione per quella cosa lì era rimasta inesplosa, ma aveva continuato a covare sotto la brace, riemergendo carsica come un fiume di tanto in tanto. Lui, il professore, era uno dei massimi esperti di Truffaut regista e transmutatore di Henri-Pierre Roché e ovviamente sapeva cos’era il FW, anche se non era molto addentro alla questione. Gli spedii allora la tesina – si chiamava Chaosmos: la complessità della realtà, una cosa così, senza pretese – che avevo scritto per gli esami di maturità. L’avevo scritta dopo essermi studiato come si faceva, una tesina, sull’apposito manualetto echiano (che mi iniziò allo sport autolesionistico del “cercare il criterio bibliografico perfetto”). In una trentina di pagine proponevo, come da sottotitolo, Un percorso a partire dal Finnegans Wake di Joyce tra letteratura, filosofia e arte che arrivava, passando per Nietzsche, fino ai frattali. Detta così, sembra una cosa un po’ folle, ma in verità non facevo altro che portare alle estreme conseguenze quello che avevano già detto i miei due Virgilio sull’argomento: Giorgio Melchiori e, appunto, Umberto Eco.

 

Era sempre l’idea del FW come “opera aperta” e dell’opera aperta come “metafora epistemologica” (peraltro, sulla frattalità del FW, ci avevo visto giusto, o almeno così dice un recente studio condotto da un team di fisici). In ogni caso, il professore, pur confessando di avere scritto anche lui a suo tempo un delirio simile (ma, da bravo genetteano, sulla Recherche), in pratica si spaventò e mi pregò di cambiare argomento. A quel punto fui io che mi spaventai, sentendomi in trappola, con il relatore ma senza l’argomento, con il tempo che scorreva e la consegna che incombeva. Ma se dovevo stare mesi a studiare una cosa, e a scriverne, doveva essere una cosa bella, e la più bella di tutte era senza discussione il FW. 

 

Chi poteva aiutarmi? Chi poteva consigliarmi? Chi poteva indirizzarmi verso una strada che non fosse un cul-de-sac o, al contrario, farmi desistere una volta e per tutte? Beh, solo Lui. Memore di un aneddoto zappiano costitutivo della mitologia del personaggio, anche io cercai su tutti gli elenchi disponibili quello che era “the idol of my youth”. E lo trovai. Con un escamotage: cercai non lui, che ovviamente non c’era, ma la moglie. Trovai due indirizzi, uno a Milano, l’altro a Montecerignone (nelle Marche, vicino San Marino). Spedii la stessa lettera, scritta al computer, a entrambi. Mi premurai di inserire, sotto alla firma di commiato, anche il mio indirizzo email, perché, mi dissi, se anche esiste una sola possibilità che Eco si degni di rispondermi, non sia mai che dover scrivere una lettera alla vecchia maniera e spedirla – e se poi si perde? – sia un deterrente, faccia saltare tutto. Mandai anche una mail con lo stesso testo a un vecchio indirizzo istituzionale bolognese, ma immaginavo non fosse più attivo. Non lo era. 

 

Quando ormai, impaziente, avevo perso ogni speranza e non me l’aspettavo neppure più una risposta, arrivò una mail: mittente “umberto eco”, oggetto “FW”. È uno scherzo. No, è Lui sul serio. “Caro Marino”, cominciava. Nella mia lettera avevo chiesto al “Carissimo Prof. Eco” se e quale strategia potesse consigliarmi per approcciare tesisticamente il FW: io volevo analizzarlo come dispositivo comunicativo, non come testo letterario o busillis traduttologico. Volevo spiegarne la semiotica implicata, non farne un’analisi semiotica. Nel Post Scriptum gli chiedevo anche, come nulla fosse: “Ma lei il FW l’ha letto tutto?”. Eco rispose a ogni dubbio e a ogni domanda. Lasciandomi con un saluto a tema: “Tanti auguri per la sua _ideal insomnia_”. Perché deve essere affetto da un' insonnia della mente, delle idee, un' insonnia ideale, il lettore ideale del FW (un “ideal reader suffering from an ideal insomnia”, FW 120.13-14). 

 

 

Feci un print-screen di quella risposta, che mi sembrava affettuosa, che sentivo complice. La stampai, la incorniciai, piccolo altare nell’epoca della riproducibilità tecnica: era la mia Numero Uno. Era il 20 aprile del 2007. Erano passati, a ben vedere, soltanto diciannove giorni da quando avevo scritto e spedito la lettera. Altro che perdere le speranze: Eco mi aveva risposto e pure in fretta. 

 

Per la cronaca: alla fine cambiai relatore, lasciai perdere la tesi sul FW e feci una cosa, comunque borgesiana, sulle recensioni di dischi che non esistono. Nel 2011 quella tesi diventò un libretto e io ne spedii una copia all’indirizzo milanese di Eco, con tanto di dedica e di spiega. Non mi aspettavo certo un colpo di telefono e infatti la cosa finì lì. 

Il FW restò quella cosa bellissima e impossibile e proprio per questo definitiva a cui ogni tanto non potevo non tornare. Con episodi anche grottescamente poetici come quella volta che cercai la mail del suo traduttore, Luigi Schenoni, per attaccare bottone e farci polemica (per me il FW non va tradotto, va rifatto, riscritto eccetera). E scoprii che era morto da un anno. Ci restai malissimo, perché Schenoni per me era “come quei nemici che si ammirano nonostante il loro battersi per la causa sbagliata”.

 

Anni dopo, era il 2012 e la semiotica ormai mi aveva fregato così tanto da avermi fatto fare un dottorato a Torino, avrei chiesto al Professore di apporre la sua firma su un libro speciale per tutti gli amanti del FW, quello con le versioni italiane e francesi del capitolo dedicato ad Anna Livia Plurabelle. Dentro c’era un suo saggio straordinario intitolato “Ostrigotta, ora capesco”, sulle auto-traduzioni di Joyce e la loro sfacciata strategia target oriented (si tratta di vere e proprie riscritture, ri-creazioni della forma dell’espressione finneganiana, piegata ad altre forme del contenuto). Eravamo nell’aula magna del rettorato dell’università, a Torino, durante l’annuale congresso dell’associazione italiana di semiotica. Mi avvicinai, biascicai, masticandomi le parole, qualcosa del tipo: “Professore, ricorda, sono quello-della-lettera, del Finnegans Wake, alla fine le ho dato ragione, ho lasciato perdere”. “Certo!”, disse lui sorridendo. Certo, pensai io. Era il 30 settembre ed ero alla mia prima semioconferenza. Eco stava per introdurre una relazione di Victor Stoichita, sul dettaglio in Blow Up, e avrebbe poi ricordato Omar Calabrese, scomparso pochi mesi prima, celebrando la storia della semiotica italiana e invitando a fare di quella disciplina così affascinante non una zavorra metalinguistica, come spesso purtroppo accade, ma una forma mentis, una ars celandi artem, capace di accompagnare chi la pratica dentro e fuori dalle cose accademiche. 

 

La coperta di Linus

 

Prima di concludere con l’unico altro mio possibile micro-aneddoto echiano, voglio spendere ancora due parole sull’importanza della passione del Professore per il labirintico meandertale joyceano. Passione direi sottostimata all’interno della comunità semiotica, forse perché rubricata alla voce “ossessione” (o più semplicemente “fisima”). Passione fortissima: così forte da spingerlo a rispondere alla mia lettera, perché sinceramente non so quante altre lettere, quante altre richieste del genere abbia potuto ricevere nella sua lunga vita e nella sua lunga carriera.

 

Uno come Eco non poteva che restare stregato dal Finnegans Wake, non plus ultra delle sue predilezioni erudite e che le conteneva tutte: il Book of Kells e l’estetica isperica, le lingue utopiche e la ludicità della lingua, l’ossessione elencatoria e nomenclatoria, la parodia eccetera eccetera eccetera. Il Finnegans è l’eccezione capace di andare oltre la bizzarria dell’hapax illuminando di una luce diversa la regola stessa. Cosa c’è oltre il Finnegans, opera, libro – non nel senso del romanzo ma dell’oggetto fisico – che vuole dire tutto a tutti? Forse, se gli opposti si toccano, solo il silenzio, il sordo e muto bianco dell’all over: un monocromo di Burri o di Manzoni, un taglio di Fontana, 4’33’’ di Cage. Proprio John Cage, peraltro, è parte della lunga teoria di figure maiuscole che, come Eco, sono rimaste affascinate dal FW e se ne sono fatte guidare nel loro percorso intellettuale e artistico: Samuel Beckett, Jorge Luis Borges, Charles K. Ogden, Northrop Frye, Wolfgang Iser, Marshall McLuhan, Jay David Bolter, Gilles Deleuze e Felix Guattari, Anthony Burgess, Flann O’Brien, Terence McKenna. Il FW è uno dei totem assoluti del secondo Novecento a cavallo tra sperimentazione – e solipsismo – modernista e gioco – ed ecumenismo – postmoderno. 

 

Eco ha disseminato i suoi testi di riferimenti, citazioni, allusioni, paragoni con il FW. Anche quando in fondo non c’entravano niente. Se lo portava sempre appresso questo FW. Era davvero la sua coperta di Linus, un rifugium non paciosamente consolatorio ma il cui memento euristico era, al contrario, un invito continuo alla veglia, come a dire che il sonno dell’interpretazione genera mostri. Ecco l’insonnia ideale. Chiasmo totale, il FW è il dispositivo decostruzionistico per definizione (amatissimo, infatti, anche da Jacques Derrida), scialo di ogni amante della deriva dei significanti, eppure, allo stesso tempo, panopticon ideale da cui osservare I limiti dell’interpretazione, monito contro le forzature delle derive decostruzionistiche: ai testi possiamo far dire tutto quello che vogliamo, ma non quello che non ci autorizzano a dire. 

 

È noto, ma mai sufficientemente sottolineato, che il crescente interesse di Eco per linguistica e semiotica sia seguente e conseguente a Opera aperta, e che quest’opera chiave nella sua produzione e nella storia del pensiero contemporaneo trovasse originariamente nel FW il suo cuore, con una lunga trattazione che poi, dal 1966, sarebbe stata espunta e pubblicata in forma autonoma, con il titolo Le poetiche di Joyce. Tutta la teoria della cooperazione interpretativa, nozioni ormai parte dell’enciclopedia del pensatore occidentale come “opera aperta”, “lettore modello”, “semiosi illimitata” – illimitata, non indiscriminata – provengono, promanano dalla suggestione semiotica del FW. Lo ricorda lo stesso Eco in un articolo intitolato “Joyce, Semiosis and Semiotics”, dimenticatissimo e che invece andrebbe reintegrato nel suo canone bibliografico.

 

L’ultimo Bloomsday

 

L’ultimo aneddoto è questo. Quando l’Università di Torino ha deciso di rendere omaggio a Eco con una laurea honoris causa in Comunicazione (con tutta la divertente paradossalità del caso, perché, ha fatto notare qualcuno, era un po’ come voler dare la patente di “Santo” a Gesù Cristo), i professori del mio dottorato, da cui ero già fuori, e in particolare Massimo Leone, chiesero a noi “ragazzi” del gruppo semiotico torinese se qualcuno avesse per caso avuto voglia di occuparsi del libretto che sarebbe stato donato, per l’occasione, al Professore. Risposi al volo e mi presi “l’appalto” della cosa. Avevo già creato e gestito i social di “Lexia” (la rivista di semiotica diretta da Massimo, Guido Ferraro e Ugo Volli, che erano stati le mie guide), avevo curato le grafiche dei nostri incontri e seminari e, insomma, queste cose me le lasciavano fare di buon grado. Il libretto avrebbe dovuto contenere le riproduzioni di alcuni documenti d’archivio posseduti da UniTo, scampati fortunosamente a un allagamento, e che riguardavano un giovanissimo Eco: c’erano i suoi libretti universitari (con tutti i voti degli esami!), qualche lettera ufficiale, qualche verbale, una copia dattiloscritta della tesi che sarebbe poi diventata il suo primo libro (Il problema estetico in San Tommaso d’Aquino), qualche foto clamorosa (un Eco ancora imberbe ma già riconoscibilissimo, occhi neri, sguardo penetrante). Fu un piacere, del tutto egoistico, impaginare quel librettino che sapevo sarebbe finito nelle mani del Professore e mai avrei rinunciato a magnificarlo ulteriormente – il piacere egoistico, intendo – senza metterci dentro una strizzata d’occhio che speravo gli sarebbe piaciuta. 

 

Fu così che il librettino finì col chiamarsi An Archival Portrait of Umberto Eco as a Young Scholar e con l’aprirsi – e il chiudersi – con la parodia dei primi versi del Finnegans, a sintetizzare il percorso umano e intellettuale del Professore per quell’occasione che non poteva non avere un po’ il sapore del ritorno a casa, del bilancio. Se la forma dell’espressione di quei versi non poteva che essere il Finneganian, questa lingua-non lingua che vive di puns e agglutinazioni poliglotte (il “giogo” linguistico come unica regola), Eco ne diveniva la forma del contenuto: “archivalrun, past Pareyson and Peirce’s, from swerve of sophy to bend of semio, brings us by an echoicus vicus of reinterpretation back to Humberto eCo and Environs”. Ne ero piuttosto soddisfatto.

 

Giorni dopo la cerimonia (che seguiva un convegno sulle teorie del complotto, tanto care a Eco, e a cui sarebbe seguita la conferenza stampa della famosa dichiarazione “anti-social”), dopo anni di silenzio epistolare, riscrissi a quella mail da cui Umberto Eco mi aveva risposto. Fremevo, scalpitavo dalla voglia di dirgli: “Professore, sono io, sempre io, finneganianamente io, quello del librettino, quello della tesi, tra di noi ce la intendiamo”. Lo so, è ridicolo, forse così ridicolo da risultare tenero. Almeno, così mi piace pensarla. 

Scrissi la mail spiegando tutta la faccenda e allegando il pdf dell’Archival Portrait, e tempo un paio d’ore, stavolta, giunse la riposta: “Caro Marino, ho già ricevuto il pdf e avevo chiesto a Leone chi era il finneganiano misterioso. Grazie per il suo plagio joyciano, yes, yes, yes. ue”. Un triplice mollyano sì sì sì: cosa potevo volere di più? Era il 17 giugno, il giorno dopo il Bloomsday. 

 

Questo testo è stato preparato in occasione dell’evento “Umberto E. Vita privata di un genio”, organizzato il 16 luglio 2016 a Canelli (AT) nell’ambito del Festival Classico, a cui l’autore ha partecipato assieme al filosofo Maurizio Ferraris e a Cesira Antonucci Tarolla (la Cecilia de Il pendolo di Foucault). 

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