Alla ricerca della madre
Due libri di Luigi Romolo Carrino e Andrea Gentile

Cos’è l’origine? È il luogo senza spazio, senza tempo, senza luce. È l’istante da cui fuggire se si vuole nascere. Ma è anche la madre che con il suono della sua lingua scandisce il ritmo di ogni parola futura, il nucleo a cui fare ritorno, come in un vortice che dà la vita e poi la riprende nel suo buio. Così accade nei romanzi di Luigi Romolo Carrino e Andrea Gentile, due differenti modi di avvicinarsi alla figura materna, il vuoto originario impossibile da conoscere, se non divenendo essi stessi vuoti originari, partecipi al mistero della creazione: nascita, vita, morte, ora diventato il mistero della scrittura: mano, occhio, pagina.

 

 

Il titolo scelto da Carrino è esplicito: Esercizi sulla madre (Perdisapop), una variante sofferta degli “esercizi” di Raymond Queneau, che vengono scritti fra le pareti di un ospedale psichiatrico giudiziario. Giuseppe, protagonista del romanzo, è recluso per un misterioso delitto. Gli esercizi sono i suoi ricordi, scaturiti dalla lettura delle “Macchie di Rorschach”, dieci tavole che riportano alcune macchie d’inchiostro simmetriche, impiegate per valutare la personalità di un individuo. In ogni capitolo il protagonista esplora una madre, un demone, una macchia, cercando di spiegare a se stesso, con un complesso intreccio di voci, i motivi per cui, molti anni prima, la bella madre, lo abbandona per dieci ore seduto sul gradino di casa ad attendere il suo ritorno.

 

Da quella dimensione temporale dilatata, in cui ogni istante si espande sino a divenire lamento e poi pagina scritta, lo scrittore indaga se stesso e le macchie della sua scrittura. Il luogo della “Madre” e del figlio è la parola da cui tutto si genera: “Mamma. È dentro le tue vocali che tutto il mondo mio si risolve. (…) È la emme a rappresentare la mia vita. Emme come maschio come memoria come mente come mani come mancanza. Emme come morte macchia malattia menzogna manoscritto. Emme come mutilazione. Emme come manicomio. Emme come male”.

Una parola dal sapore definitivo, destinata per paradosso a vivere nel momento stesso della sua morte: lo scrittore uccide la lingua-madre e cerca di farla rinascere sulla pagina.

 

 

 

Anche nel romanzo di Gentile c’è una figura materna, ma è molto diversa. Più che una lingua-madre come nel libro di Carrino, si potrebbe definire un’idea-madre, un pensiero persistente, che acquista corposità con la parola. Il titolo del romanzo, L’impero familiare delle tenebre future (Il Saggiatore)  è tratto da Zingari in viaggio, una poesia di Charles Baudelaire.

 

La voce narrante al femminile, orientata solo dal disorientamento dei suoi dubbi, va in cerca della propria madre, convinta che sia morta, mentre un onnipresente schermo televisivo mostra la cronaca di un'altra agonia: quella di Papa R. prossimo alla morte.

 

La vicenda si svolge a Masserie di Cristo,  un paese che pare un deserto – e forse vuole ricordare la nostra contemporaneità – non ci sono persone che lo abitano, solo erbacce affastellate ai bordi di strade vuote, e un unico essere vivente: il pastore Pellicone, quasi l’alter ego afono e mostruoso della delicata voce narrante. Un individuo con una monumentale calotta cranica, luogo tutto mentale, in cui rimbombano sia i soliloqui della protagonista: “Questa è una storia che non è già storia, è la vita del cervello mio che s’innesca a modo suo”, sia una lingua variopinta che lambisce universi lontani fra loro. Una lingua-mondo, capace di fagocitare termini di entomologia, mineralogia e anatomia, legati fra loro da ardite sperimentazioni sintattiche che trasformano le fantasiose soluzioni linguistiche in altrettante speculazioni filosofiche.

 

Tuttavia se il libro di Gentile è aereo, una scrittura fatta di incessanti interrogativi senza risposta, nell’attesa di un oscuro evento apocalittico – le tenebre future? – in cui tutto potrebbe implodere, incluso l’occhio del lettore, e qui sta il suo inquieto incanto, quello di Carrino è carnale, viscerale, rosso si potrebbe dire con un colore. Le  frasi emergono dal nulla e rimangono impresse come un tatuaggio: la “curiosa macchina” di Franz Kafka che trafigge il corpo dello scrittore e quello del lettore, una lingua perduta e trovata, uccisa e rinata come le parole sulla pelle del condannato.

 

I libri di Carrino e Gentile appaiono dunque come due diversi modi di rincorrere la propria origine alla ricerca di una nuova voce. E così per il lettore, che può scegliere la propria scrittura-madre, la parola a cui si sente più affine e il suono più vicino a sé e alla sua segreta origine.



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