Laura Fidaleo. Dammi un posto tra gli agnelli

Quando la nonna, durante le esercitazioni antiguerra, voleva che mangiasse le carrubbe come i maiali, lei si rifiutava: “mangiavo solo anemoni prima del tramonto, perché gli anemoni quando cala il sole si chiudono. Ci mettevo il dito in mezzo per farle resistere, ma loro niente, toccava farle fuori. Non sempre è sopportabile un rifiuto”.

Dammi un posto tra gli agnelli (Nottetempo, pp.137, € 10), libro d’esordio di Laura Fidaleo, racconta di questo e di altri tentativi di riempire vuoti ed esorcizzare rifiuti; noveracconti frugano ferite aperte senza mai lasciarle chiudere e guarire.

Quasi nulla succede e se qualcosa accade, è sullo stesso piano dei ricordi e della registrazione impressionistica di un presente storico e quotidiano. Nel deserto dell’anima seminato di relitti, la memoria serve a ricostruire uno strappo, come i “pesciolini d’argento che scappano dagli album di fotografie e che si rubano quell’ultima dolcezza della colla, l’attaccatura al passato”.

Ogni racconto è una voce femminile che cataloga anomalie tanto ricorrenti da partorire una normalità sconfortante.

È tanto difficile ricostruire l’intreccio di perdite e lacerazioni quanto evidente ciò che accomuna personaggi e storie. Si tratta sempre di una mancanza, una carestia: una piccola madre rotta col grembo svuotato, una donna che perde la madre, il padre, l’uomo, l’infanzia, che colleziona bagnoschiuma dai flaconi bizzarri ma ha deciso di non lavarsi mai, per provare a essere santa o per rimanere sola.

 

“Ci deve essere un errore da qualche parte nell’amore: un buco”, e i racconti della Fidaleo rivelano una bulimica ricerca d’amore là dove non cresce, sotto l’icona della Santa Anoressia, che nella ricerca di redenzione fonde corpo e religione.

Così si segue il cibo lungo l’esofago, avanti e indietro, se ne osservano i cambiamenti, lo si serve per pranzo a chi deve scontare una colpa; si scambiano aliti di morte e si respirano baci come fa chi non può vedere e guarda con piccole mani da neonato. Lo stesso neonato che viene deposto nella conca sotto l’altalena, colma di foglie e di croci d’alloro su un monte calvario, dove chi intrecciava crocifissi senza cristo si è appena impiccato.

Dio è l’amore (se “sapere qualcosa dell’amore è sapere qualcosa di Dio”), ma è anche colui che ruba parenti e figli e che si fa più grande con i defunti che piangiamo.

L’abbandono è una malattia e la narrazione si contorce nel disperato tentativo di trovare, se non una cura, almeno una valida risposta. Ma è una disperazione calma e metodica, la disperazione ostinata dell’infanzia.

 

È una voce infantile quella che dispiega la narrazione, voce di bambina, come lo spettro dell’infanzia con la pentola-caschetto e le dita sporche di terra, che si nasconde tra i cespugli e ti insegue, ti bracca, vuole continuare a giocare.

È una voce piena di tutte le consapevolezze dei bambini ed è una voce di donna, che si declina in tutte le forme del femminile: figlia, madre, sposa, sorella, santa e vergine puttana.

E femminile è anche la scrittura immaginifica e riccamente metaforica che fa della similitudine una cifra poetica dilagante. L’autrice cuce trame impalpabili, come vecchi centrini di pizzo ingialliti e tarlati.

Il buio incombe; nessuno è innocente e la certezza della sconfitta pian piano divora tutto.

Il miracolo è l’equilibrio: la sottile trama del testo accumula “cose facili e invisibili, cose chiare ma irraggiungibili”, però non cede. I racconti fitti di immagini e retorica sono squarci di luce, come i comignoli che scintillano oltre la vallata, “sciarpe catarifrangenti di spaventapasseri impalati sulle vigne” di quello che sembra un piccolo villaggio di bungalow e si rivela cimitero.



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