Italo Svevo, Senilità

Per contribuire a un momento d’incontro, approfondimento e scambio come Tempo di Libri, la fiera del libro che si terrà a Milano dall'8 al 12 marzo, abbiamo creato uno speciale doppiozero | Tempo di Libri dove raccogliere materiale e contenuti in dialogo con quanto avverrà nei cinque giorni della fiera. Riprenderemo i temi delle giornate - dalle donne al digitale -, daremo voce a maestri che parlano di maestri, i nostri autori scriveranno sugli incipit dei romanzi più amati, racconteremo gli chef prima degli chef, rileggeremo l' “Infinito” di Leopardi e rivisiteremo la Milano di Hemingway, rileggeremo insieme testi e articoli del nostro archivio, che continuano a essere attuali e interessanti.

 

Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso così: T'amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d'accordo di andare molto cauti . La parola era tanto prudente ch'era difficile di crederla detta per amore altrui, e un po' più franca avrebbe dovuto suonare così: Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia.

 

Non riesco a trovare un inizio più bello di quello del secondo romanzo di Svevo: Senilità (1898). 

Come in ogni storia, non solo di carta, l’inizio è importante, decisivo, e questo vale per i romanzi, vale per i film, vale anche per le storie d’amore. Come una “scatola nera”, l’incipit contiene già i principali dispositivi tematici e formali che orienteranno l’opera, oltre che le istruzioni per l’uso del testo.

In questo caso particolare poi, credo che si tratti di un inizio particolarmente riuscito, perché ogni parola ha una capacità di resa plastica dei significati della storia, nonché dei fili che regolano la retorica narrativa. La trama di Senilità è già tutta dentro il suo avvio. 

Tutto ha inizio con un «Subito». 

 

Quest’avverbio che scappa dal tempo e dal corpo, alla maniera di un sintomo; questa parola così precipitosa e prepotente che spinge oltre; come l’energia provocata da un battito per ciò che attrae o che respinge, questa parola ci racconta già molto di ciò che leggeremo e della forma in cui ci sarà raccontato. Anzitutto perché risucchia il lettore dentro una reazione piuttosto che all’interno di un’azione; ancor prima di determinare il tempo indica un modo. 

 

E poi pensiamoci: esiste espressione che potrebbe definire meglio, icasticamente, la funzione di Emilio Brentani, eroe del proposito come arte della fuga («le cessazioni da desideri e da idee, le sole sue azioni»: cap., IV), ma, nel medesimo tempo, straordinario protagonista di un delirio d’immobilità («Viveva sempre in un'aspettativa non paziente»); umoristicamente preda degli impulsi che lo assalgono: non “trascinato”, ma, come accade ai temperamenti ipercontrollati, “travolto” in continuazione dalla spirale schopenhaueriana della volontà impulsiva che si svolge e si riavvolge («volle avvisarla», in luogo del più lineare “l’avvisò”). In quel «subito», che ricorre più di centotrenta volte nel romanzo e che tradisce la mancanza di calma, c’è già tutto Emilio. Come nel gesto che immediatamente si attacca all’avverbio, esprimendo una spinta a dichiarare piuttosto che ad agire: «con le prime parole». Emilio è qualcosa di più di un bugiardo (intendendo la bugia come deviazione dall’autentico), perché usa le parole da manifesto egoista: come significanti per velare, occultare, la realtà. Fino a non riuscire più a vederla; fino a riuscire a offrircela, proprio attraverso le sue menzogne, nel modo più reale: – T'amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d'accordo di andare molto cauti.

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