Jean Baudrillard: chi era?

Il recente volume a più voci Baudrillard ovunque, edito da Meltemi, ha il notevole pregio di far emergere la figura e il pensiero del sociologo nella loro piena e articolata complessità. Prima ancora di entrare nel merito dei temi trattati dal pensatore francese sia consentito un ricordo personale. Non senza aver innanzi tutto esplicitato che, a nostro parere, elementi del grande successo anche mediatico di Baudrillard derivano sia dai contenuti e sia dalla forma con cui tali contenuti vengono trattati, e cioè proprio dalla sua scrittura, dalla sua parola. Il modo cioè in cui il sociologo francese esponeva le sue riflessioni a faceva avanzare le sue idee era certamente viziato, o forse sarebbe meglio dire arricchito, dalla sua forma espressiva.

 

Nel 1978 Pietro Bellasi invitò Baudrillard in Italia, nell’ambito del corso di Sociologia che Bellasi stesso teneva ad interim presso la facoltà di Scienze Politiche a Bologna. Chi scrive era allora studente alle primissime armi, meticolosamente preparato sui libri dello studioso di Reims proprio in ragione di quel breve ciclo di conferenze destinato a rivestire in seguito un’importanza fondamentale. 

All’epoca il tragitto teorico di Baudrillard era già centrato sui due snodi principali che fungeranno da pilastri dell’intero suo pensiero: il consumo e la comunicazione; la critica alla società del consumo cioè, con i suoi riti e i suoi miti, e lo studio dei media, potentemente dotati di forza mortifera, come Baudrillard si affannava a spiegare. Rammentiamo bene che Bellasi invitò Baudrillard perché aveva bisogno di un pensiero che non fosse lineare, che non fosse progressivo, che non fosse nemmeno un pensiero consacrato a leggere e incasellare la realtà, poiché la spinta iconoclasta di quegli anni a Bologna conduceva dritta dritta a canzonare ogni buon senso, a rigettare come inutile e noiosa ogni riflessione ponderata, a tacciare come fascista ogni analisi che insistesse a dirimere e scomporre. E Baudrillard sembrava proprio la persona adatta. Una faccia tonda tonda dietro un paio di occhialini lievemente squadrati, una giacca di vigogna marrone a coste, all’epoca segno distintivo di intellettuale gauchiste e, a incorniciargli il capo, una corona di capelli ancora neri, riccioli e ribelli; infine, nella esposizione una sintassi smaccatamente francese. 

 

All’epoca Baudrillard aveva già scritto libri importanti tra cui Il sistema degli oggetti, (1968), Per una critica dell'economia politica del segno, (1974), La società dei consumi, (1976), Dimenticare Foucault, a cura di Pietro Bellasi, Cappelli, Bologna (1977), All’ombra delle maggioranze silenziose (1978), e ci raccontava del suo libro già pubblicato in Francia ma non ancora in Italia, Lo scambio simbolico e la morte (1979). In quegli anni egli fu chiamato anche in altre università come il Dams di Bologna, ed avemmo l’occasione di ascoltarlo più volte, pure durante i seminari estivi che si tenevano in estate ad Urbino. Baudrillard fu inizialmente accettato e apprezzato per quel suo pensiero che pareva frammentario e, aggiungiamo, inderogabilmente legato a quella sua capacità di piegarsi alla superficie del linguaggio, prima ancora che alla profondità del concetto. Fu il sociologo della superficie del linguaggio che non piega ma al quale dolcemente egli si piega perché si faceva utilizzare da eufemismi, dislocazioni lessicali, frasi apodittiche e temi espressi per aggiustamenti continui in modo da stringere dappresso una idea senza mai menzionarla direttamente, carezzandola asintoticamente per approssimazioni successive e, talvolta, eccessive.

 

Egli a quell’epoca era ancora fortemente legato al movimento marxista e la sua critica dei consumi ne risentiva profondamente sin dal titolo di quel libro, Per una critica dell’economia politica del segno, in cui si avvertiva il forte desiderio di attualizzare il pensiero economicista marxista con lo strutturalismo e con la teoria dei segni. Il percorso di Baudrillard si sviluppava attraverso il discorso sugli oggetti che, facendo sistema tra loro, suggerivano il modo di andare oltre la dicotomia marxiana di valore d’uso e di valore di scambio. Baudrillard introdusse, infatti, l’idea di una economia dello scambio basata piuttosto sul potlach, ed egli intravide nella dépense una base fondante del capitalismo delle merci. Si scorgeva da subito in quegli scritti l’insistenza sul concetto di scambio continuo ed estenuante, quello scambio simbolico (io do una cosa a te e tu, per non sentirti in debito, devi scambiare con una cosa di maggior valore, e così via fino alla spesa e perdita totale) che fa circolare i segni in modo sempre più vorticoso. Lo scambio e le sue accelerazioni saranno temi sempre più importanti per il nostro.

 

 

Con Lo scambio simbolico e la morte il discorso riguardo la dépense, cioè merci, anzi segni di merci che si scambiano fino all’esaurimento di ogni avere e di ogni ricchezza, approdò a un punto fondamentale, quello per cui le merci-segni si scambiavano tra di loro senza più alcun referente, senza più alcuna realtà a cui fare riferimento. Un poco come avviene in finanza con il fenomeno delle bolle speculative, secondo cui l’aumento vertiginoso di alcuni prezzi di determinati beni, dovuto ad un rialzo improvviso e repentino della domanda, risulta ingiustificato e soprattutto lontano dal reale valore dei beni stessi, talmente lontano da far collassare a un certo punto l’intero sistema. La perdita del referente non deve però condurre a ritenere che nel pensiero dello studioso di Reims vi fosse spazio per un relativismo totale. No, non c’è nessun relativismo in Baudrillard. Solo segni che si scambiano tra loro in modo indifferenziato e che, così facendo, svuotano di ogni senso emergente e distinguente il reale, che quindi non esiste più. Proprio come in una bolla non esiste più una relazione giustificata con il reale valore dei beni.

È stata proprio tale assenza di referente a dare l’avvio al Baudrillard maturo, esso stesso stupito di vedere i successi della sua scrittura frammentaria e frammentata. L’idea sviluppata di una morte del reale diede a quel non accademico una fama planetaria, poiché fece apprezzare un pensatore, per dirla con le sue stesse parole, portatore di una alterità radicale e irriducibile.

 

Il reale, così come lo definisce Baudrillard, è morto, sterminato dal simbolico e dalla immagine, ucciso cioè da tutto ciò che noi vi superimponiamo sopra. Forse è meglio a questo punto portare un esempio, traendo spunto da uno dei tanti casi presi in esame dal nostro. Dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre le Twin Towers sono crollate inaspettatamente ma proprio come noi ci attendevamo, seguendo cioè cifre e figure del nostro immaginario, alimentate da innumerevoli immagini mediatiche. L’aereo, gli aerei, hanno cioè trafitto le torri proprio come in un disaster movie americano e queste, conseguentemente, sono prima esplose in una nuvola di fuoco poi si sono dissolte in frammenti e polvere. Da esempi come questi Baudrillard ricava l’idea che il reale come emergenza, come vera sorpresa, come accadimento pristino, eccentrico, nuovo, non ha più luogo. Tutto è già continuamente scambiato con segni, con immagini, con simboli che sommergono il reale, fungono da reale e anzi si scambiano con un non-reale che in qualche modo abbiamo già visto e previsto. 

 

C’è metodo in tutto questo? Oppure si tratta solamente di una intuizione protratta all’infinito e proposta in ogni stanza della contemporaneità? Baudrillard stesso in una intervista a R. Bessis e L. Degrise (“Le Philosophoire”, n. 19) spiega che in effetti il suo non è tanto un metodo quanto piuttosto una forma di anticipazione: “…aller par anticipation au bout d'un processus, pour voir ce qui se passe au-delà.” Il suo modo di riflettere su un fenomeno consiste cioè nel vederne sempre l’inizio e la fine, cercando anche di comprendere quello che c’è oltre tale fine. Questo perché la fine di ogni processo è insita nel cominciamento dello stesso e, addirittura, in ciò che avviene dopo tale fine. Ogni processo è visto così, e al contempo, nel suo cominciamento, nella sua fine e nel suo rovesciamento in qualche cosa d’altro. Baudrillard guarda le cose in modo tale per cui tutto avviene nel medesimo tempo, sia l’inizio e sia la fine di un processo, quale esso sia, e financo il suo superamento. Per cui gli risulta più facile, in fondo, ritenere che tutto si sviluppi au même temps, che il cominciamento e la fine camminino in parallelo e che non ci sia più distinzione di causa ed effetto. Le conseguenze di un tale modo di pensiero e intendimento dei fenomeni sociali sono enormi. Per Baudrillard, infatti, non è più possibile trovare un ubi consistam che permetta di distinguere il vero dal falso, il bene dal male, il reale dall’immaginario, eccetera.

Forse fu proprio questo “processo anticipatorio” che piacque tanto, fin dagli esordi in quella Bologna di tanti anni fa, colma di movimenti e di creatività a\traverso, che abbiamo detto non amava l’esercizio razionale e tradizionale del pensiero poiché lo riteneva riduttivo, restrittivo e in ultima analisi, come si soleva dire allora, fascista. Baudrillard divenne portatore di una visione catastrofista, non nel senso apocalittico del termine, ma nel senso di una mutazione dovuta a un’accelerazione vorticosa. Egli lo afferma piuttosto decisamente: noi cerchiamo di andare sempre più veloci benché siamo virtualmente già arrivati fino in fondo, siamo alla fine.

 

I modi in cui siamo arrivati a tale fine, cioè in altre parole i modi in cui il reale è scomparso dalle nostre viste e dalle nostre vite, sono numerosi e Baudrillard li percorre tutti quanti. Il reale scompare negli e dagli oggetti che sono piuttosto segni che si scambiano vorticosamente; scompare perché esiste sempre un gap tra il reale e il nostro modo di percepirlo, in altri termini noi viviamo una esistenza in differita poiché si è creato uno iato tra l’evento e il suo doppio: l’immagine. E questa immagine impiega un tempo, anche se infinitesimo, per giungere alle nostre retine e tale differimento temporale ci riduce a non vivere la realtà ma un suo momento spostato, che è semmai l’immagine della realtà. Essa scompare anche perché i media se la sono mangiata riempiendola e riempiendoci a tal punto di simboli e di immagini per cui la realtà non sono altro che queste ultime, che la prefigurano. Il reale scompare ovviamente nell’arte di Warhol, nella fotografia, nella pornografia, nel design, nella guerra, come quella guerra del Golfo che non ha mai avuto luogo e che non poteva accadere perché tutto ciò che accadeva erano le immagini di una guerra. Il reale scompare nel cinema, nella televisione, scompare nella seduzione, scompare in quella America patria dell’iperrealtà. Ciò che avviene nella seduzione, ma il ragionamento si potrebbe allargare, è una manifesta congiura dei segni in grado di rendere reversibile ogni realtà sottraendo ad essa le tracce di senso. La seduzione per Baudrillard non è un potenziamento di se stessi, non permette cioè di lasciar rilucere il meglio di sé per attirare l’altro. La seduzione è scambio di ruoli, è gioco delle parti che non conduce da nessuna parte, se non alla seduzione stessa. La seduzione per la seduzione. Il reale scompare anche dallo stesso successo mediatico di Baudrillard, che in effetti pare irridere se stesso e quella fama che non è reale, non ha luogo. 

 

Il virtuale prende il posto del reale, in tutto e per tutto. E così, quando il 13 marzo 2017 Jean Baudrillard è stato seppellito nel cimitero di Montparnasse a Parigi, quella cerimonia laica con interventi ufficiali e privati, sprovvista di tristezze e di condoglianze ha potuto far dire al filosofo René Schérer, presente tra il pubblico, che tutto ciò era perfettamente normale, il funerale di Baudrillard non aveva avuto luogo; tanto meglio, poiché adesso egli cominciava a vivere.

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