Jean Echenoz. Inviata speciale

Inviata speciale, di Jean Echenoz è uno stravagante, euforico romanzo, sospeso fra noir e spy story: protagonista è Constance, moglie dell’ex musicista Lou Tausk, il suo misterioso rapimento, la sua futura missione spionistica. Ecco come si presenta Constance: «Camicetta azzurra attillata, pantaloni skinny antraci­te, scarpe basse, taglio alla Louise Brooks e curve alla Michèle Mercier – un insieme che sembrerebbe stri­dente, e invece no, sta d’incanto. Trentaquattro anni, poco attiva e poco qualificata – a malapena un diploma di scuola superiore –, moglie di un uomo i cui affari vanno o perlomeno andavano a gonfie vele, ma è la vita con quest’uomo che non va affatto a gonfie vele: vita materiale facile, vita matrimoniale per niente». Domina la rievocazione di un tema pop, Excessiv, scritto molti anni fa dallo stesso Tausk in collaborazione con Frank Pélestor e interpretato da Constance: questo tema percorre il libro come leitmotiv e ogni volta assume connotazioni ed espressività diverse. «Un tempo, ma ne è passata di acqua sotto i ponti, la collaborazione tra Pélestor e Tausk aveva prodotto diversi successi. Firmate Tausk-Pélestor e in­terpretate da Gloria Stella, Coco Schmidt e altri, certe canzoni erano andate benino. Nuisance e Dent de sagesse erano arrivate in cima alle classifiche ma, se Excessif – il disco d’oro nella cornice di plexiglas – all’uscita aveva riscosso un successo mondiale su cui torneremo più a­vanti, l’accoglienza riservata alle produzioni successive era stata via via più tiepida». Il romanzo si snoda attraverso inserzioni evocative che rallentano volutamente i ritmi della storia e la trasformano in un sorprendente balletto visivo, sonoro e cangiante.

 

Il “motore” del libro è il rapimento di Constance, che avviene non lontano dal cimitero di Passy. Echenoz descrive il piccolo cimitero parigino con affettuosa e ironica tenerezza: «Di dimensioni piuttosto ridotte, detiene il primato quanto a concentrazione di individui ricchi e famosi al metro quadro, specialmente nel campo delle arti e del­le lettere. D’altronde è stato costruito in posizione ele­vata, il che permette a chi vi giace di mantenersi sem­pre al di sopra del livello dei vivi. Tutto contribuisce al suo bon ton. […] Neppure il benessere dei sopravvissuti è stato trascurato: è la sola necropoli della città con una sala d’attesa riscaldata. Constance ha dunque passeggiato un po’ nel cimite­ro […]. Quando è uscita di lì, l’uomo in tuta da lavoro le si è avvicinato con aria perplessa, tenendo in mano un pezzo di carta che pareva sforzarsi di decifrare. Gran bell’uomo con quella tenuta, ha subito pensato Constance, che d’emblée non ha chiesto di meglio che dar­gli informazioni».

 

Notiamo, nella continuità del libro scandito da brevi capitoli all’interno di tre parti, la gentilezza dei rapitori di Constance, le loro attenzioni erotiche per la donna misteriosamente rapita, l’esitazione di Tausk a pagare il riscatto, i dialoghi sarcastici del musicista con il fratellastro Hubert. Il tragico suicidio di Pélestor, socio di Tausk, sotto le ruote del metrò, è descritto con la stessa neutrale precisione con cui vengono rilevate le varie tonalità musicali delle diverse stazioni del metrò. Tutto lo “spartito” del romanzo è sviluppato con un’acutezza entomologica e un’ironia antipsicologica che ammicca spesso al lettore, suggerendo l’impressione che lo scrittore stia quasi improvvisando, come in una suite jazz. È vero il contrario. Echenoz controlla con magistrale distacco i piani narrativi, il susseguirsi della trama, le descrizioni dei paesaggi e delle persone, eseguendo un montaggio funzionale e intellettuale di un libro molto simile a un film. Gli oggetti vengono evocati da dettagli minuziosi, che rendono la prosa simile a un astratto pannello pittorico. C’è, in tutto il libro, una spoliazione volontaria degli elementi drammatici e sentimentali, una vis comica lieve, un calibrato disincanto, che deriva dalla semplice esposizione di scene sottratte a una visione d’insieme, ben bloccate nella pagina, nitide, quasi autonome. Un esempio: «Restano i bambini: la cosa positiva dei bambini è che puoi guardarli quanto vuoi, anche negli occhi, puoi persino sorridergli senza temere rap­presaglie. Pare, perché in realtà, dietro la loro maschera di in­differenza e di candore, quelli ti notano, prendono ap­punti, indagano sul tuo stato civile, ti identificano qua­si in ogni minimo particolare grazie ai loro superpote­ri, ti schedano, ti inseriscono nella loro lista e un gior­no o l’altro, una volta adulti o anche prima, non appe­na avranno l’età per regolare i conti, te ne faranno ve­dere di cotte e di crude». Dietro a questa divagazione, polemica con chi considera l’infanzia come età dell’innocenza, è simultaneamente viva l’attenzione al plot dell’intrigo spionistico, osservato con lo stesso humour noir di Hitchcock in uno dei suoi più fascinosi film spionistici, Intrigo internazionale.

 

Determinante è la felicità descrittiva di Echenoz, realizzata nella divertita enumerazione degli apparati tecnici, dei libri letti, delle suppellettili, delle armi, dei mobili, delle stanze. Non ci sono, come in altri libri, le storie di “vite singolari”, da Ravel a Tesla a Zatopek, dove la narrazione converge come un fascio di luce, liberandosi dei dettagli per affondare il bisturi proprio in alcune scene decisive. In Inviata speciale scorre invece un intrigo polifonico e ricco di diversioni, non privo di scene pulp di plastica violenza visiva, improvvisi combattimenti e ferite quasi mortali, come in un romanzo noir di Jean-Patrick Manchette: l’intrico è dominato da uno stile dislocante e astratto, refrattario a qualsiasi identificazione psicologica (si predilige la beata indifferenza di Constance che ama molti uomini e legge molti libri con aria neutra e imperturbabile), che sottrae al lettore ogni possibile partecipazione, costringendolo a seguire la storia come un impassibile splastick keatoniano, concentrando l’attenzione su paesaggi urbani, extraurbani, talvolta interiori. La vicinanza all’oggetto, la sua iperdescrizione, si trasforma in un rallentamento ritmico, in una ironica o assorta lontananza, come se al massimo di realtà descritta corrispondesse uno stato di totale irrealtà, quasi di sopore ipnotico. Vengono in mente certi film di Cronenberg, come La promessa dell’assassino o Histoire d’une violence, dove a una realtà esposta nei suoi potenti colori corrisponde un momento di sospensione del tempo, di sonno vigile dello spettatore, che viene come catturato dall’interno, nel ritmo più che nella storia del film. Slontanante è stato l’agguato e il rapimento di Constance. E il romanzo continua su questa linea, aleatorio, divagatorio, ma preciso fino all’ossessione del minimo dettaglio.

 

Nella terza parte del libro, con l’arrivo a Pyongyang, si profila con maggiore nettezza il ruolo di spia di Constance: «Poiché era stanca dei giri in città, le due guide la portavano a vedere gli studi cinematografici – scenografi spettrali di città cinese, europea o giapponese a seconda del soggetto del film in lavora­zione –, a passare il pomeriggio al circo – minuscola pista rotonda munita di attrezzi sui quali, troppo spes­so, gli acrobati si rompevano l’osso del collo». Diverse pagine dopo questo tour, con l’amante Gang Un-ok, Constance traversa il campo minato della zona demilitarizzata fra Corea del Nord e Corea del Sud. Echenoz scrive: «Anche marcia era un termine poco adatto. Si trattava piuttosto di arrischiare lentamente un piede davanti all’altro, talora sulla punta, salvo tornare spesso sui propri passi quando il terreno sembrava sospetto, obbe­dendo alle ingiunzioni di Gang che consultava la map­pa ogni cinque secondi. Ma almeno, procedendo a quel ritmo, avevano il tempo di osservare il paesaggio. […] tra le chiome degli alberi, e ancor più numerosi negli strati alti della volta, spiccavano miriadi di uccelli paciosi, in­curanti per natura della superficie del suolo e che se la spassavano in coppia, in gruppi di pressione o in comu­nità intere, cinguettando allegramente tra loro». Lo scrittore, con il suo stile limpido e dettagliato, rallenta il drammatico cammino del gruppo di superstiti nel campo minato: Gang, il coreano decaduto, Pognel l’ex carcerato organizzatore del rapimento, la stessa Constance, camminano in un clima di artificiale avventura, fra Verne e Salgàri. Poi Echenoz accelera il montaggio e chiude la scena in modo trash: «E che cazzo, ha avuto il tempo di farfugliare Gang, c’eravamo quasi. Sono state le sue ultime parole perché, in un batter d’occhio, l’uomo con l’ascia l’ha letteralmente decapi­tato – inverando così la sua premonizione di qualche tempo prima, quando ancora viveva tranquillo con Constance. Mentre la testa rotolava per terra, esibendo una mimica imbronciata, l’uomo con il fucile d’assalto ha fatto una breve sosta per guardare Pognel con un bel sorriso prima di deciderne la sorte con due raffiche. La prima ha disegnato sul corpo dello zoppo una fitta serie di fori all’altezza della vita, la seconda ha comple­tato l’opera, sopprimendo gli spazi di carne tra un foro e l’altro, cosicché sono cadute a terra, ognuna per con­to suo, due metà di Clément Pognel».

 

Ormai il ritmo degli intrighi si dipana. Il generale responsabile del controspionaggio coreano viene deposto. Ma Paul Objat, uno degli organizzatori del piano, e Constance, imperturbabile spia e ostinata lettrice, alla fine si amano e vivono insieme, come nel finale di un improbabile melò. Ma il libro non si chiude qui e accentua la sua ambiguità nelle ultime frasi. Nel momento dell’agguato, poco prima del rapimento, Echenoz aveva scritto: «…l’uomo in tuta da lavoro le si è avvicinato con aria perplessa, tenendo in mano un pezzo di carta che pareva sforzarsi di decifrare. Gran bell’uomo con quella tenuta, ha subito pensato Constance, che d’emblée non ha chiesto di meglio che dar­gli informazioni. L’uomo ha detto che stava cercando rue Pétrarque, e rue Pétrarque ovvio che Constance la conosce. Prima di tutto, gli ha indicato, è proprio qui accanto». Alla fine del libro Echenoz scrive ancora: «Lasciata l’agenzia, Constance se ne va poi in giro per la piazza, rinviando il momento di tornare a casa. Deci­fra distrattamente, incise sulla facciata del palais de Chaillot, le parole dorate di Paul Valéry. Esita davanti al cancello del cimitero di Passy. Alla fine entra, lo attra­versa, esce, si ferma e vede passare un uomo. Segni par­ticolari: niente affatto male, belle spalle e mascelle at­traenti, una borsa in mano. Sembra intento a decifrare i nomi sulle targhe agli angoli delle strade. Siccome lei lo guarda per un secondo di troppo, l’uomo le sorride, si avvicina, le chiede se per caso sa dirgli dove si trova rue Pétrarque e Constance risponde: Certamente».

 

Lo scrittore, ripetendo quasi alla lettera l’incontro, sembra ironicamente avvertirci che, se lui lo volesse, se noi lo volessimo, riprenderebbe le fila del gioco e, come un erede di Perec, ritesserebbe serialmente un nuovo libro e rapirebbe di nuovo l’inviata speciale Constance, sprofondandola in altre avventure. Aveva scritto Echenoz, quasi a inizio libro: «Non è noto quanto meriterebbe, del resto, che nel cimitero di Passy, lontano dal secolo e dai proiettori, gli ospiti organizzano regolarmente uno spettacolo di fine anno valorizzato da un cast d’eccezione: Fernandel, François Périer e Jean Servais, Réjane e Pearl White nei ruoli femminili. La qualità dell’opera è garantita dal talento di altri defunti: copione di Tristan Bernard e Henry Bernstein da un’idea di Octave Mirbeau, dialo­ghi di Jean Giraudoux, scenografi di Robert Mallet-Stevens, costumi di Jean Patou, musica di Claude De­bussy. Il sipario è di Édouard Manet, la regia di Jean-Louis Barrault. Il testo della pièce è disponibile da Arthème Fayard. Sono in pochi a saperlo».

 

Solo uno scrittore visionario e realista come Echenoz può vedere il passato come un macabro e tenero spettacolo, e il presente con la raffinata e funerea distanza di una pantomima simile a quella – gioco sfaccettato e cristallino, simile a un divertissement dove è sospesa ogni etica, ogni messaggio, ogni significato, se non la necessità di jouer.

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