John Berger, Il settimo uomo

Nel 1974 John Berger e Jean Mohr terminano di scrivere un libro dedicato all’emigrazione in Europa. Raccontano con parole e immagini gli undici milioni di persone che dai paesi marginali del Continente (Spagna, Portogallo, Italia, Grecia) si sono spostate per lavorare nei paesi più ricchi. Provengono anche da Turchia e Nord Africa. I due autori descrivono principalmente la migrazione maschile, lasciando sullo sfondo quella femminile, ed escludono la Gran Bretagna che per via del Commonwealth riceve lavoratori stranieri da tutto il mondo. Il settimo uomo (Contrasto, pp. 347, € 24,90) tradotto da Maria Nadotti, preziosa curatrice dei libri di Berger, è un volume inconsueto e unico, che dovrebbe stare nelle biblioteche di tutte le scuole italiane, sfogliato e letto in ogni classe, commentato ad alta voce dagli insegnanti. Sono certo che se don Milani l’avesse avuto tra le mani, l’avrebbe elevato a libro di testo della sua scuola di Barbiana. Si tratta infatti di un racconto – qualunque cosa scriva, Berger è sempre un narratore – e insieme di un libro scientifico, con dati e tabelle, di un libro di psicologia e insieme di antropologia, di un album d’immagini e insieme di un libro di storia.

 

© Jean Mohr, Ragazzo in Bosnia.

 

Racconta tantissime storie: quelle dei migranti di Istanbul, fatti spogliare e ispezionati dai medici come se fossero all’ingresso del Lager nazista; degli uomini che hanno scavato a prezzo delle loro vite le gallerie sotto Ginevra; le partenze e i ritorni dei migranti dai loro villaggi greci; e altro ancora. Lo fa con uno stile asciutto e insieme poetico, senza trasformare il libro in una denuncia – è anche questo – o in un’opera ideologica. Assume come proprio fondamento l’idea di umanità, e misura con le parole e le immagini la disumanità, cui la condizione di emigrante espone le singole persone. Rispettoso e attento, è un libro che spiega come funzionava il capitalismo europeo in quegli anni Settanta. Presenta dati, solo quelli necessari. Pagina per pagina ha la forma delle vecchie mappe appese nelle aule, con l’immagine geografica dei paesi e del Continente, e i dati scritti in basso: popolazione, percentuali di migranti, luoghi di origine, destinazione. Per questo è anche un atlante. Le foto in bianco e nero di Jean Mohr possiedono la medesima poesia delle parole di Berger: guardano, osservano, ma sono sempre molto rispettose. Colgono l’umanità di chi è raffigurato, degli individui come dei paesaggi.

 

© Jean Mohr, Accertamento sanitario, Istanbul.

 

Non sono mai esibite, bensì discrete, pur nella loro intensità. Lo sguardo di questo fotografo, che ha studiato Economia e Scienze sociali, è attratto dalla quotidianità degli uomini che raffigura: i giacigli, i luoghi di lavoro, quelli di ritrovo, le baracche, i momenti di pausa. Gli scatti risentono del neorealismo italiano, ma non possiedono quella sfumatura di estetismo che le foto di Patellari e altri possiedono, nonostante tutto. Mostrano la realtà, eppure non la esibiscono. Sono foto di quarant’anni fa, e tuttavia non sono foto archeologiche, perché le donne e gli uomini che ritraggono hanno una loro durata temporale nel nostro presente. Berger possiede un tocco particolare nel raccontare. Da narratore vero entra nella testa delle persone, senza trasformarle in personaggi, presta loro la propria voce. A tratti sembra persino che le voci lo abitino.

 

© Jean Mohr, Controllo passaporti, Ginevra.

 

Non supera mai una soglia emotiva nel suo raccontare: non è mai patetico. La sua sobrietà ed essenzialità, non priva di una decisa poeticità, è impressionante. Parla e fa parlare i protagonisti di questa vicenda durata almeno trent’anni, che conserva un’attualità, come ci fa intendere Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa, nella nota finale. Prima di morire Berger ha fatto in tempo a consegnare in forma di dichiarazione a Maria Nadotti una nuova prefazione per questo volume.

 

© Jean Mohr, Operai edili migranti che costruiscono una fabbrica in Svizzera.

 

Vi parla del proprio libro come di “un album di famiglia”. Siamo noi, noi europei, è il nostro recente passato, a figurare in questo volume, che è come uno specchio girato alle nostre spalle, che ci mostra com’eravamo e come saremo. È un libro per l’oggi, come ogni libro di storia che si rispetti. Maria Nadotti parlando del volume ha detto una cosa importante: serve a non far sentire soli i migranti di oggi. Non sembrerebbe molto, e invece è tantissimo. Restituisce una prospettiva temporale al presente, restituisce memoria a chi sembra non averne. Noi compresi.    

 

Teju Cole, Giovanni De Mauro e Maria Nadotti ricordano questa sera John Berger a Libri Come (Sala Teatro Studio - Auditorium Parco della Musica di Roma, ore 20). Questo articolo è apparso su “La Repubblica”.

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