Jon McGregor, Bacino 13

“Si trovarono al parcheggio un’ora prima dell’alba e aspettarono che qualcuno gli dicesse cosa fare. Faceva freddo e si parlò poco. Certe domande restarono non dette. La ragazzina scomparsa si chiamava Rebecca Shaw. L’ultima volta che l’avevano vista portava una felpa bianca con il cappuccio. Sulla brughiera aleggiava una foschia bassa e il terreno era indurito dal gelo.” 

Così inizia, come un thriller, Bacino 13 (trad. it Ada Arduini, Guanda, 2018), notevole quarto libro del quarantunenne inglese, ma nativo delle Bermuda, Jon McGregor, accolto benisssimo in patria da critica e pubblico come i precedenti. Il romanzo, diviso in 13 capitoli, uno per ciascun anno successivo alla scomparsa della ragazza avvenuta durante una passeggiata con i genitori, narra la vita della comunità che abita nel paese immerso nelle brughiere di un distretto di bacini idrici e cave, dove Rebecca era ospite per le vacanze natalizie.

 

La scomparsa, con le indagini che si protraggono per anni, fa da esile filo conduttore all’interno di una composizione strutturata come un’elaborata partitura musicale; o piuttosto costituisce la linea melodica che ritorna nelle improvvisazioni dei solisti jazzisti, che nelle jam session la sviluppano e lasciano e variano fino alla ripresa complessiva finale, che però chissà se ci sarà o meno qui, in questa storia che del thriller mantiene qualche parvenza anche se talora sembra spostarla sull’indagine della realtà, del suo mistero, più che su quello relativo a Rebecca. Accanto a questo motivo, la cui incidenza decresce con il passare degli anni, si dispone tutta una serie di temi, grappoli di accordi, accenni di ritornelli, linee di fuga, che ricorrono essi pure in ogni capitolo ma ogni volta con un rilievo e in combinazioni differenti. È facile azzardare che McGregor, come Perec e altri autori amanti dei vincoli da essi stessi creati, aveva un elenco di voci che spuntava a ogni ricorrenza per capitolo, a scandire il decorso temporale, le stagioni, la vita della natura e quella sociale e religiosa della comunità.

 

 

Queste voci, numerose e all’apparenza eterogenee, riguardano il paesaggio, l’erica, il bosco, le volpi, i pipistrelli, le farfalle, le poiane, le rondini, le greggi, le mandrie di mucche, il torrente, il ponte e le briglie di consolidamento, i consigli parrocchiali, l’organizzazione delle feste, la scuola, gli orti comuni, le esplosioni nelle cave, gli insetti, le felci, i pesci, i reciproci rapporti e le storie dei vari personaggi che ogni tanto si espandono in piccoli episodi, mentre di solito sono accennate e tenute vive solo da una o poche frasi, ma in modo da costruire pian piano nella mente del lettore un’immagine solida della comunità nello scorrere del tempo, pur composta di mattoncini in apparenza slegati e autosufficienti.

Le storie della famiglia Jackson e degli altri personaggi, Les Thompson, la reverenda Hughes, il macellaio e la moglie che lo lascia, il direttore del giornale locale e la moglie cinese che lavora (fino al licenziamento) per la BBC, famigliari con problemi di ogni genere, disadattati e malati, le unioni solide e quelle effimere, i ragazzi che crescono, gli emigranti e i nuovi arrivi, vengono seguite ogni volta per un breve tratto e si intrecciano al poco che si viene a sapere della ragazza scomparsa e dei suoi genitori, che in ogni capitolo viene arricchito di un nuovo tassello che chissà mai se porterà a capire cosa è davvero successo.

 

Ogni capitolo inizia con i festeggiamenti per l’anno nuovo e attraversa alcuni passaggi obbligati (Feste del raccolto e dei Pozzi, Notte degli scherzi, partita di cricket con un paese vicino, la transumanza e la tosatura delle pecore…) che saldano la vita della comunità a quella della natura in cui è inserita (gli amori degli animali, la nascita e lo svezzamento dei piccoli, la caccia dei carnivori e dei rapaci) in dettagli che aggiungono ogni volta sfumature diverse pur lasciando l’impressione di un eterno ritorno dell’identico, a partire dalla percezione che i personaggi stessi ne hanno, i quali vi sono immersi e ne fanno parte nello stesso modo degli animali, della vegetazione e del cielo sopra di loro. La natura è lì: una voce anonima e impersonale ne riporta questo o quell’aspetto con variazioni di tono sottili, non marcate, perché scandiscono dei ritmi e compongono uno spazio all’interno dei quali le vicende dei personaggi non devono distinguersi dal punto di vista narrativo in quanto a loro volta non si distinguono sotto quello vitale e esistenziale. I sentimenti, le emozioni, le frustrazioni, i conflitti, la continuità silenziosa degli affetti e le loro incrinature, sono come i cambiamenti nel ciclo naturale, o poco più, forse anche per coloro stessi che li vivono. Tutto non è che una serie di riprese, variazioni, sviluppi, risonanze, echi, abbandoni, concatenamenti, interruzioni, sfumati, sospensioni, accostamenti, contiguità, lacune, assenze.

 

 

A parlare è una specie di narratore onnisciente con il gusto della disseminazione e della frustrazione, a volte più laconico che reticente, altre reticente e basta (abilissimo!: ma con il rischio risaputo che la troppa abilità, come l’astuzia, a volte si ritorce contro chi se ne compiace), che sa, o che si immagina che potrebbe sapere, tutto, ma è come se dicesse solo quel poco che attira la sua attenzione e colpisce i suoi sensi in un dato momento e non oltre. A volte questo momento si prolunga, per una pagina al massimo, e allora è un susseguirsi di azioni o gesti o parole piuttosto sintetiche, veloci annotazioni di sensazioni confuse o inespresse di qualche personaggio, che illumina un aspetto di lui o mostra in modo nuovo la sua figura, ma senza indugiarvi e soprattutto senza spiegazioni e senza indicare o solo suggerire nessi e implicazioni di alcun genere. Solo qualche accenno, qua e là, a qualcosa del passato, ma anch’esso fugace, raramente perspicuo. Anche le informazioni e gli indizi sparsi come per caso, in contesti diversi da quelli che ci si sarebbe atteso, non è mai sicuro che lo siano davvero o siano invece parti di altri insiemi o false piste. A dominare è l’implicito, o ciò che viene dato come tale, scontato per chi vive la situazione o ne viene a conoscenza dall’interno, e orchestrato con grande perizia dall’autore.

 

Chi parla insomma è come se fosse parte della comunità descritta e ad essa si rivolgesse, uno che conosce tutti e ne parla a un pubblico che li conosce a sua volta (una specie di versione moderna del narratore anonimo popolare dei Malavoglia, con qualche tendenza a microscopiche infrazioni subliminali, che non sai se reputare più irritanti o ammirevoli quando te ne accorgi), al quale quindi non è necessario dare nessuna informazione circostanziale o storica o caratteriale. 

Anche il lettore, dopo un iniziale disorientamento, pian piano entra a sua volta nel paese e nel paesaggio, come se fosse lui pure parte del coro o uno dei personaggi. Cosa lo distingue, a ben vedere? È come se a parlare non fosse nessuno o ci fosse un momentaneo punto di vista per ciascun personaggio ogni volta che il discorso si focalizza su di lui, ma non la sua voce. La voce è sempre la stessa, più distaccata che partecipe, anche se non fredda e soprattutto mai giudicante. Nessuna riflessione, o quasi, e comunque ben mimetizzata nel flusso narrativo, come sorta dalle cose stesse narrate, al loro stesso livello, o a volte, ma parziale e non generalizzabile, dai discorsi dei personaggi.

 

A volte però le vicende individuali e soprattutto le loro ripercussioni emotive e esistenziali, le solitudini, le debolezze, i segreti…, vengono ad essere più note al lettore che agli stessi famigliari o amici dei personaggi. La vita che li circonda – i nuovi nidi, i volpacchiotti che escono a caccia per la prima volta, il corteggiamento dei cinghiali, il letargo dei pipistrelli e dei tassi, le metamorfosi delle farfalle, le trasformazioni dei cespugli e del bosco –, non sono colore o allegoria, sfondo o contrappunto, motivo secondario o basso continuo (anche se ogni lettore è libero di interpretarli anche in questo modo): sono invece la stessa cosa della trama quasi del tutto assente; sono, se mi è concesso, la trama della trama. Sono la storia allo stesso titolo degli eventi umani, personaggi allo stesso titolo di quelli dotati di un nome proprio. Niente distingue formalmente e sintatticamente gli uni dagli altri. Le frasi si susseguono senza nessi e senza stacchi che non siano quelli dettati dalla punteggiatura, tutti sulla stessa linea, segmenti di pari valore e senso di uno stesso percorso, senza soluzioni di continuità, in perfetta contiguità, come lungo un asse sintagmatico liberato da qualsiasi complicazione paradigmatica e nondimeno pullulante di sfumature e risonanze, che sembrano però generarsi lungo la catena temporale del discorso, nella memoria del prima e del dopo e nelle diverse occorrenze del simile e dell’uguale che fanno presagire, ma senza alcuna garanzia in quanto mai meccaniche, il loro ritorno imminente, la loro risorgenza futura. 

E infatti praticamente nessuna delle annotazioni “naturalistiche” ha qualche ripercussione sugli eventi della trafila umana e viceversa, come nessuna ripercussione sul comportamento delle nubi ha quello degli abitanti, sul cui capo però esse corrono o rovesciano pioggia o neve.

 

 

Le storie degli uomini non si distinguono, cioè non hanno più valore, da quelle delle piante e degli animali o degli elementi. Le gazze rubano le uova, le poiane piombano sulle loro prede, gli insetti si accomodano alle piante e a volte le minano, l’erica cresce, i pipistrelli si rimpinzano in vista dell’inverno, le mine fanno saltare la roccia, il livello dell’acqua dei bacini si alza o si abbassa, le trote passano sotto i ponti come i ragazzi sopra, nelle grotte e nelle forre la vita è nota e misteriosa; i legami si serrano e allentano e sciolgono, i figli vanno e non sempre ritornano, sono affidabili e incomprensibili, ognuno a sua volta noto e misterioso.

La comunità sembra chiusa e fuori dal tempo, e invece i cambiamenti e i traumi incombono, a cominciare dalla scomparsa di Rebecca, che ritorna nei ricordi e qualcuno pensa addirittura di vedere qua e là, a volte. La scomparsa non scatena nessun male, al di fuori del dolore dei genitori e di qualche eco in chi l’ha conosciuta (e del vampirismo mediatico che casi come questi non mancano di suscitare, a caldo, e periodicamente anche a freddo, quando un episodio simile si verifica o le programmazioni necessitano di riempitivi, come sanno anche i telespettatori italiani, che praticamente di questi riempitivi sono a loro volta rimpinzati); e se fa da cartina da tornasole per qualcuno, specie tra i ragazzi che l’avevano conosciuta, per il resto si inserisce nel normale corso delle cose, dove il male è un dato che alcuni segna, altri solo sfiora, e poi, duole dirlo, passa. 

Il figlio problematico e violento di Irene trasforma la casa in un intrico di cavi, schermi, luci e chissà che altro; i supermercati scalzano i negozi; i piccoli commercianti e gli artigiani perdono il lavoro; il costo del latte in negozio è inferiore alle spese e al lavoro richiesto; il vecchio Jackson vuole resistere solo con la tradizionale attività di pastore e non accetta le proposte e le opportunità concrete di rinnovamento avanzate dai figli, due dei quali un giorno emigreranno; nel pc del bidello viene trovato materiale pedopornografico; la reverenda si trasferisce in città e nessun nuovo pastore viene a sostituirla tra i fedeli locali, sempre più sparuti; sulle colline si moltiplicano le pale eoliche, qualcuno apre un pub biologico… Sembrano tutti solo frammenti di storie individuali o di piccoli nuclei famigliari, ma a staccare lo sguardo e adottare una visuale un po’ più distante ci si accorge che al di là delle ricorrenze e delle feste tradizionali, che peraltro spesso subiscono nuovi per quanto a prima vista minimi aggiustamenti, il cambiamento è già ovunque e non si ferma.

 

Si inserisce anch’esso nel ciclo naturale, nel normale evolversi degli eventi (nello stato normale delle cose, come viene detto nel libro d’esordio di McGregor, Se nessuno parla di cose meravigliose (trad. it. Massimo Ortelio, Neri Pozza, 2003): a indicare una continuità di riflessione pur nel capovolgimeto dell’approccio: qui condensato, là rallentato e dilatato, come in tante istantanee, o fermo-immagini, dei frammenti strappati al loro continuum e inseriti in quello della narrazione costituito da altri frammenti analoghi e dello stesso tenore, anche se non dello stesso argomento, ecc.; e spesso solo didascalie di istantanee inesistenti, o implicite, che hanno grande evidenza, ma si possono solo immaginare: si devono, anzi) che ogni individuo o nucleo o segmento della comunità avverte e affronta come per conto suo. Ma per gli stessi esseri umani il cambiamento storico è parte del loro ciclo naturale e anche gli eventi traumatici pian piano vengono assorbiti e entrano a farvi parte, al pari di ciò che sembra restare uguale o cambia solo lentamente. 

I ragazzi crescono, i giovani maturano, chi più chi meno, gli adulti invecchiano, i vecchi muoiono, le storie seguono il proprio corso prevedibile, alcune si intessono, altre si interrompono, altre ancora si riallacciano; alcune prendono vie diverse per incrociarsi di nuovo, o forse no, tutte continuano, e se qualcuna finisce, un’altra prende il suo posto.

E tuttavia nemmeno per il lettore, non è facile accettare “l’ordine delle cose”, che presuppone che le cose abbiano un ordine che sia il loro, che esse prima o poi vadano a sistemarsi in un ordine, o che in qualunque stato siano, in qualche ordine sono già disposte, e che quell’ordine sia visibile e decifrabile, o che ci sia anche se non si vede, e magari che tanto più perfetto sia, a modo suo, quanto meno è visibile e decifrabile, e che esso non sia né buono né cattivo. E più difficile ancora è accettare che forse non sia nemmeno il caso di stare a chiederselo, perché in ogni caso è quello che è, e come tale vale la pena accettarlo senza cercare in alcun modo di alterarlo o addirittura sovvertirlo, perché qualsiasi cosa uno faccia, esso resta quello che è, e che quindi è più saggio, o meno stolto, adattarvisi. Perché, come dice il poeta, le cose sono come sono, terribili per gli idioti. Anche se, a pensarci un po’ di più, come le cose sono, ammesso che lo si possa capire, per chi idiota del tutto non lo è, probabilmente è ancora più terribile. 

(Eppure anche questo “terribile” – tutto il dolore, tutto ciò che non si saprà mai –, nell’ordine delle cose niente è e niente rimane, e va a sistemarsi anch’esso al suo posto: né bene né male, solo come è.)

 

Ma le cose non sono come sono, si può anche pensare. L’ordine delle cose non esiste, è solo quello che sembra di percepire mentre si prova a descriverlo, a dargli appunto un ordine, quello che viene costruito mentre viene narrato. Nessun perno esterno o sottostante salda insieme la sfilata degli eventi e delle cose, nessun mistero centrale tiene insieme tutto con la sua forza di attrazione, perché il centro non c’è. È vuoto. In Se nessuno parla… alla fine si veniva a sapere verso cosa tutti i personaggi stavano muovendosi nel momento fatale; qui tutto resta ancora in movimento. Il 14° anno (il 14° bacino) resta ancora da riempire, la realtà ancora sempre da indagare, e edificare. Molte cose saranno prevedibili; altre chissà. Poi, da lontano, una volta narrate anche loro troveranno il loro proprio ordine, che non sarà insito in quello che esse saranno, ma sarà solo quello in cui verranno raccontate, se qualcuno si prenderà la briga di farlo, e a seconda di chi lo farà.

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