Kafka e la vergogna

I due uomini hanno condotto K. fuori città, in una cava. Lì la luna illumina ogni cosa con una pacata naturalezza. Uno dei due toglie a K. la giacca, il panciotto e la camicia, poi lo prende sottobraccio e passeggia avanti e indietro con lui per aiutarlo a combattere il freddo. Quindi, trovato il posto che reputano adatto, i due signori fanno adagiare K. a terra, contro un masso, con la testa appoggiata a questo. Estraggono un coltello da macellaio, a due tagli, e lo osservano. Cominciano dunque delle odiose cerimonie, passandosi a vicenda il coltellaccio, così che K. pensa che sarebbe suo dovere prenderlo lui stesso, mentre passa di mano, e ficcarselo direttamente nel petto. 

Mentre è lì che riflette su questo, s’accorge che in una delle finestre della casa prospiciente la cava si è accesa una luce. Un uomo l’ha spalancata e adesso si sporge molto in fuori, con le braccia tese. K. si chiede chi sia. Un amico? Un buon diavolo? Un sostenitore? Forse può ricevere aiuto da lui. S’interroga ancora: forse c’erano delle obiezioni dimenticate? Cose non dette nel corso della vicenda? Probabilmente sì. Ma la logica è contro di lui, tuttavia, pensa, nessuna logica può resistere a un uomo che vuol vivere. Dov’è il giudice che non ha mai visto? Dove il supremo tribunale cui non era mai arrivato? 

K. alza le mani e allarga le dita. Uno dei due uomini gli poggia le sue sulla gola, mentre l’altro gli immerge il coltello nel cuore e ve lo gira due volte. Con gli occhi vicino a spegnersi, K. fa in tempo a vedere i due uomini che vicinissimi al suo viso, quasi guancia a guancia, osservano l’esito della loro azione. L’ultima frase del romanzo suona così: «‘Come un cane!’, disse e gli parve che la vergogna gli dovesse sopravvivere». 

 

Così si conclude Il processo di Franz Kafka, una scena terribile e memorabile, in cui la vergogna è il punto di snodo dell’intero racconto: la vergogna che gli sopravvive. Walter Benjamin in un saggio dedicato allo scrittore praghese, scritto in occasione del decimo anniversario della sua morte, nel 1934, ha scritto che la vergogna è il gesto più forte di Kafka e corrisponde alla sua «elementare purezza di sentimento». Essa possiede un duplice aspetto: da un lato, è «la reazione intima dell’uomo»; dall’altro, è «una reazione socialmente esigente». Non si tratta infatti, scrive Benjamin, solo di una vergogna di fronte agli altri, «ma può essere vergogna per loro». In Kafka la vergogna non è più personale della vita e del pensiero che la governa. 

Il filosofo Giorgio Agamben è ritornato su questo complesso pensiero di Benjamin sviluppandone l’intuizione di fondo. Kafka si è concentrato, scrive il filosofo, sul tema della vergogna, dal momento che aveva davanti a sé un’umanità, la «piccola borghesia planetaria», che era stata espropriata di ogni altra esperienza che non fosse quella della vergogna stessa. Per Agamben, la vergogna è l’unica forma d’innocenza possibile per questa umanità, l’umanità che un altro scrittore contemporaneo di Benjamin, Siegfried Kracauer, aveva identificato nella classe degli «impiegati». 

 

La vergogna si presenta come «la pura, vuota forma del più intimo sentimento dell’io»; l’unica innocenza possibile è dunque quella «di potersi vergognare senza disagio». Kafka ci insegna l’unico uso del bene che ci è rimasto: «non liberarsi della vergogna, ma liberare la vergogna» (Agamben). Lo sforzo che K. compie nel corso del fantomatico processo cui è sottoposto sarebbe proprio quello di salvare la sua vergogna, non certo la sua innocenza. K. non si sente colpevole, bensì si vergogna di essere stato accusato di qualcosa che non sa e non conosce; si vergogna per se stesso, e insieme per i suoi accusatori.

 

Quando nel finale accetta il gesto dei due laidi carnefici, non reagisce alla condanna a morte, allo sgozzamento nello squallore della cava, perché, in definitiva, si rende conto che la vergogna gli può sopravvivere. In questo estremo gesto d’abbandono, che non è di resa, ma la ricerca della propria intimità sulla soglia della morte, e oltre, si compendia il senso stesso della vergogna: con la sopravvivenza della vergogna Josef K. ha conservato la sua stessa umanità. 

La vergogna è il nostro limite e la nostra gloria, ciò che ci fa umani oltre noi stessi. Come scrive Agamben a proposito di Kafka, «la vergogna è l’indice di una inaudita, spaventosa prossimità dell’uomo con se stesso». Ed è proprio questo a essere per molti insostenibile: essere prossimi a se stessi. I più vogliono vivere lontano dalla vergogna, e dunque lontani da sé, alieni a se stessi, senza provare quel sentimento che ci sconquassa, ma ci fa anche umani. Non si vive senza vergogna. 

 

Mercoledì 7 febbraio 2018, al Circolo dei Lettori di Torino, Marco Belpoliti terrà una conferenza sulla vergogna. Questo testo è uno dei capitoli che compongono il volume Senza vergogna (Guanda).

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