Kleist, per esempio

Ci sono case che, per aver dato i natali a uno scrittore importante, non per questo sono state risparmiate dalla distruzione. Della casa di Kleist che si trovava sulla strada che da Est va a Berlino non resta niente. L’ha travolta l’immenso flusso che nell’aprile 1945 converge sulla capitale tedesca verso lo scontro finale della Seconda Guerra Mondiale: eserciti, armi, civili in fuga, una massa enorme di profughi… La grande offensiva dell’Armata Rossa contro gli ultimi segni del nazismo piega ogni residua velleità di resistenza. In appena 7 giorni i russi arrivano a Berlino. Della capitale come anche della città natale di Kleist rimarranno in piedi solo poche rovine fumanti e inabitabili. Qui non è la Francoforte che tutti conoscono. Non è la città della finanza e della Banca Centrale Europea, ma la sua sorella più piccola, che si trova esattamente dall’altra parte della Germania, al confine con la Polonia, sul fiume Oder. Sulle rovine di quella casa, appena dietro la Marienkirche, la DDR costruì una borgo di case a due piani, con i suoi tipici elementi prefabbricati. Su una di queste si trova ancora una targa in pietra. A lettere dorate è scritto:

 

Heinrich von Kleist

1777-1811.

Qui sorgeva la casa natale del poeta

distrutta

nel 1945 durante la guerra fascista.

 

Qualche metro più in là verso il fiume sorge il Kleist-Museum, fatto di due metà, una in cemento e vetro, recentissima, dedicata alla letteratura. L’altra, che si concentra sulla vita di Kleist, ha sede accanto nel palazzetto barocco della Garnisonschule, costruito nell’anno di nascita di Kleist come scuola per i figli dei soldati di stanza a Francoforte.

Potremmo dire che questo museo è una sorta di sostituito simbolico per la casa mancante. In un certo senso è vero per tutti i musei, altrettanti sostituti di qualcosa di assente: una collezione, una collocazione degli oggetti in uno spazio di uso quotidiano, un’abitazione privata… Un museo ha lo scopo della conservazione forse proprio perché sorge sempre su un fondo di distruzione, di cui è volente o nolente l’erede. Come le chiese sorgono spesso su un tempio pagano che sostituiscono, i musei vengono edificati su una rovina, visibile o invisibile, di cui costituiscono la risoluzione e insieme la cancellazione. Questo vale tanto più per la cultura europea dal dopoguerra in poi, e dice qualcosa della proliferazione di musei nella nostra epoca. Se tutti i musei sono sostituti le cui fondamenta affondano nella distruzione e nell’assenza, questo lo è in maniera particolare.

 

 

Non tanto perché non c’è più una casa di Kleist da mostrare ai visitatori, ma perché la letteratura stessa è in un certo senso ciò che nella nostra cultura assume la funzione di testimone di ciò che è assente, che manca, che è stato irreparabilmente perso.

Questa connessione tra museo e letteratura è il punto di partenza del Kleist-Museum di Frankfurt an der Oder. Tutto parte da una domanda: come si può esporre la letteratura? Se si pone la questione in maniera coraggiosa è proprio perché dell’autore di La brocca rotta, La marchesa di O… o del Michael Kohlhaas è sopravvissuto davvero poco. Non c’è qui da temere la proliferazione di gingilli e chincaglierie del Grande Uomo, che è spesso la sindrome feticistica con cui si intende onorare la memoria di qualcuno. La letteratura è la vera sopravvissuta in questi due secoli che ci separano dalla sua morte. La letteratura, non le sue tracce materiali che sono i manoscritti, dato che tutto è andato perduto, tranne gli originali di appena due drammi e di qualche poesia. Ancora accessibili sono invece i numeri di quella che è stata la geniale invenzione di Kleist, i Berliner Abendblätter, un quotidiano in formato ridotto che lo rendeva più accessibile al pubblico. Celebri restano i rapporti di polizia che vi venivano pubblicati, un’iniziazione vera e propria alla vita berlinese nei suoi aspetti taciuti o solo sussurrati. Un’esperienza durata solo sei mesi per problemi con la censura prussiana, e terminata nel 1811, l’anno in cui Kleist si toglierà la vita sulle sponde del lago di Wannsee. 

 


Quella letteraria è la vera eredità che si collega al nome di Kleist. Un’eredità che già la DDR sapeva valorizzare, esaltando soprattutto il Kleist critico della violenza della società e pensatore delle contraddizioni tra diritto e giustizia. Ma cosa accade quando si fa di un autore un’icona? Finisce che si costruiscano le storie, provando a piallarne via le lacune. Si ricorre alle leggende: la ricostruzione di una figura diventa l’alibi per una costruzione a tutto vantaggio di un’immagine pubblica condivisa. E questo tanto più quanto più la figura è parte del patrimonio nazionale di una memoria collettiva. L’operazione del Kleist-Museum è da questo punto di vista diametralmente opposta. Si trattava qui, sin dall’inizio, di mettere in discussione una leggenda, un’immagine mitologica e i modi della sua origine e della sua proliferazione. Lo si è fatto, per esempio, ricorrendo alle immagini codificate e note, esponendole ma in forma annebbiata. Rispetto alla nitidezza a cui l’icona per definizione aspira, il museo preferisce puntare sul senso di sorpresa che coglie il visitatore di fronte a immagini quasi indecifrabili o a frasi scritte in maniera sfocata. Per esempio quella che si trova immancabilmente in tutte le biografie per cui Kleist sarebbe stato un attivo cospiratore, favorevole alla guerra della Prussia contro la Francia napoleonica. Attraverso la mancanza di reperti autentici – e la messa in dubbio dell’autenticità stessa dell’immagine tradizionale attribuita al poeta – il museo osa un’operazione di emancipazione dalle modalità tradizionali che corredano la memoria pubblica di un poeta. 

 

Staccandosi dal positivismo psicologico di “la vita e l’opera”, si può tralasciare la rassicurazione modesta della biografia, per lavorare con i materiali dello scrittore: i suoi testi, la sua lingua. In questo senso il museo è un luogo che bisognerebbe far visitare a tutti gli studenti come un’ottima introduzione alla letteratura. In maniera chiara e accessibile vengono resi visibili i principi che rendono unica la scrittura di Kleist, le regole di composizione, da cui discende il ritmo dei suoi drammi, ma anche alcuni tratti estremamente moderni come l’invenzione di parole, il bianco che pervade le sue pagine (e che sparisce in molte edizioni funzionaliste del nostro tempo) oppure il tentativo di rendere nei drammi la contemporaneità di due azioni. Soprattutto il visitatore è invitato a leggere ad alta voce per scoprire cosa il testo faccia con il suo corpo.

 

 

Il museo di Frankfurt è costruito per servire questo progetto coraggioso in cui della letteratura si fa esperienza con il corpo. Così nel labirinto di aste metalliche al passaggio del visitatore escono voci che leggono passi dalle opere di Kleist: bisogna avvicinare l’orecchio come se si origliasse qualcosa di segreto e di sconveniente. La letteratura non è del resto un’esperienza scabrosa? Là scopriamo quanto sia ricorrente in Kleist l’espressione “accadde che in quell’istante” (nun traf sich, dass…), espressione sintomatica di tutta una poetica in cui le cose accadono e non smettono di accadere, inaspettatamente, dentro gli stessi eventi, precipitando le une sulle altre. L’aleatorietà ha la meglio nelle storie di Kleist, determinandone l’andamento in maniera imprevista. È il caso che mette al confronto i personaggi con una dimensione di cui non erano affatto a conoscenza prima e rispetto alla quale non sanno come reagire. Non ci sono identità fisse e rassicuranti. Nulla permette di al soggetto attraversare indenne una data situazione, senza che questa ponga questioni in primo luogo sulla sua identità. In questo senso non c’è una direzione della Storia, il progresso le è ignoto, se non come proiezione a cui gli uomini aspirano ardentemente.

 

Niente è deciso a priori, tantomeno l’avvenire. Come ricorda un cartello del museo, un caso felice può trattenere la catastrofe dall’avverarsi. Quello stesso caso può, in un’altra situazione, portarla a compimento. È proprio questo uno dei punti che fanno oggi parte alla riscoperta del Kleist poeta dell’inconcettualizzabile e dell’incomprensibile, oltre che della mutezza degli umani davanti a ciò che capita loro. È il poeta che sa porre a tema il fatto che le identità non sono mai concluse e sicure, ma che il confronto tra l’io e la situazione si configura costantemente come una ridefinizione dei confini stessi dell’io e quindi come uno scontro tra la sua apparente identità psicologica e le sue tante interruzioni e sospensioni, i suoi tagli e le sue ferite, che lo costituiscono. 

 

 

La presenza di Kleist è oggi il nume tutelare di un’area che dal crollo del muro di Berlino e dall’unificazione tedesca ha visto perdere più di un terzo dei suoi abitanti. Dal 2001 sono più migliaia e migliaia gli appartamenti in palazzi prefabbricati, spesso rasi al suolo perché antieconomici. A essere abbandonate e a scomparire sono spesso case un tempo privilegiate perché dotate dei confort della modernità. Sono state il simbolo stesso del nuovo che avanza. Alla sera la città si svuota degli studenti e dei professori della sua università, i negozi chiudono alle 18, dopo di che sono rare le figure che s’incontrano in giro. È una nuova distruzione, questa volta economica e demografica, che è seguita al crollo del muro e a tutta la sua assordante retorica. Da allora Frankfurt è entrata a pieno titolo in quella categoria di ciò che gli urbanisti definiscono shrinking cities, città sull’orlo della scomparsa, vivere nelle quali è diventato per molti un orrore quotidiano.

 

Quando si celebra la riunificazione delle due Germanie, occorrerebbe ricordare che gran parte dell’Est è oggi un paesaggio che si avvicina sempre più alla soglia della desolazione. Sono luoghi dai quali promana un senso di superfluo. Gli edifici in abbandono, consegnati a un declino che si suppone irreversibile, trasmettono un immenso senso di sconfitta. Sono le vere rovine di un’epoca tanto recente e delle sue guerre. È comunque suolo tedesco: capita di vedere la Polizei presidiare con brutalità il ponte blu che porta alla cittadina polacca di Słubice di là dal fiume. Là dove passarono circa 300.000 non deve oggi passare nessun migrante in cerca di un avvenire migliore. Dentro questo scenario di guerre passate e presenti il museo sembra quasi un’oasi. Appare a tratti incongruo, con tutta la forza delle contraddizioni in atto. Poco più in là si vede l’Oder scorrere quieto tra i campi verdi e le larghe rive del fiume. 

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