La Befana

Il nome della Befana e l'Epifania

 

È normale che i nomi vengano dopo le cose. Al principio infatti sono le cose, cose naturali che ancora non si chiamano però, e solo in seguito vengono i nomi che ad esse sono, dagli uomini, assegnati: nomi comuni: montagna, pecora, ragazzo, e nomi propri: Monte Bianco, Dolly, Giovanni. Nel libro biblico della Genesi il Dio creatore assegna ad Adamo il compito di dare i nomi alle cose: in qualunque modo le avesse chiamate, «quello doveva essere il loro nome» (Gn 2,20). E così fu sancito, tra il resto, il principio di possesso e sfruttamento della natura da parte dell'uomo. Uscendo dalla mitologia per entrare nella storia, l'uomo, divenuto nella arguta definizione di Max Frisch homo faber, cominciò a fabbricare cose artificiali, o manufatti, e a dar loro nomi: clava, tavola, sedia, cucchiaio. E dopo essersi evoluto nientemeno che in homo sapiens sapiens, il nostro eroe scoprì e inventò sempre nuove realtà e nuove forme, continuando a dar loro nomi, dalla «vitamina» o ammina della vita alla «poubelle», la pattumiera, dal nome del prefetto di Parigi che nel 1883 uniformò i recipienti per la raccolta dei rifiuti legando ad essi per sempre il proprio nome. Per non parlare del povero imperatore Vespasiano.

 

Per la Befana invece – finalmente ci arriviamo – le cose andarono esattamente al contrario: prima venne la parola, Epifania. Epifania? Che cosa voleva dire questa misteriosa espressione? Noi sappiamo che essa significa apparizione, dal greco epi-phaino, appaio (da cui fenomeno, ma anche fanale e finestra), come pure conosciamo il fatto che essa designa la comparsa agli occhi dei magi della cometa che li avrebbe guidati fino alla culla di Gesù. Un'apparizione ai sapienti (magi) e ai potenti (re) che sanciva l'aspetto pubblico dell'evento, giacché la comparsa della stella ad alcuni privati (nel senso di esseri privati d'ogni prestigio e ricchezza quali le pecore e i pastori) non era evidentemente ancora abbastanza. Alcuni nostri progenitori però il greco antico non lo conoscevano, e così dopo aver deformato quel termine astruso, epifanìa, in pifanìa, bifanìa, befanìa, ne fecero la denominazione di una cosa, anzi di una persona, o meglio ancora di una figura fantastica, la Befana. 

 

Il localismo della Befana

 

La Befana non è globale come Babbo Natale. Non è nemmeno glocale nel senso di un po' globalizzata, un po' locale. È locale e basta, vive soltanto nell'area alpina, subalpina e appenninica della penisola italica, Ticino svizzero compreso, ed è anche una creatura in via di estinzione, come molti esemplari faunistici di quei luoghi. (Come sono in via di estinzione, sui media italiani che mi capita di guardare – all'estero nordeuropeo le cose vanno decisamente meglio – le donne di una certa età; e anche, in molti programmi di inchiesta giornalistica, le donne tutte, meno le giornaliste stesse, che quindi intervistano esclusivamente uomini, sempre gli stessi, giovani, vecchi e di mezza età non importa).

La Befana ha le fattezze di una vecchia che viene di notte, ha le scarpe tutte rotte e porta il «vestito alla romana» (come sarà mai? composto da tunica e toga come quello degli antichi latini?). La Befana veniva a cavallo di una scopa la notte tra il 5 e il 6 gennaio a deporre nelle calze dolci e giochi per i bambini bravi o carbone per i bimbi cattivi. Oggi invece le calze della Befana si possono acquistare, di panno e rete, decorate e già piene di dolciumi, in panetteria o al supermercato, tanto per privarci di un altro po' di manualità e fantasia. In quanto alle calze, molto avrebbero da dirci, sul piano simbolico, questi capi d'abbigliamento che avvolgono le gambe dal calcagno (in latino calx, da cui calza, ma anche calcio) al ginocchio e si presentano come guaine, contenitori stretti e allungati, ma abbiamo paura di finire troppo lontano. 

 

 

Dalla Befana all'evergetismo passando per San Nicola

 

Diremo invece, tornando a bomba, che la Befana non è accompagnata, come lo è Nikolaus col suo servo, da serve che assumano la funzione punitrice lasciando a lei quella donatrice, ma si sa che le donne si devono arrangiare. San Nicola era una figura molto potente, a cominciare dal nome, che è proprio un nome proprio di persona, altro che quello della povera Befana: Niko-laos, il vincitore del popolo, laos in greco (da cui il nostro «laico»), dove nike è il termine greco per la vittoria, come sappiamo dalla famosa statua della Nike di Samotracia al Museo del Louvre a Parigi, nonché dal nome di una oggi ahimé ancor più nota ditta produttrice di sneakers, che alcuni si ostinano a pronunciare «nàiky» come se fosse un termine americano. San Nicola, si diceva, era un santo di grande potenza perché chi dona e regala senza chiedere niente in cambio manifesta chiaramente il proprio potere. La distribuzione di doni gratuita, spontanea e non richiesta, come quella praticata da San Nicola ma anche dalla nostra Befana, dimostra il carattere non utilitaristico delle società non orientate al mercato, come quella antica. D'altra parte il dono alla collettività occupò un posto assai importante in epoca ellenistica e romana, tra il 300 prima e il 300 dopo la nostra era. Si tratta della pratica che porta in difficile nome di evergetismo (=buone opere). In quelle società il donare era un rito e i liberi rapporti tra dono e beneficenza occupavano il posto che nella nostra hanno il mercato economico e la sua regolamentazione. La persona generosa, secondo l'antico filosofo Aristotele, il magnanimo, così detto perché ha un animo grande, è chi dà e non prende. La generosità pagana diventerà in seguito cristiana, fonderà la beneficenza, libererà gli schiavi e lascerà beni ai poveri, mentre oggi la moderna giustizia sociale dispensa i ricchi possidenti dal donare.

 

La coppia buono/cattivo

 

Nelle donazioni di San Nicola la parte negativa, chiamiamola così, viene lasciata al compagno cattivo di quella che in realtà è una coppia, formata da Nickolaus e dal suo servo (Knecht Ruprecht in ambito germanico). Il servo è l'alter ego di San Nicola, come Mister Hide lo è del Dr. Jekill in un'altra celebre coppia manichea, di là tutto il male, di qua tutto il bene. Mentre S. Nicola si presenta con la bisaccia dei doni, il servo impugna infatti una frusta per fustigare i bimbi cattivi. La Befana invece viene da sola, o forse sembra soltanto che sia sola: in realtà la Befana stessa ha una doppia natura: è vecchietta buona e benefica, ma è anche un po' strega, soprattutto per il fatto che può volare, e si sa che le streghe, donne brutte e maligne che esercitano commercio col diavolo e parlano con voce stridula, volano come l'uccello da cui prendono il nome, lo strige o barbagianni. Chissà poi se la Befana è davvero un po' maligna e ha mai portato del carbone vero a qualche bambino, o se il suo sacco contiene soltanto carbone dolce, come l'inferno del teologo svizzero Hans Urs von Balthasar che, se Dio è davvero buono e misericordioso come si dice, esiste ma è... vuoto.

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