La bellezza nel quotidiano

E ad un tratto il ricordo mi appare. Quel sapore era quello del pezzetto di madeleine che la domenica mattina a Combray […] quando andavo a salutarla nella sua camera, zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio.”

È questo strepitoso incipit di Proust a tornarmi in mente ogni volta che sorseggio la cedrata Tassoni, perché subito, titillate le papille gustative dalla liquida, dorata, sostanza, ecco affiorare alla mia memoria istanti delle mie estati di bambina, quando, per un compenso, più che non per soddisfare la mia sete (secondo il dettato dei premi e dei castighi con cui sono stata educata) mi veniva concesso di sorbire l’anelata bevanda, presente sul mercato, pressoché invariata, fin dal 1956 (ma in produzione già dal 1793 come farmacologico ‘estratto idroalcolico di cedro’). 

 

L’ho ritrovato in seguito, quel suo gusto unico e mai dimenticato, appena appena dolce e vagamente acidulo, io che lo temevo perduto per sempre, quando, fattami ormai adulta, mi sono trasferita a vivere in Campania. Sembra un paradosso, ma è proprio così, la cedrata Tassoni, prodotta sul Lago di Garda è largamente diffusa e amata al sud, rinvenibile a macchia d’olio al centro, rara e sporadica al nord. Provate a chiederla in un bar di Milano, di Como o di Varese, vi guarderanno con aria stupita proponendovi, bruschi, una più ‘moderna’ alternativa. Ma a Napoli no, a Napoli ve la serviranno ovunque con il garbo e il sorriso che contraddistinguono la signorilità partenopea, persino se vi trovaste a ordinarla in un bar dei Quartieri (con questo abbreviativo si nominano i Quartieri Spagnoli, abitati dal ceto popolare sì, ma sempre d'animo nobile e di modi cortesi.)

In aggiunta al suo sapore, un altro motivo che me ne fa prediligere il consumo è la forma rétro della sua bottiglietta. Questa, insieme a quella disegnata da Fortunato Depero per il Bitter Campari, è infatti una delle più belle piccole bottiglie del design italiano. Anche se il nome del suo progettista è ignoto, sono diventati dei must la tipica rugosità del suo vetro, simulante quella della buccia del cedro da cui la bibita è tratta, e la sua silhouette sobria, quasi austera ma raffinata, fatta bene, insomma, come lo è ciò che contiene. La costituisce un cilindro geometricamente perfetto con una rastrematura dolce nella parte superiore, il collo, atta ad accogliere l'inconfondibile tappo a corona giallo e verde con stampigliato sopra il noto logo aziendale e, a volte, anche delle frasi celebri (alla stregua dei cartigli dei baci Perugina).

 

 

La cedrata Tassoni, insieme ad altri prodotti di nicchia del Made in Italy, è la protagonista del volume di Anna Lagorio e Alex Carnevali, con testi di Stefano Salis e Giulio Iacchetti, FATTOBENE, Italian Everyday Archetypes, Corraini Edizioni.

Il libro raccoglie oggetti di design anonimo (a eccezione di uno di Gino Valle con lettering di Massimo Vignelli) di rara bellezza, entrati da tempo a far parte del nostro quotidiano e ancora in produzione, esattamente identici a come sono nati.

 

Non è da oggi che gli oggetti di design anonimo sono al centro dell’attenzione di architetti e studiosi, se già Le Corbusier, nel 1925, aveva scelto arredi anonimi per il suo Pavillion de l'Esprit Nouveau, preferendoli a pezzi firmati, compresi quelli realizzati da lui stesso. E come non ricordare il pensiero sulle ‘cose modeste’ espresso da Siegfried Giedion nel suo fondamentale testo L’era della meccanizzazione (Feltrinelli, 1967)?

Sono cose di poca importanza esteriore – scrive lo studioso inglese – quelle di cui trattiamo qui. Cose che abitualmente non sono prese sul serio; per lo meno per quanto riguarda la storia. Ma come in pittura, anche nella storia, non conta l’importanza della materia trattata. Anche in un cucchiaino di caffé si rispecchia il sole. Nel loro complesso le cose modeste, di cui si parlerà, hanno sconvolto il nostro sistema di vita sin dalle fondamenta. Queste piccole cose quotidiane si accumulano sino a formare energie che afferrano tutti quanti si muovono nella cerchia della nostra civiltà. 

[…] 

Per lo storico non esistono cose banali. Egli non si può permettere – come del resto lo studioso di scienze esatte – di accettare nulla come naturale. Non può permettersi di vedere gli oggetti con gli occhi di chi li usa quotidianamente, bensì deve usare quelli dell’inventore, come se li vedesse in quel momento per la prima volta. Egli deve avere gli occhi nuovi del contemporaneo, al quale quegli oggetti sembrano meravigliosi e terrificanti. Contemporaneamente deve precisare la loro mutua posizione nel tempo e con ciò il loro significato […] Il passo decisivo si compie nel lettore. In lui i significati parziali, che qui andiamo esponendo, prendono vita nella loro molteplicità.” 

 

Negli anni Settanta, fu poi Bruno Munari ad avere un colpo di genio inventandosi il "Compasso d'Oro a Ignoti”, un premio che doveva rendere simbolicamente omaggio a tutti quei creatori di oggetti che non sapevano neppure di essere dei designer. La sua scelta, operata dalle pagine delle riviste “Ottagono” (nr. 27, 1972) e “Domus” (nr. 545, 1975), ricadde allora su alcuni pezzi, tra i quali: il leggio a tre piedi, ripiegabile, per orchestrali; il lucchetto per serrande; la sedia a sdraio da spiaggia; l'attrezzo per il vetrinista; la mezzaluna; la lampada da garage; la scatola per il latte a parallelepipeda; la busta di plastica; il cestello per la pesca e molti altri.

 

 

Bruno Munari, Compasso d’oro a ignoti, da sinistra in alto: leggio a tre piedi, ripiegabile, per orchestrali; lucchetto per serrande; sedia a sdraio da spiaggia; attrezzo per il vetrinista. In basso: mezzaluna; lampada da garage; scatola per il latte parallelepipeda; busta di plastica; cestello per la pesca.


Un’altra coppia di maestri che ha sempre apprezzato gli oggetti di design anonimi è quella dei fratelli Achille e Pier Giacomo Castiglioni, che non soltanto li hanno collezionati, ma li hanno anche di frequente “inglobati” nei loro progetti, come nel caso di Mezzadro, lo sgabello progettato nel 1957 riutilizzando il sedile di un trattore agricolo, fabbricato in lamiera stampata e verniciata circa cinquant'anni prima. E ancora la lampada Toio, progettata nel 1962, la cui fonte illuminante è costituita da un vero faro d’automobile da 300 watt, sorretto da uno stelo ricavato da una canna da pesca, a sua volta inserita in una base di lamiera d’acciaio ripiegata in cui è racchiuso un pesante trasformatore che le conferisce stabilità.

 

Persino Gae Aulenti, la signora dell'architettura italiana, ha innestato un oggetto anonimo in un suo progetto del 1980, il famoso tavolo in cristallo con ruote, dove le ruote sono quelle in commercio per i carrelli industriali adibiti al trasporto delle merci.

Oggi invece a condurre una inesauribile caccia agli oggetti anonimi, da cui trae ispirazione per le proprie creazioni che ama definire “Super Normal”, è il designer inglese Jasper Morrison. Ai suoi trentacinque anni di carriera è stata recentemente dedicata la mostra Thingness, allestita inizialmente al Centre d'inovation et du design au Grand-Hornu, in Belgio, quindi al Museum für Gestaltung di Zurigo, poi alla Tate Modern di Londra e infine al Bauhaus-Archiv di Berlino, dove ha chiuso i battenti l’ottobre scorso. Meno conosciuta, ma ugualmente degna di nota, è invece la poetica progettuale di Lorenzo Damiani, che crea i suoi pezzi di design partendo dall’osservazione degli oggetti più comuni, stimolato dalla curiosità per le potenzialità espressive e ‘strutturali’ dei materiali, fino a raggiungere ciò che sembra un paradosso, ovvero l'elasticità del marmo, ad esempio. Ad animarne la ricerca è soprattutto il gusto per la sorpresa, guidato dal candore con cui egli guarda alle cose più semplici facendone emergere l’anima poetica. È poi doveroso ricordare l'altrettanto inesausta indagine sul campo condotta, nella stagione preputiniana, dall'artista russo Vladimir Arkhipov sul tema del Design del popolo, pubblicata nell’omonimo volume del 2007 e continuamente aggiornata nelle varie mostre itineranti sul tema che ha sortito nel 2012 il libro Home-made Europe, in cui sono presentati oggetti anonimi realizzati in un unico esemplare da persone comuni di vari paesi europei.

 

Dal punto di vista teorico, sono molti gli studi sull'argomento, a cominciare dalla prima presentazione in Italia, a opera di Raffaella Crespi, di una raccolta di storie relative ad alcuni oggetti anonimi, prodotti industrialmente in area elvetica ma universalmente fruiti. Si tratta del volume a più firme Sconosciuti e famigliari. Gli oggetti di design anonimo prodotti in Svizzera dal 1920, Hoepli, 1993, che ha proposto al lettore italiano il catalogo della mostra di enorme successo Unbekannt-Vertraut, tenutasi al Museum für Gestaltung di Zurigo nel 1987. Successivamente, sul tema sono apparsi gli scritti di: Riccardo Giovanetti e Nikolaus Goettsche, Oggetti discreti: un viaggio nel mondo degli oggetti di autore anonimo, catalogo della mostra, Fondazione Mudima Milano, 1997; Alberto Bassi, Design anonimo in Italia, Oggetti comuni e progetto incognito, Mondadori Electa, 2007; Andrea Branzi, Il design anonimo, in Capire il design, Giunti, 2007; la raccolta fotografica di Jasper Morrison, The Good Life: Perceptions of the Ordinary, Lars Müller Publishers, 2014 e il testo di Dario Scodeller, Design spontaneo, Tracce di progettualità diffusa, Corraini, 2017. E ora ecco il volume FATTOBENE. Italian Everyday Archetypes, pubblicato, sempre da Corraini, a coronamento della fortunata esperienza dell’omonima piattaforma online, attivata da Anna Lagorio insieme ad Alex Carnevali fin dal 2013, finalizzata alla ricerca e alla valorizzazione di oggetti italiani che esistono da generazioni. Fino al 9 febbraio, inoltre, a Mantova, presso la Galleria Corraini è visitabile la mostra Esplorare il quotidiano, nella quale sono esposti fisicamente gli oggetti selezionati nel volume, “per celebrare la realtà di 35 aziende che, con i loro prodotti, hanno attraversato indenni due guerre mondiali e che continuano a produrre con la stessa cura di un tempo” spiega la gallerista Marzia Corraini.

 

Ci sono oggetti che costellano le nostre case da sempre: sono oggetti minuti, silenziosi, ma di fascino irresistibile. Nel corso degli anni il loro ruolo è cambiato e da semplici prodotti industriali si sono trasformati in vere e proprie icone della quotidianità”. 

Così scrive Anna Lagorio nell’introduzione al libro, raccontando di come l’idea di raccogliere questi oggetti di design anonimo sia nata quasi per gioco durante un viaggio nel sud Italia. E così ceste, fischietti, tessuti, ancora in produzione, ma il più delle volte sconosciuti al di fuori del loro luogo di origine, hanno finito per accumularsi dando origine a una collezione affatto originale che meritava di essere proposta in un libro. Dalla Coccoina (il cui barattolo dal caratteristico logo è esposto persino al MoMA), alle Pastiglie Leone; dall’Amarena Fabbri, al Lievito Paneangeli; dalla Crema Sapone Cella, alla Lavanda Coldinava e al Dopobarba Mentolat, tanto per citare solo alcuni dei prodotti presentati, senza togliere al lettore il gusto della sorpresa e della scoperta di tutti gli altri.

Vi si individuano poi alcuni archetipi, degli articoli cioè che sono sul mercato da tempo immemorabile senza che li produca alcun “brand” specifico. Questi oggetti rappresentano il clou dell’anonimato: anonimo il designer, anonima la casa produttrice. Per dirla con il linguaggio strutturalista, essi sono denotati e non connotati: come le opere d'arte anonime del periodo bizantino sono uguali a un modello prestabilito che nessuno si è mai preso la briga di modificare introducendovi, appunto, elementi connotativi. Talmente fatti bene, insomma, da essere perfetti così come sono. Si tratta del Mandillu da Gruppu, il fazzoletto da annodare, a scacchi bianchi e blu con righino rosso, diffuso in area ligure; dell’intramontabile Scopetta di saggina e dei Cannelli di Zolfo, un rimedio medicamentoso, arrivato a Genova nell'Ottocento, grazie agli scambi commerciali con il Sud America e usato come antinfiammatorio topico. Chiude in bellezza (o meglio in presagio di squisitezze) il Rigagnocchi, un piccolo tagliere ligneo dotato di manico per l'impugnatura e con una superficie scanalata sulla quale fare scorrere lo gnocco per imprimergli la tipica rigatura.

 

Stampato con il carattere Forma – messo a punto da Giancarlo Iliprandi per la Fonderia Nebiolo, nel 1968, in team con altri otto graphic designer – il libro è pubblicato con quattro differenti copertine, riproducenti i quattro oggetti archetipici, sinonimo di fatto bene e di buon design. Perché il segreto per fare del buon design potrebbe davvero essere molto semplice, sarebbe sufficiente seguire il consiglio dato da Vico Magistretti alcuni anni or sono, basterebbe cioè “guardare le cose banali con occhi insoliti”, esattamente come ci insegna a fare questo gradevolissimo libro.

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