La finzione e la mente

Nel dialogo tra cultura umanistica e cultura scientifica, sempre accidentato nonostante i proclami e le petizioni di interdisciplinarietà, una diffidenza speciale è generata dai segnali di fumo che arrivano dalla vasta e frastagliata provincia delle neuroscienze. Lo studio della mente a partire dalla mappatura del cervello del resto promette una radicale ridefinizione del “problema umano”, e si colloca su una frontiera biopolitica lungo la quale è in corso una negoziazione tacita ma feroce del divenire dell’intera specie, e non solo degli individui. La vigilanza, dunque, da parte di chi ha finora preso in carico l’immagine umana (gli umanisti, appunto) è necessariamente alta, le tensioni inevitabili e, nei casi virtuosi, perfino salutari. Soprattutto perché servono a non dimenticare che la scienza tende a proporsi come discorso descrittivo neutrale, ma sempre nasconde un potere normativo.

 

È una pratica che dà forma al vivente, non si limita a constatarlo, e la sua pretesa oggettività, le sue evidenze sperimentali, vanno continuamente sottoposte a verifica, particolarmente nel momento delle generalizzazioni. Tuttavia, l’influenza che negli ultimi decenni hanno esercitato gli approcci culturalisti e costruttivisti ha forse reso la comunità umanistica ipersensibile ai rischi del riduzionismo e agli spettri del determinismo biologico. Spesso le proposte ermeneutiche che tentano di guardare agli oggetti culturali attraverso la lente del funzionamento mentale vengono vagliate con sospetto, e generalmente risospinte verso le loro stesse premesse: ciò che gli approcci neurocognitivi tentano di dare per acquisito, mettendolo momentaneamente tra parentesi (l’importanza dei contesti storici, la variabilità culturale, le eredità della tradizione critica), viene continuamente riconvocato come il resto decisivo che invalida ogni ipotesi. Il ricorso al noto limita l’esplorazione dell’ignoto, e le possibilità interpretative vengono accolte focalizzando l’attenzione su ciò che rischiano di togliere, più che su ciò che potrebbero aggiungere

 

La resistenza tuttavia non è che il rovescio di una crescente, inevitabile attrazione: tra le testimonianze più recenti, e più aggiornate, il volume di Michele Cometa che mette a sistema una serie di assunti all’incrocio tra darwinismo culturale, neurocognitivismo, revisioni della narratologia in chiave cognitiva. Se Cometa offre un’introduzione alle teorie più accreditate a livello internazionale, e tenta di mediarne i contenuti per renderli disponibili all’analisi letteraria e culturale, un altro studioso versatile che lavora da anni su questa galassia di temi, Stefano Calabrese, mostra la teoria in atto, utilizzando un lessico e un fare critico che strappano traumaticamente con la koinè critica nazionale, nel tentativo di saltare euforicamente le diffidenze e risolvere nella pratica il veto implicito che rallenta la teoria.

 

Senza mai entrare nella contrapposizione polemica tra neuroscetticismo e neuroentusiasmo, Calabrese pratica un esercizio controfattuale, e scrive come se i sintagmi del cognitivismo fossero già parte integrante della grammatica critica italiana, come lo sono in ampie zone del mondo anglofono. Non c’è funzione di mediazione quindi, di compendio o di introduzione, nel suo trattare le teorie neurocognitive, ma un iniettarle direttamente nel corpo vivo dell’analisi letteraria e culturale. Dopo aver curato nel 2009 un volume dedicato alla Neuronarratologia (Archetipo, 2009), in cui da prospettive diverse si tentava di comprendere ciò che le storie fanno con la mente, e ciò che la mente può fare con le storie, nel 2013 Calabrese ha pubblicato Retorica e scienze neurocognitive (Carocci), un piccolo “trattato” di neuroretorica che tentava di dislocare sulla mappa delle funzioni cerebrali l’organizzazione linguistico-concettuale che fonda il pensiero occidentale, e rende possibili tutti i discorsi. 

 

Il lavoro più recente di Calabrese affonda radicalmente in un groviglio di domande essenziali che l’analisi cognitiva ha il merito di rimettere al centro dello studio dei processi creativi: che cosa significa l’arte, e la narrativa in particolare, per l’esistenza umana? Che tipo di presa ha sui nostri corpi e sul loro agire sociale? Perché è importante, in che modo lo è, e perché e come dovremmo continuare a usarla? La fiction e la vita. Lettura, benessere, salute (Mimesis, 2017) “dimentica” le risposte che a queste domande ha dato la tradizione umanistica, per rappresentare l’arte come pratica necessaria alle forme di vita della specie umana, definendo l’interazione profonda, fisiologica tra il complesso corpo-mente e l’esercizio immaginativo. Non si tratta di leggere per educarsi, per diventare, genericamente o metaforicamente, “persone migliori”: si tratta, si potrebbe dire brutalizzando lo stile argomentativo di Calabrese, di nutrire il cervello di storie per indurlo a produrre più mielina, la struttura che lubrifica le fibre nervose e rende più efficienti le connessioni neurali. 

 

 

A partire dal suo radicamento cognitivo e neuronale, la narrazione rappresenta una tecnologia fondamentale, probabilmente decisiva per l’evoluzione della specie umana. Per homo sapiens comprendere la realtà, e quindi abitarla, significa simulare scenari possibili, ovvero: inventare storie. La finzione è fin dalle origini un laboratorio per lo sviluppo delle competenze cognitive complesse. L’essere umano ha da sempre proiettato trame sulla realtà, popolandola di personaggi dei quali era necessario comprendere le intenzioni, prevedere le azioni. L’immaginazione è sempre stata al potere: «se si dovesse dire cosa è più imprescindibile per la vita», scrive Calabrese, «non c’è dubbio che l’inesistente avrebbe un ruolo preponderante su ciò che esiste». Parafrasando il motto giovanneo caro a Leopardi, in quanto esseri umani preferiremo sempre la finzione alla realtà. Perché così è fatto il nostro cervello: immaginare l’inesistente è ciò che ci rende umani. 

 

L’arte serve a vivere, letteralmente. E questa affermazione diventa visibile in tutta la sua concretezza negli utilizzi terapeutici della narrazione descritti da Calabrese in uno dei capitoli conclusivi: praticare il racconto aiuta a ricostruire il sé quando un trauma lo ha mandato in pezzi; lo apre al mondo quando un deficit neurocognitivo lo rende impermeabile, come nei casi di autismo; può dargli continuità quando si sta disperdendo a causa di un processo di decadenza neurodegenerativa. 

 

La predisposizione biologica alla narrazione modella la struttura delle forme culturali: i grandi racconti che si sono affermati come patrimonio immaginativo dell’umanità sono il frutto di un adattamento bioculturale all’ambiente, in un processo co-evolutivo in cui i manufatti immateriali aderiscono alle predisposizioni cognitive degli individui, e allo stesso tempo le esercitano, le potenziano, le riformano. Seguendo da vicino il neodarwinismo culturale di Bryan Boyd e del suo suggestivo On the Origin of Stories. Evolution, Cognition, and Fiction (The Belknap Press, 2009), Calabrese può reinterpretare, ad esempio, la complessità neurocognitiva dell’epos omerico, che racchiude una sorta di traccia fossile della maturazione della corteccia prefrontale: sulla scena umana compaiono per la prima volta la rappresentazione di processi decisionali complessi, la proiezione di scenari concorrezionali sui quali esercitare il calcolo predittivo, un sistema, emergente nel vettore che va da Achille a Odisseo, di inibizione delle emozioni primarie. Odisseo diventa un «eroe neocorticale», ovvero l’eroe dello sviluppo delle facoltà cognitive “superiori”, riconducibili ai circuiti neurali situati appunto nella neocorteccia. 

In questa stessa prospettiva è possibile comprendere anche il successo di alcune narrazioni contemporanee che hanno fatto presa sull’intera popolazione mondiale, come la saga secreta dalla fantasia bulimica di George R.R. Martin, e dell’equipe creativa che lavora con e intorno a lui: Game of Thrones. Un gigantosauro narrativo che, nelle sue diverse declinazioni mediali, ha conquistato l’ambiente antropico proprio perché le sue caratteristiche stilistiche si adattano ad alcune predisposizioni cognitive originarie (la riconoscibilità di pattern ricorrenti e di elementi isomorfi nel groviglio percettivo, la capacità di evidenziazione di potenti nuclei di senso che funzionano da attrattori, l’iperbole come strumento di catalizzazione dell’attenzione), e perché rappresenta una risposta immaginativa ad alcune delle più conflittuali pressioni psichiche del presente: i vincoli atavici rappresentati dalla saga funzionano da cicatrizzante contro la disgregazione sociale; la modellizzazione genealogica risponde a una domanda di orientamento identitario, sostituendo all’infinita apertura del possibile, generatrice di ansia, le strettoie della necessità.

 

L’approccio cognitivo e neodarwinista offre strumenti ermeneutici che possono sbloccare il rapporto conflittuale e antagonistico tra arte colta e arte di consumo, grandi produzioni mainstream e ricerca, popolarità e complessità. Calabrese infrange con disinvoltura il tabù moderno che vorrebbe separate, opposte e incompatibili arte “ispirata” e arte commerciale, collocando invece mainstream e highbrow in un campo scalare, e in un sistema di spinte e controspinte ugualmente significative e necessarie all’arricchimento cognitivo. Nella vertigine dell’ambiente comunicativo attuale, nella savana interconnessa e ipersemiotica che attraversiamo quotidianamente, le narrazioni mainstream hanno conquistato un livello di densità semantica che rispecchia e riproduce la complessità e la molteplicità degli “stili cognitivi” richiesti dall’esistenza contemporanea. Basti pensare alla raffinatezza raggiunta dall’universo della narrativa seriale: il valore qualitativo di questo tipo di prodotti rischia di restare impercettibile agli strumenti di rilevazione critica tradizionali, fondamentalmente vincolati dalla logica d’avanguardia dello “scarto in avanti”, mentre emerge con grande evidenza alla luce di un’analisi neurocognitiva. La narratività diffusa che interseca il nostro mondo, ma non gli si sovrappone mai completamente, contribuisce secondo Calabrese a una sorta di “educazione cognitiva” avanzata: l’universo finzionale si istalla nel mondo attuale come un mondo possibile sempre a disposizione, nel quale chi legge e guarda può entrare continuamente per esercitare le facoltà mentali più complesse, a cominciare dal mindreading, la lettura e interpretazione di processi mentali diversi e indipendenti dai propri, che è il presupposto fondamentale per lo sviluppo dell’empatia e dell’intelligenza emotiva. Esponendoci a sollecitazioni psichiche radicali, in uno scenario liberato da ogni vincolo realistico, e quindi svincolato dalle limitazioni del quotidiano, a riparo dai costi e dai rischi impliciti nella sperimentazione di situazioni estreme, usiamo le storie come uno strumento di orientamento cognitivo, un laboratorio dell’esperienza, non diversamente da quanto facevamo nelle caverne all’origine del nostro processo evolutivo. 

 

La presa esercitata dalle narrazioni di successo si spiega quindi con la loro adesione a dei moduli emotivo-cognitivi primari, che assecondano la narratività naturale del cervello umano. Su questo funzionamento di quelle che Monica Fludernik ha definito natural narratives (Towards a “Natural” Narratology, Routledge, 1996), narrazioni semplici che aderiscono alle facoltà cognitive fondamentali, si innesta poi un processo di elaborazione che conduce alle forme narrative cognitivamente più complesse, fino ai racconti apertamente “anti-naturali” e apparentemente disfunzionali, che si impongono nella letteratura sperimentale e “d’autore” almeno dal romanticismo in poi. Eppure, anche le narrazioni neurotrasgressive, che funzionano per straniamento e negazione delle attese, che violano, invertono o bloccano il flusso narrativo naturale, sono cognitivamente motivabili, soprattutto perché garantiscono un continuo riorientamento della percezione dal noto all’ignoto, e garantiscono la capacità di continuare a pensare la differenza, reagendo così alla mutabilità dell’ambiente.  

Lo stesso Calabrese, proprio mentre in La fiction e la vita indaga le ragioni di interesse delle narrazioni mainstream (e alla Anatomia del bestseller ha dedicato un altro libro recente, pubblicato nel 2015 da Laterza), nel suo La letteratura e la mente. Svevo cognitivista (Meltemi, 2017), che con La fiction e la vita forma quasi un dittico, mostra alla luce delle teorie neurocognitive la densità conoscitiva di un’opera radicalmente d’autore come quella di Svevo, e più in generale di un’arte apparentemente controintuitiva come quella del modernismo europeo. La dissoluzione modernista del romanzo naturalista, infatti, mentre continua a rispondere in modo nuovo ad alcune predisposizioni cognitive permanenti e profondamente radicate, registra gli adattamenti psichici richiesti dalle mutazioni del contesto storico. È l’aumento della complessità semiotica del sistema comunicativo all’inizio del Novecento, infatti, a generare l’esplosione di “mondi controfattuali”, spesso puramente mentali, a cui si assiste all’interno del racconto modernista. Come ricercando a ritroso un punto stabile dal quale osservare il mondo in trasformazione, Svevo si trasferisce nella dimensione mentale, che si rivela però non il luogo di decifrazione di una realtà univoca, ma una camera di incubazione di realtà concorrenziali. Il cervello diventa l’unico mondo abitabile, proprio mentre si scopre che nel cervello avviene un processo di trasfigurazione del reale che rende il mondo esterno inagibile. L’ipercognitivizzazione inibisce ogni possibilità di azione: così nasce l’uomo senza qualità del romanzo novecentesco, l’anti-eroe che anziché operare sul reale, mostra i processi di interazione tra il reale e la mente. L’inibizione è il prezzo da pagare per poter scendere in profondità e scattare un’istantanea del funzionamento mentale che non era mai stata così nitida e realistica, e in grado di registrare i traumi connessi al trasferimento della vita nel mondo infinitamente mediato di inizio secolo, dominato da vertiginosi blending concettuali di ambiti diversi, e da una sistematica intermodalità sinestetica che ibrida i linguaggi e rimescola i sensi. 

 

Le proposte ermeneutiche che provengono dal darwinisimo culturale si presentano come compressioni vertiginose di fatti apparentemente distanti e irrelati, che forse avrebbero bisogno, per essere integrate nella lingua della critica culturale, della costruzione di una scala di mediazioni più sfumate, di una rappresentazione più distesa dell’articolarsi lento della biologia in cultura, dei loro punti di innesto frastagliati e molteplici. Ma la capacità di Calabrese di creare associazioni e sovrapporre domini concettuali lontanissimi fa balenare idee generali affascinanti, che hanno soprattutto il merito di rimettere fulmineamente l’arte e le pratiche simboliche al centro della storia umana profonda, nel senso della deep history che indaga i processi evolutivi all’origine della formazione della mente umana. Effetto paradossale di questo presunto neodeterminismo: in tempi di marginalizzazione dei saperi umanistici, in un mondo sempre più violentemente amministrato dalla tecnica, sottolineare il fattore evolutivo dell’immaginazione è già una possibile piattaforma politica, che può utilizzare la scienza per rovesciare i paradigmi dominanti. 

Al di là di ogni retorica nuovista, lo studio del cervello ci trascina davvero, noi che ci riteniamo custodi dell’immagine umana, nel campo di ciò che non sappiamo, con la perentorietà di cui è capace la scienza. Un posto in cui stiamo scomodi e ci sentiamo a disagio, ovvero siamo nelle condizioni ideali per produrre conoscenza e, perché no, conflitto. È il posto estraneo nel quale ci proietta Calabrese nel suo visionario, futuristico congedo, in cui immagina un essere umano trasformato in biolibro vivente, medium biotecnologico che registra ed elabora gli stimoli della mente-corpo, li fa interagire con quelli provenienti dall’ambiente, e li combina in un racconto simultaneamente narrato e vissuto che continuamente aumenta la realtà. Difficile dire se si tratta di una previsione accurata (ma è recente la notizia della registrazione digitale di un film nel genoma di una popolazione di batteri). Più facile prevedere che chi si occupa del “problema umano” sarà chiamato a scegliere tra stare nel campo ignoto in cui questa e altre possibilità vengono discusse, quindi prendere parte ai conflitti attraverso i quali l’essere umano viene rimodellato, oppure auto-esiliarsi nel noto e condannarsi all’irrilevanza. Contribuire a scriverlo, il biolibro del futuro, oppure lasciarselo inscrivere addosso. 

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