La matita del fato

 

I misteri delle matite rosseblu sono indecifrabili come il Destino. Un mistero fra tutti, tanto per chiarire: perché il blu marchiava gli errori capitali e il rosso quelli veniali, e non viceversa? In attesa di delucidazioni dagli esperti, passo al seguito. 

Il blu era livido e pigiato con furia da una matita non appuntita, anzi scalcagnata; il rosso invece sottile, timido e svolazzante. 

Il blu era inesorabile: ne bastava un altro soltanto per sprofondare nel buio precipizio dell’insufficienza. “Superstisione” causava invece la correzione in rosso della esse in zeta (forse perché in torinese si dice superstisiun?).

I compiti in classe di noi liceali andavano compilati su fogli protocollo con ogni facciata divisa in verticale in due da una piega. Nella prima parte a sinistra si vergava il distillato del proprio pensiero, mentre la seconda a destra andava lasciata bianca. Riservata ai commenti blu, sarcastici e depressivi, del docente indignato. Mi riferiscono i liceali d’oggidì che quelle antiche pratiche sono in uso ancora oggi, è questo il motivo della mia lagna di cui sopra.

 

“Domani procuratevi i fogli protocollo” ci disse col suo celeste sorriso valdese il professore di Storia e Filosofia, occhi blu e capelli bianchi anzitempo. Lui riservava ai compiti scritti solo gli argomenti più importanti, come quello della Riforma. Io, con gli allievi più seri, impegnati e babbei della seconda A del Liceo Cavour, mi presi uno zero blu: avevamo attribuito, dimenticandoci il terribile Calvino, alla Riforma il meglio della storia del mondo, al cattolicesimo il peggio; ci sospettava di piaggeria perché era valdese, ma soprattutto vedeva la nostra dissennata faziosità di principianti marxistelli.

Nella fascia bianca però non scriveva malvagità, ma incoraggiamenti e pensieri umoristici, talvolta disegnati. Un ometto con le brache cascate alle caviglie significava: troppi giri di parole e poche idee sostanziose.

 

Spero si sia già capito essere quel grande insegnante bello e immortale nei nostri cervelli; io lo amavo e a lui ispiravo simpatia per via di un mio felice intervento sul Breviario di Estetica di Benedetto Croce. Quando il filosofo afferma che la bellezza artistica non ha attributi, io insinuai con timidezza “…però mi sembra che le Piramidi di Giza siano belle solamente per la loro grandezza…”. ”Dieci!” esclamò il messaggero della sapienza che non sopportava l’idealismo, men che meno quello storicista.

 Ancora forte di questo recente trionfo, quando seppi che il tema era “Hegel”, mi ringalluzzii , sicuro di conoscere la mia strada. Invece, ritirato il mio foglio, vidi che attorno alle prime tre parole c’era un cerchiaccio blu, e tutto il resto era tranciato per traverso da una matitata blu. Non aveva riempito la parte bianca con la matita ma con una stilografica: righe di bella scrittura inclinata in avanti, nitida e perentoria come non usa più. Ecco dunque l’inizio della sua prima lettera a me:

 

Caro Zargani,

come lei potrà constatare – lui era l’unico dei professori a darci del lei e a comportarsi di conseguenza – dopo aver letto le prime tre parole, ho trascurato il seguito, e infatti uno studente non può cominciare il suo scritto con una formula priva di senso: secondo me Hegel. Che è insensata, se ci pensa, perfino quando si dice secondo me stasera pioverà.

Lei certamente intuisce il mio pensiero su Hegel, Marx e altri grandi filosofi, ma deve promettermi che mai più userà la formula secondo me. Noi siamo briciole anche di fronte al pensiero incompleto.

 

Ho obbedito, e molto di bene ne ho ricavato per tutta la vita: mi sono rifugiato nella narrazione e alla fine nei racconti brevi, dove sono inestricabilmente intrecciato con i fatti, le cose e le idee degli altri.

L’ultima lettera me la scrisse dieci anni dopo per gli auguri del mio matrimonio e alla fine diceva, prima dei saluti:

 

Le auguro di aver trovato l’amico con le cosce e quanto invidio adesso i vostri empiti!

 

Ha avuto ragione, secondo me.

 

Le altre matite:

Francesca Rigotti, Matita: veloce e lenta e giovane e antica

Giovanna Durì, La prima matita e le sue compagne
Maria Luisa Ghianda, Histoire d’H (di B e di F)

Guido Scarabottolo, Perdonare gli errori

La redazione, Una matita per l'estate. Il concorso doppiozero

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