La memoria dentro le parole

Quest’anno dal 7 al 10 giugno l’appuntamento è con la seconda edizione del Memoria Festival, promosso dal Consorzio per il Festival della Memoria in collaborazione con Giulio Einaudi editore. Nei prossimi giorni pubblicheremo alcuni scritti di approfondimento sui temi di cui si discuterà durante il Festival, in compagnia di numerosi protagonisti italiani della cultura, del pensiero e dello spettacolo.

Pubblichiamo alcuni stralci della relazione di Stefano Bartezzaghi che sarà al Festival oggi 9 giugno alle 21.30 (Tenda della Memoria).

 

L’argomento che mi è stato assegnato è un po’ difficile, in particolare per un motivo: un motivo che ha a che fare più con i nostri sentimenti per la lingua e non tanto con le procedure e i nostri modi di impiegarla. Il motivo è questo: la memoria ha un valore sentimentale positivo mentre i luoghi comuni hanno un valore sentimentale negativo. Questi due dati di fatto fanno fatica a stare assieme, almeno nella coscienza che ne abbiamo. Ci torneremo, ma perché il discorso non si faccia davvero troppo serio, giochiamo con le associazioni mnemoniche.

 

Prendiamo una parola, un nome: Berta. Cosa vi fa venire in mente? Un cultore di proverbi, un depositario di saggezza popolare, dirà il proverbio «Non è più il tempo che Berta filava». Un cultore di musica pop italiana ricorderà una canzone di Rino Gaetano «Berta filava» e magari senza aver mai saputo che Gaetano si era ispirato a quel modo di dire. Un altro ricorderà più goliardicamente una canzone oscena degli Squallor intitolata Berta. Un cultore di storia del Novecento ricorderà il cannone tedesco denominata «Grande Berthe». Cultori di storia medievale ricorderanno che «Berta dai grandi piè» era detta Bertrada, moglie di Pipino il Breve e madre di Carlo Magno. Teologi ricorderanno sante con quel nome. Cultori della lingua italiana ricorderanno che il vocabolario assegna al sostantivo «berta» cinque significati diversi e, direi, tutti rari: burla, merletto, maglio, uccello marino detto anche «puffino» e cannone. Aggiungo anche che nel mio passato c’è un amico che si chiamava Bertazzoni, e tra noi ci chiamavamo Berta e Barte. Abbiamo dunque una quantità di associazioni, alcune molto generali, altre molto specifiche; le prime condivise da una quantità maggiore di persone, le seconde anche da pochissime persone, e magari una sola. Forse sono rimasto il solo a ricordarmi di quei soprannomi. Forse me li ricordo male, e ci chiamavamo Bertaz e Bartez. 

 

Quadro di Henri Rousseau.


Questa galassia di associazioni corrisponde al significato del nome «Berta»? Dipende dalla filosofia che adottate. A proposito di memoria nelle parole, per esempio, c’è chi ritiene che il significato «vero» di ogni parla sia contenuto nel suo etimo, almeno in forma allusiva. «Berta» è un nome germanico, con significato di «chiara, famosa», che assieme ad altri formanti può formare composti come «Alberta», «Roberta», «Gilberta». Si dice che le parole abbiano radici, oltre che le piante, e che radici le abbiano anche gli uomini. Lo stesso Primo Levi ha pubblicato un libro, un’antologia di testi che per lui erano stati formativi, e lo ha intitolato «La ricerca delle radici». Ma queste radici sono o possono essere prese come «cause finali»? Possono costituire oltre che un’origine anche un destino? Queste radici, cioè, possono dire cosa sia e cosa sarà una parola, una persona? 

 

Sulle radici linguistiche, proprio Primo Levi ci ha dato un indizio interessante. Rivolgendosi a un aspirante scrittore, gli consigliava di «mantenere viva la consapevolezza del significato originario di ogni vocabolo; se Lei ricorda ad esempio che «scatenare» voleva dire «liberare dalle catene», potrà usare il termine in modo più appropriato ed in sensi meno frusti. Non tutti i lettori si accorgeranno dell’artificio, ma tutti percepiranno almeno che la scelta non è stata ovvia, che Lei ha lavorato per loro, che non ha seguito la linea della massima pendenza».

Usare «scatenare» come se oggi significasse «liberare dalle catene» sarebbe trattarlo come un verbo del passato; usarlo essendo consapevoli del suo significato originario significa invece «tenerlo presente», questo suo passato. 

 

[…]

 

Se possiamo parlare di «memoria dentro le parole», cioè se le parole contengono della memoria, è perché le parole, così come le immagini, i gesti, i nodi al fazzoletto, sono espressioni sensibili, sostanze che si lasciano percepire dai nostri organi di senso, a cui si associano contenuti diversi, e queste associazioni producono altre associazioni.

 

[…]

 

Con questo sto dicendo che il rapporto fra la memoria e il passato non è centrale quanto lo crediamo. A essere centrale è l’associazione, il nesso, che ovviamente è stato stabilito in un momento precedente, e quindi in un passato. Ma in quanto passato che si apre al presente, la memoria è più associazione che viaggio nel tempo. Vive nel passato colui che lo rievoca senza trovare nessi con il presente, la cui memoria è dunque oblio del presente.

 

CONCLUSIONI.

 

Crittografia mnemonica (5, 2, 7)

 

INPUT

 

Soluzione: Messa in memoria.

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