La memoria in Platone

Parte prima

Quest’anno dal 7 al 10 giugno l’appuntamento è con la seconda edizione del Memoria Festival, promosso dal Consorzio per il Festival della Memoria in collaborazione con Giulio Einaudi editore. Nei prossimi giorni pubblicheremo alcuni scritti di approfondimento sui temi di cui si discuterà durante il Festival, in compagnia di numerosi protagonisti italiani della cultura, del pensiero e dello spettacolo.

 

Fedro, 274 c-276 a

 

Socrate – Ho sentito narrare che a Naucrati d’Egitto dimorava uno dei vecchi dèi del paese, il dio a cui è sacro l’uccello chiamato ibis, e di nome detto Theuth. Egli fu l’inventore dei numeri, del calcolo, della geometria e dell’astronomia, per non parlare del gioco del tavoliere e dei dadi e finalmente delle lettere dell’alfabeto. Re dell’intero paese era a quel tempo Thamus, che abitava nella grande città dell’Alto Egitto che i Greci chiamano Tebe egiziana e il cui dio è Ammone. Theuth venne presso il re, gli rivelò le sue arti dicendo che esse dovevano esser diffuse presso tutti gli Egiziani. Il re di ciascuna gli chiedeva quale utilità comportasse, e poiché Theuth spiegava, egli disapprovava ciò che gli sembrava negativo, lodava ciò che gli pareva dicesse bene. Su ciascuna arte, dice la storia, Thamus aveva molti argomenti da dire a Theuth sia contro che a favore, ma sarebbe troppo lungo esporli. Quando giunsero all’alfabeto: “Questa scienza, o re – disse Theuth – renderà gli Egiziani più sapienti e arricchirà la loro memoria perché questa scoperta è una medicina per la sapienza e la memoria”. E il re rispose: “O ingegnosissimo Theuth, una cosa è la potenza creatrice di arti nuove, altra cosa è giudicare qual grado di danno e di utilità esse posseggano per coloro che le useranno. E così ora tu, per benevolenza verso l’alfabeto di cui sei inventore, hai esposto il contrario del suo vero effetto. Perché esso ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria ma per richiamare alla mente. Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l’apparenza perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno d’essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti”.

Fedro – O Socrate, ti è facile inventare racconti egiziani e di qualunque altro paese ti piaccia!

Socrate – Oh! ma i preti del tempio di Zeus a Dodona, mio caro, dicevano che le prime rivelazioni profetiche erano uscite da una quercia. Alla gente di quei giorni, che non era sapiente come voi giovani, bastava nella loro ingenuità udire ciò che diceva “la quercia e la pietra”, purché dicesse il vero. Per te, invece, fa differenza chi è che parla e da qual paese viene: tu non ti accontenti di esaminare semplicemente se ciò che dice è vero o falso.

Fedro – Fai bene a darmi addosso anch’io son del parere che riguardo l’alfabeto le cose stiano come dice il Tebano.

Socrate – Dunque chi crede di poter tramandare un’arte affidandola all’alfabeto e chi a sua volta l’accoglie supponendo che dallo scritto si possa trarre qualcosa di preciso e di permanente, deve esser pieno d’una grande ingenuità, e deve ignorare assolutamente la profezia di Ammone se s’immagina che le parole scritte siano qualcosa di più del rinfrescare la memoria a chi sa le cose di cui tratta lo scritto.

Fedro – È giustissimo.

Socrate – Perché vedi, o Fedro, la scrittura è in una strana condizione, simile veramente a quella della pittura. I prodotti cioè della pittura ci stanno davanti come se vivessero; ma se li interroghi, tengono un maestoso silenzio. Nello stesso modo si comportano le parole scritte: crederesti che potessero parlare quasi che avessero in mente qualcosa; ma se tu, volendo imparare, chiedi loro qualcosa di ciò che dicono esse ti manifestano una cosa sola e sempre la stessa. E una volta che sia messo in iscritto, ogni discorso arriva alle mani di tutti, tanto di chi l’intende tanto di chi non ci ha nulla a che fare; né sa a chi gli convenga parlare e a chi no. Prevaricato ed offeso oltre ragione esso ha sempre bisogno che il padre gli venga in aiuto, perché esso da solo non può difendersi né aiutarsi.

Fedro – Ancora hai perfettamente ragione.

Socrate – E che? Vogliamo noi considerare un’altra specie di discorso, fratello di questo scritto, ma legittimo, e vedere in che modo nasce e di quanto è migliore e più efficace dell’altro?

Fedro – Che discorso intendi e qual è la sua origine?

Socrate – Il discorso che è scritto con la scienza nell’anima di chi impara: questo può difendere se stesso, e sa a chi gli convenga parlare e a chi tacere. [...]

 

Composto probabilmente nel 370 a.C., è l’unico dialogo platonico che si svolga fuori dalle mura della polis di Atene, lontano dai luoghi pubblici dove Socrate era solito confrontarsi con i suoi interlocutori. Sotto l’ombra di un platano, distesi nell’erba, i piedi immersi nelle acque dell’Ilisso, mentre un dolce venticello diffonde il coro delle cicale, Socrate discute con Fedro sul modo in cui l’anima può volgersi alla Bellezza. Tramite verso le Idee è eros, la divina mania, che spinge l’anima verso ciò che è bello: la tensione verso un corpo bello aiuta a recuperare, nel profondo dell’anima, il ricordo dell’idea del Bello. A sostegno della tesi, Socrate illustra il mito dell’anima immortale come biga alata: l’auriga, che rappresenta la componente razionale, cerca di tenere a freno gli impulsi passionali del cavallo nero, come pure lo slancio del cavallo bianco, irascibile e temerario. La biga cerca di gettare uno sguardo al di là del cielo, nell’iperuranio, dove si stende la “pianura della verità” ed hanno sede le Idee: le anime dei filosofi possono contemplarle a lungo, mentre le altre anime riescono a coglierne solamente una fugace impressione. Pur breve, l’istante di conoscenza lascia nell’anima il ricordo delle Idee, una traccia della verità che può essere recuperata pienamente, attraverso l’anamnesi e la sollecitazione dei sensi.

  

Nel finale del dialogo, Socrate sviluppa il mito di Theut (o Thot, il dio che i Greci identificarono con Ermes, da cui nacque in età ellenistica la figura di Ermete Trismegisto) l’inventore della scrittura alfabetica, a cui sono indirizzati i rimproveri del re egiziano. La scrittura riporta la voce dell’assente con cui non è possibile il dialogo, il faccia a faccia che costituisce lo stimolo essenziale per la ricerca. Solo la comunicazione diretta tra maestro e allievo è capace di innalzare l’anima di questi alla conoscenza; le parole non rispondono, lo scritto induce all’oblio, mentre l’oralità, non lasciando traccia visibile, costringe a esercitare la memoria. 

 

 

Fedone, 72-78

  

«Infatti,» aggiunse Cebete, «mi sembra che sia proprio questo il senso di quella frase famosa (ammesso che sia vera) che tu sei sempre solito ripetere, che cioè sapere non è altro che ricordare. Da ciò deriva il fatto che noi dobbiamo avere già imparato, in un tempo precedente, ciò che ora ricordiamo; e questo non sarebbe possibile se la nostra anima non fosse già esistita in qualche luogo prima di assumere la sua forma umana. Anche per questo motivo, dunque, è da credere che l'anima sia immortale».

«Ma, Cebete, come possiamo provarlo, tutto questo?» interloquì Simmia. «Cerca, di rinfrescarmi la memoria, perché in questo momento mi pare di non ricordare più bene».

«Ma esiste una prova formidabile,» assicurò Cebete. «Prova a interrogare un uomo qualsiasi: se ci sai fare, vedrai che ti saprà rispondere da sé, su tutto e questo non potrebbe essere se in lui non ci fossero già delle cognizioni e una capacità di giudizio. Mettilo, poi, davanti a un problema di geometria o a qualcos'altro del genere, e vedrai chiaramente, allora, che le cose stanno proprio così.»

«Se però questo non riesce a convincerti» intervenne Socrate, «vedi un po' se la questione, come te la pongo io, può trovarti d'accordo. Tu, in fondo, non riesci a convincerti come la conoscenza non sia altro che ricordo».

«Che io proprio non ne sia convinto,» precisò Simmia, «non è esatto; solo vorrei provare su di me l'evidenza della nostra questione, cioè, vorrei che mi si facessero ricordare le cose. Veramente, da quello che ha detto Cebete, mi par già di ricordare qualcosa e comincio a convincermi; ad ogni modo, vorrei sentire com'è che tu imposti la questione».

«Così. Siamo d'accordo, è vero, che quando uno ricorda qualcosa deve, indubbiamente, averla già vista prima?»

«Ma certo.»

«E quindi siamo anche d'accordo su questo punto: che il sapere, cioè, quando si acquista attraverso un particolare procedimento, è reminiscenza? E ti dico subito da quale: se uno ha visto una cosa o ne ha sentito parlare o ne ha provato una sensazione qualunque, non conosce solo questa data cosa, ma se ne richiama alla mente un'altra, del tutto diversa, che non ha nulla a che fare con la prima. Non dobbiamo, allora, affermare che egli si è “ricordato” di questa cosa che s'è venuta in lui ridestando?»

«Che intendi dire?»

«Questo, cioè, che altro è il concetto di uomo, altro quello di lira.»

«Be', certo.»

«E non sai che gli innamorati, vedendo una lira o un mantello o qualche altra cosa che la loro dolce metà, di solito, adopera, non solo riconoscono la lira ma richiamano alla loro mente l'immagine fisica della persona amata cui la lira appartiene? E questo è la reminiscenza. Allo stesso modo che vedendo Simmia ci si ricorda di Cebete. E di esempi simili se ne possono citare a migliaia.»

«Caspita, ma certo,» riconobbe Simmia.

«E, in questo caso, non si ha una reminiscenza? Specialmente, poi, per quelle cose che, o per il tempo o perché non sono più sotto i nostri occhi, avevamo dimenticate?»

«Sicuro,» confermò.

«E dimmi ancora: se uno vede il disegno di un cavallo o quello di una lira, si può ricordare di un uomo? O se vede il ritratto di Simmia, ricordarsi di Cebete?»

«Ma certo,» fece.

«E ci si può ricordare di Simmia, in carne e ossa, vedendo un suo ritratto?»

«Sicuro che si può.»

«E da tutto questo, non ne consegue che la reminiscenza nasce da ciò che è simile ma anche da ciò che è dissimile?»

«È vero.»

«Ma quando il ricordo di qualcosa viene stimolato da qualche altra cosa che le somiglia, necessariamente, non vien fatto di pensare se vi sia somiglianza più o meno perfetta tra l'oggetto che ha suscitato il ricordo e l'immagine ridestatasi nella nostra memoria?»

«Certamente,» disse.

«E allora, vediamo un po' che succede,» riprese Socrate. «Noi diciamo, senza alcun dubbio, che vi è l'eguale, non voglio dire nel senso di un pezzo di legno che è eguale a un altro pezzo di legno o di una pietra eguale a un'altra e così via, ma alludo a qualcosa che è all'infuori di tutti questi oggetti eguali, diversa, cioè all'Eguale in sé. Dobbiamo dire che esiste o no?»

«Certo che dobbiamo affermarlo, per dio» disse Simmia.

«E sappiamo pure che cosa sia?»

«Sicuro.»

«E da dove ne è derivata la sua conoscenza? Forse da quelle cose di cui parlavamo, legni, pietre e roba del genere, che, vedendoli eguali, ci han suggerito il concetto dell'Eguale in sé, che è diverso dagli altri? O forse, a te, non sembra tale? Ebbene, sta attento: non può essere che legni o pietre eguali, pur restando sempre quelli, ad alcuni sembrano eguali e ad altri no?»

«Certo.»

«Ebbene, l'Eguale in sé ti è mai apparso diseguale, cioè l'eguaglianza ti si è mai presentata come disuguaglianza?»

«Mai, Socrate.»

«Difatti, questi eguali e l'Eguale in sé, non sono la stessa cosa.»

«Mi pare proprio di no, Socrate.»

«Eppure, non è proprio da queste cose eguali, sebbene diverse dall'Eguale in sé, che tu hai potuto risalire e giungere alla conoscenza di quest'ultimo?»

«Verissimo,» rispose.

«Sia che somigli o che sia diverso da quelle, non ti pare?»

«Certo.»

«È, naturale, non c'è differenza,» confermò, «perché ogni volta che tu, vedendo una cosa ne pensi un'altra, eguale o diversa che sia, necessariamente, in te s'è prodotta una reminiscenza.»

«Esatto.»

«Ma, allora,» ribatté, «non possiamo dire che succede qualcosa di simile riguardo all'eguaglianza dei pezzi di legno o degli altri oggetti eguali di cui si parlava or ora? Ci sembrano proprio eguali all'Eguale in sé o mancano di qualcosa per essere come quello?»

«Mancano di molte cose,» ammise.

«E noi, quindi, non siamo d'accordo che se uno, vedendo una cosa pensa: “quest'oggetto che io ora vedo, tende ad essere simile a un'altra realtà, ma non riesce a conformarsi ad essa per una sua imperfezione, anzi ne resta inferiore”; non siamo d'accordo che per pensare così, indubbiamente, è necessario che abbia conosciuto prima questa realtà cui egli fa assomigliare il suo oggetto per quanto difettoso?»

«Certamente.»

«E, allora, è così o no, anche per noi, a proposito delle cose eguali e dell'Eguale in sé?»

«Proprio così .»

«Necessariamente, quindi, noi dobbiamo aver conosciuto l'Eguale in sé prima che la vista di cose eguali ci abbia fatto pensare che esse tendono ad essere come l'Eguale in sé, pur restandogli inferiori.»

«È proprio così .»

«E allora noi ci troviamo d'accordo anche su questo altro punto: che alla base di tutte le nostre cognizioni su quanto si è detto e delle loro stesse possibilità, vi è la vista, il tatto e qualche altra sensazione, qualunque essa sia, tanto non fa differenza.»

«Infatti, Socrate, questo, per la nostra questione, non ha alcuna importanza.»

«Comunque sia, sono certamente le nostre sensazioni a farci comprendere che tutte le eguaglianze sensibili tendono alla realtà dell'Eguale in sé a cui, però, restano inferiori. Altrimenti, come potremmo dire?»

«Così .»

«E quindi, prima che noi cominciassimo a vedere, a udire e a percepire con gli altri sensi, noi dovevamo avere, necessariamente, in qualche modo, già una conoscenza dell'Eguale in sé e della sua realtà, perché altrimenti noi non avremmo mai potuto paragonargli le eguaglianze sensibili, né pensare che, pur aspirando ad essergli simili, queste ultime gli restavano inferiori.»

«Da ciò che si è detto, Socrate, è proprio così».

«E noi non abbiamo cominciato a vedere, a udire, a usare gli altri sensi, subito, appena nati?»

«Sicuro.»

«Ma non abbiamo detto che, per questo, era necessario aver prima la conoscenza dell'Eguale in sé?»

«Sì .»

«Quindi, questa conoscenza, noi l'avevamo prima di nascere.»

«Pare di sì .»

«Dunque, se noi, prima di nascere, possedevamo questa conoscenza e, con la nascita, ne potemmo disporre, ne consegue che già prima e, poi, una volta nati, noi avevamo non solo il concetto di Eguale in sé e quello di Maggiore e di Minore, ma anche tutte le altre Idee. Perché il nostro discorso, ora, non vale solo per l'Eguale in sé ma anche per il Bello, per il Buono, per il Giusto, per il Santo, insomma per tutto ciò che noi, parlando, definiamo coi termine di “realtà in sé”, sia nelle questioni che poniamo che nelle risposte che diamo. Dunque, necessariamente, di tutte queste realtà, noi dobbiamo averne avuto conoscenza prima di nascere.»

«È così .»

«E se una volta acquistata, noi non perdessimo con la nascita, questa conoscenza, nasceremmo sempre sapienti e tali saremmo per tutta la vita. Esser sapienti, infatti, significa aver acquistato conoscenza di qualcosa e conservarla, non perderla; perché forse, dimenticanza non è, Simmia, perdita di conoscenza?»

«Senza dubbio, Socrate.»

«Al contrario, se dopo aver perduto con la nascita questa conoscenza precedentemente acquisita, in seguito, con l'uso delle sensazioni, noi veniamo riacquistando le cognizioni che un tempo avevamo, ciò che noi chiamiamo imparare non consiste forse in un riacquisto di quel sapere che era già nostro? E se questo noi chiamiamo “reminiscenza” non diciamo bene?»

«Sì , certo.»

«Infatti, si è dimostrato, che, percependo noi una data cosa con la vista o l'udito o con qualche altro organo di senso, ci si presenta alla mente un'altra cosa, che avevamo dimenticato, ma che ha una relazione con la prima, che può assomigliarle o meno. Da qui, una delle due: o siamo nati con la conoscenza, ripeto, delle realtà in sé e continuiamo ad averla per tutta la vita, oppure, quelli che noi diciamo che imparano dopo non fanno che ricordarsi e, in tal caso, la sapienza non è che reminiscenza.»

«Effettivamente è così , Socrate.»

 

Forse risalente al 386-385 a.C., a pochi anni di distanza dalla morte del maestro nel 399 a.C. e prima della fondazione dell’Accademia, il dialogo di Platone si svolge nel carcere in cui Socrate attende sereno la morte. Il tribunale ateniese, come narra l’Apologia, lo ha condannato in base alle accuse di corruzione dei giovani e di introdurre divinità nuove rispetto a quelle tradizionali della città. Nella conclusione, il Socrate morente di fronte ai discepoli in lacrime, prima di bere un pharmakon (la cicuta?), rivolge a Critone l’invito a sacrificare un gallo al dio della medicina, Asceplio, come era tradizione in occasione della guarigione di una malattia. Con la morte l’anima, finalmente liberata dalla prigione (sema) del corpo (soma), potrà coabitare con le Idee, modelli perfetti su cui gli enti del mondo sensibile si plasmano. Socrate afferma infatti che la sua condizione non è affatto da compiangere, poiché qualsiasi filosofo, in quanto tale, desidera morire (filosofia come preparazione alla morte). Ma forse, ha suggerito Georges Dumézil, l’invito si spiega perché Critone (nel dialogo omonimo) aveva proposto a Socrate l’idea insana di fuggire dal carcere sottraendosi così al sacro rispetto dovuto alle Leggi. 

  

Socrate si impegna a dimostrare l’immortalità dell’anima e lo fa ricorrendo a diversi argomenti. Quello dei contrari: se ogni cosa in natura trae origine dal proprio contrario, allora la morte si genera dalla vita e la vita dalla morte, per cui l’anima rivive dopo la morte del corpo. Quello della somiglianza: essendo l’anima alle Idee, essa è semplice e dunque non può morire, perché solo ciò che è composto può distruggersi. Quello della vitalità: l’anima, in quanto soffio vitale, partecipa dell’idea di vita e dunque esclude il suo contrario, la morte. Ultimo argomento è quello della dottrina dell’anamnesi o reminiscenza: muovendo dalla credenza orfico-pitagorica della trasmigrazione delle anime, secondo cui l’anima è vissuta nel mondo delle Idee prima di incarnarsi del corpo, Platone sostiene che nella vita terrena l’anima conserva solo uno sbiadito ricordo del suo sapere, un ricordo che si risveglia dietro il pungolo delle sensazioni. Conoscere è dunque ricordare: la conoscenza non deriva dall’esperienza sensibile, portiamo già in noi la verità, frutto della contemplazione delle Idee. La nostra mente/anima contiene fin da principio quei criteri di giudizio, che poi si diranno innati, grazie ai quali possiamo comprendere quanto osserviamo

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