La poltrona Sacco di Zanotta

Dieci oggetti per l'estate

Nel 1968, mentre la contestazione giovanile dilagava nelle università e per le strade di molti paesi del mondo, tre designer trentenni, due torinesi e un genovese, Piero Gatti (1940-2017), Cesare Paolini (1937-1983) e Franco Teodoro (1939-2005), si presentarono da Aurelio Zanotta con in spalla un sacco di plastica pieno di palline di polistirolo. Volevano lanciare una sfida con un'idea di poltrona semplice e anticonvenzionale.

In fondo il Sessantotto, con il suo motto “l’immaginazione al potere”  – come  Jean-Paul Sartre ebbe a definire l’anima del movimento studentesco, in una sua conversazione con Daniel Cohn-Bendit, leader del movimento all’Università di Nanterre, dove tutto è nato – ha provocato anche la sovversione del vecchio ordine stabilito nel campo delle sedute, mettendo in discussione le tradizionali e rigide poltrone borghesi. Ed ecco allora nascere la poltrona più morbida, più rivoluzionaria e non conformista che si potesse immaginare: Sacco, una anti-poltrona, in verità, “destrutturata e autogestibile”, provocatoria e innovativa, espressione degli ideali di libertà e di creatività che animavano l’anno in cui ha visto la luce.

 

Il sacco con cui i giovani progettisti si sono presentati da Zanotta per proporre la loro idea di seduta; Piero Gatti, Cesare Paolini e Franco Teodoro.


In un'intervista a un giornale francese, rilasciata in occasione della presentazione del prodotto alla Fiera di Parigi, nel gennaio del 1969, i tre giovani architetti hanno dichiarato di aver tratto la primigenia ispirazione per questo loro progetto dai sacchi dentro cui i contadini mettono le castagne durante la raccolta. A volte vi ci si erano seduti sopra per qualche momento di riposo, trovandoli comodissimi, quando, da studenti, per guadagnare qualche liretta, avevano partecipato anche loro alla raccolta (ah, le mitiche castagne delle valli cuneesi da cui si ricavano i marron glacés!). 

C’è anche da dire che i tre progettisti avevano mostrato molto interesse per gli studi portati avanti sulle pagine della rivista francese Utopie, fondata nel 1967 da Hubert Tonka, Henri Lefebvre, Isabelle Auricoste e Jean Baudrillard, soprattutto per quelli inerenti l’architettura, condotti da Jean-Paul Jungmann sui materiali trasparenti e sulle strutture gonfiabili. Al contempo seguivano con curiosità anche le ricerche nel campo dell’ergonomia applicata all'automobile, come hanno dichiarato loro stessi:

«Tra il 1967 e 1968 andava di moda la cosiddetta ergonomia. A noi interessava progettare oggetti il più possibile flessibili, che potessero adattarsi […] Così abbiamo iniziato a riflettere sul materiale che permettesse questa adattabilità: come la neve in cui uno si butta e ci lascia impresso sopra lo stampo del suo corpo.»

La loro idea era proprio quella di creare una poltrona che si adattasse al corpo umano e non viceversa come avviene invece da sempre. Per successive fasi di sperimentazione, arrivarono a concepire una forma troncoconica molto rastremata verso l’alto, vuota al suo interno e realizzata con materiali morbidi. Il passo seguente fu quello di interrogarsi sulla sostanza con cui riempirla. Pensarono dapprima all’acqua ma la scartarono subito per le difficoltà che avrebbe rappresentato il riempimento, nonché per il rischio di allagamenti in caso di rottura dell’involucro. Poteva forse andar bene la sabbia? Meglio di no, perché l'oggetto sarebbe divenuto troppo pesante. Quando optarono per le palline di polistirolo, si resero conto di aver trovato la soluzione perfetta, tanto più che la loro leggerezza avrebbe reso ancora più agevole il ‘nomadismo’ della seduta all’interno delle abitazioni.

 

Subito messa in produzione da quell’industriale intuitivo quale è stato Aurelio Zanotta, dalla straordinaria capacità imprenditoriale, la poltrona Sacco ha rapidamente conquistato il pubblico e il mercato di tutto il mondo. E non è passata inosservata neppure al momento della sua presentazione alla fiera di Parigi del 1969: acclamata, o derisa, ha comunque destato scalpore. 

Così, a proposito di quell'evento, ha raccontato Piero Gatti: 

«Pareva che tutto il mondo fosse impazzito. Sottsass saltò addirittura fra le braccia di Zanotta.»

Il motivo di tanto successo va ricercato proprio in quel che Sacco simboleggia: un’idea di libertà che non ha precedenti, in perfetta sintonia con “l'air du temps" in cui è nata, la rivoluzione dei costumi portata avanti dai giovani del Sessantotto, a cui i tre progettisti appartenevano di diritto.

 

Nel 1970, Sacco ha ottenuto una segnalazione al Compasso d’Oro e dal 1972 è esposta in permanenza al MoMA fin da quando vi giunse in occasione della grande mostra “Italy : The New Domestic Landscape”, curata da Emilio Ambasz. Ormai da tempo, è anche nelle collezioni di numerosi musei di design del mondo. 

La poltrona Sacco è proprio quello che il suo nome suggerisce: un sacco, con il rivestimento in pelle o in tessuto, riempito per i suoi tre quarti di palline di polistirolo espanso ad alta resistenza. Essendo priva di qualunque struttura rigida, può assumere forme diverse adattandosi così alle posture del corpo di chi la utilizza. A seconda delle esigenze, può infatti trasformarsi in pouf, in poltrona e perfino in chaise longue.

Inoltre è molto leggera, pesa infatti soltanto tre chili e mezzo, ed è quindi molto facile da trasportare. Nonostante sia diventata un'icona del design, grazie al suo costo contenuto è poi alla portata di tutte le tasche. Non va passato sotto silenzio neppure il ruolo che essa ha avuto nella storia del cinema. Come si può dimenticare, infatti, l’esilarante comicità di Paolo Villaggio alle sue prese nelle scene dello sceneggiato RAI Giandomenico Fracchia e del film Fracchia la belva umana? Queste gag fanno parte, e a buon diritto, della memoria collettiva. Ma la Sacco è stata anche protagonista di molte strisce dei Peanuts di Schulz, vista la predilezione che le manifestava la scorbutica Lucy, quando la eleggeva a proprio rifugio nei frequenti momenti in cui era arrabbiatissima. Negli States, dove ha fin da subito conosciuto un largo successo, essa ha preso il nome confidenziale di poltrona fagiolo, beanbag chair.  In Francia, invece, la chiamano a tutt’oggi sedia anatomica o poire.

Ampiamente diffusa, è purtroppo anche largamente imitata, anzi, molto probabilmente è la poltrona che vanta il maggior numero di imitazioni al mondo.

 

 


Due scene tratte dai film di Fracchia con la poltrona Sacco come induttrice di condizione d’inferiorità del protagonista. Due vignette di Schulz. Negli States, la poltrona Sacco ha preso il nome confidenziale di beanbag chair, di poltrona fagiolo.

 

Sulla poltrona Sacco, nel gennaio 2016 è uscita una piccola monografia, per i tipi di Electa, dal titolo: Sacco. Ever Green Design”, con la divertentissima grafica di cdm associati e un lungo sottotitolo: «Monografia sul Sacco che ha segnato la storia del design italiano nel mondo  diventando l’emblema della seduta destrutturata e autogestibile.»

E quel titolo la Sacco se lo è ampiamente meritato perché, nonostante quest’anno abbia compiuto cinquant’anni, è ancora una poltrona giovane.

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