La ragazza di Bube: una troppo repentina resurrezione

Esiste una pagina di diario, quella del 2 aprile 1963, in cui Carlo Cassola annota: «Nel pomeriggio ho riguardato gli appunti de La ragazza di Bube» (Carlo Cassola, Racconti e romanzi, a cura di Alba Andreini, Milano, Mondadori, 2007, pp. 1796). Si può partire da lì, come ha fatto Alba Andreini che di Cassola ha curato il meridiano, per ripercorrere la genesi del romanzo uscito da Einaudi nel 1960 e scoprire l’esistenza, già nella primavera del 1958, di un abbozzo di trama; una traccia che assume pochi giorni dopo le forme dell’impegno, quando l’autore scrive a Calvino di voler provare al più presto a lavorare su quella nuova storia (ivi, pp. 1793-1808).

 

Il libro è ambientato negli anni confusi dell’immediato dopoguerra. Bube è un giovane reduce dalla Resistenza che gode di fama di vendicatore, tanto spietate e ardimentose furono le sue imprese; Mara è una ragazza di campagna, semplice e selvaggia. Si conoscono, si innamorano, ma Bube deve fuggire in Francia per aver ucciso il figlio di un maresciallo dei carabinieri. Lei potrebbe rifarsi una vita quando conosce un suo coetaneo operaio che le offrirebbe di certo un futuro quieto, però lo allontana. Attende Bube e, quando questi sarà condannato a quattordici anni di reclusione, gli resterà vicino compiendo così il suo sacrificio, perché per Mara – si legge nel risvolto di copertina della prima edizione – «anche l’affetto è un dovere» (risvolto di copertina della prima edizione).

 

Gli elementi essenziali della storia sono reali: «Il viaggio in corriera – dichiarava Cassola – lo feci anch’io in compagnia di Bube e della sua ragazza, cioè delle persone vere da cui ho tratto i personaggi del romanzo» (Bube esiste, “L’Espresso”, 17 luglio 1960). E veri sono anche molti snodi: l’episodio del maresciallo, l’arresto, la fedele attesa di Mara. Fu per Cassola una lezione di umanità: «Io che mi ricordavo di quella ragazza come di un essere primitivo, una specie di bestiola, capii quanto ci sbagliamo quando si crede che la gente non possa cambiare e diventare migliore; quanto scetticismo e mancanza di fiducia negli uomini ci fosse in me» (ivi).

Ecco dunque il torso del romanzo, una «sorta di Resurrezione» (come ebbe a scrivere Cassola in una lettera a Leone Piccioni, in Racconti e romanzi, cit., p. 1797), che conduce i protagonisti, da principio tutti istinto e brutalità, verso una presa di coscienza morale. Il dolore, la snervante lontananza, il senso di ingiustizia per una vita che non dovrebbe andare in quel modo rappresentano le stazioni del percorso.

La storia dei due giovani sedimenta nello scrittore toscano con il passare degli anni, ed è un germoglio che cresce parallelamente alla sua attività di letterato: i prodromi infatti si scorgono già in alcuni racconti precedenti al 1960, dove compare un partigiano Bebo accompagnato da una giovinetta. Cassola sente di essere vicino a un momento fatale della sua esistenza di narratore e vuole che il romanzo cambi la sua direzione di marcia, per farlo mira alla «rappresentazione delle vicende sconvolgenti della vita: altrimenti non si esce dalle solite esercitazioni letterarie, più o meno abilmente condotte, che non significano nulla» (Walter Mauro, La ragazza di Bube, “Il Paese”, 30 marzo 1960). Sono le dichiarazioni raccolte su “Il Paese” da Walter Mauro, che però afferma l’incompiutezza dello scenario entro cui agiscono i personaggi. Se l’auspicata problematica fondamentale del romanzo sarebbe quella di trovare dei punti fermi al tempo storico in cui esso è ambientato – i primi anni del dopoguerra – «Cassola non è riuscito pienamente a sostituire alla polemica rinunciataria e passiva la rappresentazione viva e balzant(Ivi).

E pensare che l’autore si era dato al massimo degli accorgimenti, inviando in lettura il manoscritto a una squadra di scrittori (Giorgio Bassani, Carlo Levi, Niccolò Gallo, ma soprattutto l’amico Manlio Cancogni e Franco Fortini) ricevendo numerosi suggerimenti e spunti.

 

Di Fortini le note più severe. La sua è stata una lettura ammirata «per il tema, per l’assunto. [Ma con] molte riserve sulla esecuzione e sul messaggio. È un libro nuovo – dice in una lettera del 1959 – ma secondo me va riscritto» (Racconti e romanzi, cit., p. 1799). Tale giudizio rimane pressoché intatto, sebbene con toni meno diretti, anche dopo la stampa. Quello che il critico contesta particolarmente è il salto troppo repentino che i personaggi compiono nel passaggio dal cinismo iniziale ai sentimenti del finale. Insomma, quel percorso di resurrezione attraverso il dolore pare non realizzarsi: «Il lettore ha l’impressione che il senso del libro sia nascosto in un prolungamento della coscienza che Bube e Mara hanno, del loro agire; in una prosecuzione che lui, il lettore, deve compiere» (Franco Fortini, Dal “Soldato” alla “Ragazza di Bube”: le ragioni di una fedeltà, “Avanti!”, 8 luglio 1960). Fortini, come molta critica dell’epoca, evidenzia quanto il romanzo sia spaccato in due parti, di cui la seconda – subito dopo l’incontro amoroso di Bube e Mara – decisamente più debole, soprattutto per via del linguaggio che si fa troppo asciutto, non in grado di restituire qualcosa di più dell’animo dei personaggi.

 

Giudizio simile quello espresso da Arnaldo Bocelli su “Il Mondo” di Mario Pannunzio: «Dall’estrema asciuttezza all’aridità può essere breve il passo. E nella seconda metà [...] quel passo si verifica con una certa frequenza. [...] Peccato, perché le prime cento pagine del libro (la misura ideale del narrare di Cassola), che sono certo fra le più ricche e poetiche che egli abbia scritte, stanno a provare a quale grado di maturità sia giunta la sua arte» (Arnaldo Bocelli, L’ultimo Cassola, “Il Mondo”, 10 maggio 1960). Lo scrittore cerca di difendersi specificando che l’essere scarno e concreto risponde a una ricerca durata anni, sebbene si renda conto «che si tratta di una scrittura che filtra con avarizia la realtà» (Bube esiste, “L’Espresso”, 17 luglio 1960).

Si deve perciò scavare a fondo negli interstizi della critica, per capire se esista o meno qualcosa da salvare. Anche se nel complesso non si discosta molto dai giudizi appena riportati, Leone Piccioni sul democristiano “Il Popolo” trova in Mara una figura sempre «sorretta dal dono più felice di Cassola» (Leone Piccioni, “Il Popolo”, 6 maggio 1960). E loda soprattutto «l’ultima parte, le ultime pagine: quanto di più bello ci abbia dato negli ultimi tempi la nostra narrativa, davvero impegnata a figurar stati d’animo e personaggi».

Altri pacati apprezzamenti giungono dal “Corriere della Sera” e da “La Stampa”. Sul quotidiano milanese la semplicità linguistica consente il ritrovamento di una «verginità, di un rigore e di una purezza che nell’arte di Cassola sono costanti» (E. M., La ragazza di Bube, “Corriere della Sera”, 22 aprile 1960), mentre da Torino, Carlo Bo avverte che «non sarà difficile per chi conosce la vita ritrovare nel libro il valore che ha il fiume del tempo, la lezione della realtà sofferta» (Carlo Bo, È stato attribuito il premio Strega a Carlo Cassola, “La Stampa”, 7 luglio 1960).

 

Carlo Cassola. 

 

Ma oltre alle vicende personalissime dei protagonisti, Cassola racconta un dopoguerra in cui gli equilibri politici non sono quelli attesi durante il conflitto e le aspettative di chi ha combattuto rimangono deluse. Bube sente che la solidarietà dei vecchi compagni di lotta, l’aiuto del partito quando sarà latitante, non varranno a nulla: l’amnistia che concede la libertà a tanti repubblichini, a lui non spetterà. A sinistra non dimenticano che già con Fausto e Anna, Cassola aveva provocato l’intervento di Palmiro Togliatti che su “Rinascita” lo accusò di vilipendio alla Resistenza. Precedente che non sfugge a Michele Rago, quando su “l’Unità” fa memoria degli accenti polemici verso il partito; verso l’amnistia; verso il corpo sociale proletario, dove gli appetiti individuali prevarrebbero sulle necessità collettive, cui Cassola è aduso sin dai lavori antecedenti La ragazza di Bube (Michele Rago, La ragazza di Bube, “l’Unità”, 16 aprile 1960). Ma un giudizio propriamente severo, una condanna, non c’è.

 

Nada Giorgi. 

 

Giunge l’estate, e con essa la finale del premio Strega. Quell’anno gli autori che approdano al Ninfeo di Villa Giulia sono eccezionalmente sei: Cassola si aggiudica la bottiglia con ampio scarto su tutti, superando nel derby dello struzzo La suora giovane di Giovanni Arpino e Il cavaliere inesistente di Italo Calvino. È uno snodo tutt’altro che irrilevante nelle sorti letterarie del narratore toscano: la sera del 27 giugno Pasolini, presentatore di Calvino al premio, accuserà alla maniera shakespeariana Cassola di aver assassinato il realismo: «Friends, Romans, countrymen, lend me your ears! [...] Ecco, invece, qui lo strappo, in questa forma, del pugnale / di Tomasi, ecco la rabbiosa sdrucitura / dei neo-sperimentali, ecco il colpo, tagliente di Cassola ch’era amico. / Quando egli estrasse la punta sacrilega, / guardate come il sangue la seguì» (Vittorio Ciuffa, Polemica dello scrittore per il Premio Strega, “Corriere d’informazione”, 29-30 giugno 1960). Lo scontro non durerà molto sulle colonne dei giornali, ma è la prima importante macchia sulla fama dello scrittore. La sua supposta distanza con il neorealismo (o col realismo a tutto tondo) era già stata rilevata da Paolo Milano di “L’Espresso”: «Se intende distinguersi vittoriosamente dagli scrittori che gli dispiacciono, tornando nei suoi romanzi a temi antichi ed alti, gli è vietato, innanzi tutto, condividere con quegli scrittori l’equivoco del realismo» (Paolo Milano, L’insidia dei sentimenti, “L’Espresso”, 10 aprile 1960).

 

Cassola non si schermirà, semmai accetterà di aver tradito, confermando un paio d’anni più tardi: «Secondo me il romanzo viene prima di ogni interpretazione della realtà, è la ricerca continua della verità degli uomini, come è, e non come vorremmo che fosse per dimostrare qualche tesi» (Intervista di Giuseppe Del Colle, “Stampa Sera”, 7 aprile 1962). Ma questa ricerca della verità individuale riduce a evento strettamente intimo la partecipazione al fatto storico, come già era avvenuto in Fausto e Anna, quando il ragazzo decide di partecipare alla Resistenza perché abbandonato da lei. Si dispiegano così gli elementi (soprattutto l’eccesso di sentimentalismo) sui quali punterà la neoavanguardia a partire dal 1963, appellando Cassola con il noto motto «Liala degli anni Sessanta», che tanto spiacque a Giorgio Bassani.

 

Intanto, però, arriva il 1965 e Mondadori inaugura gli Oscar con Addio alle armi di Hemingway. Il secondo titolo in uscita sarà proprio La ragazza di Bube. Le vendite superano quelle dell’autore americano, complice anche la trasposizione in film di Luigi Comencini comparsa nelle sale un paio di anni prima. E il romanzo, riproposto da Einaudi in una collana per le scuole medie e da Rizzoli nella BUR, ha continuato a lungo ad avere fortuna al di là delle polemiche.

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