La società orizzontale e l’assenza di orizzonti

In Disorder dei Joy Division, un cupissimo Ian Curtis cantava poeticamente: “Aspettavo che venisse una guida e mi prendesse per mano”. Quella strofa ha rappresentato il punto di svolta per un’intera generazione e ha messo in discussione, anche solo per un momento, la questione del conflitto generazionale che aveva animato la cultura giovanile sin dagli anni cinquanta. Il tema della libertà assoluta, tanto agognata dalla generazione dei baby boomer, protagonisti degli anni sessanta, viene ribaltato in una nuova mistica dell’autorità. Mentre all’assassino del padre, immortalato dalla celebre “Father I want to kill you” di Jim Morrison in The End, subentra invece un senso di smarrimento, di richiesta d’aiuto, a cui si vuole dare risposta con la ricerca di una guida (con tutto il cotè di deriva nazi-fascista di cui difatti la band fu accusata). Da allora a oggi molte cose sono cambiate e come spesso accade alcuni elementi chiave delle subculture e della controcultura, sono diventati mainstream. Ancor più da quando la nuova politica – dal blairismo in UK al renzismo in Italia – ha recuperato il tema del conflitto generazionale per definire un posizionamento identitario netto e di rottura rispetto alla politica tradizionale.

La società orizzontale di Marzano e Urbinati affronta un tema spinoso e molto attuale. Riguarda infatti la crisi di autorità che investe la cultura e la politica italiana e il modo in cui essa acuisce il senso di spaesamento, di perdita delle coordinate fondamentali che regolano la vita dei cittadini. In questo senso il libro riprende alcune tematiche discusse dalle filosofie-sociologie postmoderne per declinarle nella società italiana di oggi. Il tema filosofico, religioso e psicoanalitico dell’autorità viene immediatamente tradotto dagli autori in uno schema sociologico e politologico che vuole rendere conto di uno slittamento da forme organizzative gerarchiche, centralistiche e verticistiche, verso forme molto più decentrate, distribuite e appunto “orizzontali”.

 

Ora, nella confezione di tale argomento va certamente ammessa la colpa di noi sociologi e mediologi ma anche degli scienziati dell’organizzazione che, perlomeno dagli anni settanta, hanno iniziato a riflettere sul mutamento di paradigma dal fordismo al postfordismo, ovvero da forme organizzative “dure” a forme organizzative “morbide”. Nell’ottica dei teorici della società postindustriale – come A. Touraine, D. Bell e dagli anni ottanta in Italia il nostro D. De Masi – la conoscenza sarebbe diventata la risorsa strategica per il sistema, mentre il conflitto sociale si sarebbe progressivamente attenuato. Da allora la questione della società postindustriale è rimasta sempre sospesa tra l’idea di un processo storico desiderabile, quella del modello interpretativo per leggere il cambiamento tecno-sociale, quello religioso della promessa, ovvero qualcosa che sarebbe accaduto ineluttabilmente in un futuro prossimo venturo. Tuttavia l’idea della società postindustriale è diventata paradossale dal momento in cui, proprio predicando l’orizzontalità dei processi, ha edificato un regime tecnocratico globalizzato che, a sua volta, ha sollecitato tra le sue maglie la reazione populista. Ovvero un movimento filosofico e politico che predica un’ulteriore o diversa forma di orizzontalismo: quello del cittadino comune in rivolta contro le élite e la società programmata.

 

 

Il libro di Marzano e Urbinati riprende questo tema anche se molto è più interessato ad aspetti culturali che non meramente organizzativi. Sin dall’introduzione, il modo in cui la crisi di autorità è associata a una partecipazione politica aperta e autonoma e decentralizzata pare riferirsi a uno dei cavalli di battaglia della vulgata renziana ovvero il Telemaco di M. Recalcati (citato esplicitamente a pag. 43). Il male di quest’epoca è dunque rappresentato dal fatto che “i figli non seguono più le orme dei padri, che non si sentono più soggetti alla figura di chi li a messi al mondo” (p.7). In molta saggistica contemporanea difatti risuona il refrain di una crisi dialettica tra autorità e libertà talché il giovane che non si è confrontato con il limite dell’autorità paterna non cresce, non matura, non diventa un individuo nel senso pieno del termine. A tale questione gli autori associano il problema dell’eccesso di democrazia che, vittima della dilatazione del campo delle interpretazioni e delle capacità di influenza, si ritrova sempre più spesso di fronte a scelte sbagliate o autolesionistiche (da Trump alla Brexit). La connessione tra crisi dell’autorità e crisi della democrazia instrada il discorso verso il problema del relativismo e dell’individualismo che viene affrontato grazie al riferimento all’autorità di grandi filosofi: da Locke a Nietzsche.

 

La questione più coinvolgente discussa in queste pagine è quella della cultura della terapia, che in una società complessa vede la proliferazione di un approccio psicoanalitico volto a curare questo individuo in crisi di autorità, persino al di là delle cornici delle discipline psicologiche. Da un lato quindi l’ipertrofia emozionale di un sistema in cui l’individuo è costretto a mettere in condivisione la propria intimità, dall’altro la sanzione a non potersi isolare dal sistema, a dover condividere necessariamente esperienze ed emozioni significative, a ricorrere all’ausilio esterno per “aprirsi”. In queste righe si tocca il sostanziale paradosso dell’individualismo contemporaneo che non produce unità atomizzate – come forse un certo individualismo moderno – ma sempre più, come direbbe Manuel Castells, “individui in rete”.

 

La breve riflessione sul ruolo di Bergoglio è in linea con il discorso precedente e di fatto utile a capire come si è invertita la relazione tra politica e religione verso una Chiesa sempre meno patriarcale e sempre più paternalistica. Essa persegue l’esplicita missione di operare come un “ospedale da campo” (p. 10), ovvero come costante terapia per l’individuo contemporaneo sempre più frammentato e “diminuito” dalla moltiplicazione delle scelte imposte dalla crescita di complessità del sistema sociale.

 

 

Nel primo capitolo si entra nel vivo della questione con alcuni riferimenti alla sociologia di T. Parsons de Il sistema sociale e alla filosofia di M. Foucault di Sorvegliare e punire: esempi speculari di una celebrazione da parte del primo e di una critica serrata da parte del secondo del modello di società verticale che, in qualche modo, dovremmo lasciarci alle spalle. Se è vero che il modello teorico di Parsons volto a difendere lo status quo ha riscosso grande successo in America tra i conservatori – direi soprattutto all’epoca della caccia alle streghe – tuttavia la sua importanza teorica non può essere ridotta a un meccanismo di trasmissione e di introiezione dei valori da “padre a figlio” in base al già discusso principio di autorità. La cibernetica, a ben vedere, introduce una terza posizione nella dicotomia tra società verticale e orizzontale: una società autoregolata da un insieme di retroazioni complesse. Dunque una sorta di orizzontalismo ante-litteram, che però matura nel quadro di una visione tecnocratica.

 

Molto interessante il riferimento all’analisi di P. Rosanvallon e alla sua idea di un “individualismo della singolarità”. Tale aspetto difatti, più che offrire una via di soluzione al problema, lo rende ancor più contorto e inestricabile. L’enfasi retorica posta sulla diversità da parte delle liberal-democrazie mature, giunge difatti al punto limite di una consacrazione dell’assoluta singolarità, che oggi vediamo ovunque, dalla politica, alla religione alla moda. Tale diversità radicale che dovrebbe essere tutelata dalla democrazia – come nel discorso di J. Corbjn a Glastonbury che celebra appunto la sacralità del diverso come colui che sa qualcosa più di noi e che ci può aprire mondi, in realtà è già stata scoperta, valorizzata e sfruttata dalla concezione neoliberista e dal sistema del consumo globalizzato. Come previsto da A. Negri e M Hardt in Impero, quando descrivevano il nuovo dispositivo di sfruttamento modulare e “differenziale” dell’alterità in ciò che molto efficacemente definivano “un razzismo senza razze”.

 

Nello schema delineato dagli autori la dimensione “verticale” sarebbe ereditata da una concezione patriarcale, dunque derivata dalla centralità della figura del “padre”, nella Chiesa cattolica, mentre quella orizzontale è quasi un proseguimento della riforma protestante nella dimensione civica e politica. Da qui la tesi di una sostanziale protestantizzazione della nostra cultura soprattutto a opera di millennials e postmillennials che si fanno agenti del mutamento culturale. Certo, anche in Italia è presente un processo di mondanizzazione, laicizzazione e magari di weberiano disincanto della società, ma è al contempo presente una sorta di reincantamento del mondo (secondo i postmodernisti alla Maffesoli), dalla questione delle scie chimiche e dei vaccini, alla new age e a ciò che da tempo è stato definito come un nuovo politeismo culturale. Ciò per dire che l’allentamento della “morsa paternalistica” non va necessariamente nella direzione di una “protestantizzazione” dell’impegno civico, ma potrebbe anche integrarsi in uno stile di vita complesso e contraddittorio in cui pragmatismo ed esotismo, emancipazione e religiosità vengono sussunti dalla presenza totalizzante del consumo.

 

Nella sezione dedicata ai partiti (Cap. II), del resto gli autori affrontano il nodo nevralgico del problema. Dopo aver definito operativamente le differenze sostanziali tra destra e sinistra, grazie a N. Bobbio, l’analisi si sposta verso la dimensione storica in cui la crisi attuale è stata in qualche modo anticipata dalle vicende di alcuni partiti. Di particolare profondità sono i passaggi sulle differenze tra PC e DC.

 

L’escatologia comunista riprendeva da quella cristiana, trasferendola su un piano intra-mondano, l’idea della costruzione di una società ideale armoniosa, libera dallo sfruttamento e dall’ingiustizia, nella quale però le libertà individuali e i progetti esistenziali dei singoli non giocavano una parte significativa e, anzi, rischiavano di essere concepiti come ostacoli all’affermazione delle volontà di imponenti soggetti collettivi quali le classi sociali o le grandi organizzazioni di massa (p. 47).

 

In questa esemplare ricostruzione del sistema di affinità e divergenze ideologiche dei due principali partiti italiani, il ruolo chiave è giocato dal concetto di “tensione escatologica” che rappresenta la forza capace diorientare le scelte strategiche e progettuali. Del resto la perdita di tale tensione ha trasformato la politica in un deserto etico in cui prevale principalmente l’interesse specifico delle fazioni se non addirittura quello personale dei protagonisti. La soluzione proposta dagli autori, contro i disfattisti e contro i nostalgici della società verticale, è invece una nuova concezione delle organizzazioni politiche che deve essere appunto “non identitaria” (p. 48). Tale istanza è supportata da un lato dalle recenti rilevazioni empiriche di Demos – l’istituto di ricerca di I. Diamanti – che indicano un aumento dell’interesse dei cittadini nei confronti della politica. Dall’altro da alcune riflessioni più generali sul mutamento dell’attivismo in politica, come ad esempio il passaggio dal vecchio modello del “dutiful citizen” (cittadino deferente) a quello più attuale del “self-actualizing citizen” (cittadino autorealizzato) proposta da W. L. Bennett. Gli autori convengono sull’importanza di una “democrazia connettiva” (p. 55) come condizione necessaria ma non sufficiente alla creazione di una nuova “cittadinanza attuativa” (ib.).

 

Il libro, pieno di ulteriori spunti sul cambiamento politico-culturale, trova la soluzione in ciò che, allo stato attuale, risulta essere ancora il problema. Difatti, pur accettando l’ipotesi del passaggio da “verticale” a “orizzontale” come metafora di un mutamento da una concezione paternalistica a una più basata sull’auto-attivazione del soggetto, non necessariamente viene meno l’istanza di controllo e talvolta di sfruttamento da parte del potere (politico, economico ecc.). Ne è un esempio il modo in cui, nel campo dell’organizzazione aziendale, il postfordismo ha emancipato l'operaio dalla catena di montaggio per metterlo al centro del processo decisionale e attuativo in cui emergeva la sua singolarità esperienziale ed emozionale. Ma così facendo lo ha anche esposto a un smantellamento progressivo delle reti di protezione verso una precarizzazione diffusa e inesorabile del lavoro.

 

Gli autori sono ben consapevoli delle insidie che il processo di “orizzontalizzazione” nasconde dietro la sua retorica ufficiale e procedono a sviscerarle nell’idea che tale processo indichi la direzione desiderabile verso un individualismo temperato, consapevole e a suo modo etico. Il libro non si pone tanto contro la questione della morte del padre, quanto soprattutto contro “la surrettizia creazione di surrogati di autorità paterna che il paradigma del padre garantisce in una società orizzontale” (p. 67). La famiglia è il luogo privilegiato in cui vanno riconfigurandosi le relazioni sociali e affettive. Al contrario delle ipotesi sulla sua disintegrazione, gli autori preferiscono esaminare la sua trasformazione. Come dimostra il passaggio da un assetto “adultocentrico” a uno “puerocentrico” (p. 80), in cui il bambino diventa soggettività attiva e capace di gestire relazioni complesse. Fenomeni che un approccio più critico, come quello di J. B. Schor in Nati per comprare, legge come riflesso se non addirittura induzione da parte del sistema dei consumi e dal marketing. La reciprocità tra padri e Figli inoltre dimostra la totale scomparsa del conflitto generazionale in funzione di una pacificazione, un’armonia che rende la “famiglia lunga” (p. 87) una sorta di laboratorio sperimentale in cui si elaborano nuove forme di convivenza. Il sostanziale ottimismo che il libro vuole trasmettere rispetto ai cambiamenti che stiamo attraversando è dovuto anche alla consapevolezza della pericolosità delle forze che restano “ostili all’individuo” (p. 95). Tra queste, la nostalgia “per il lutto per il padre assassinato dall’eguaglianza del potere” (p. 96), rischia di minare ciò che c’è di buono nel processo in corso. Il compito che gli studiosi si prefiggono nelle conclusioni del testo è pertanto quello di “estendere, rafforzare e istituzionalizzare la società orizzontale, anche fuori dai terreni in cui si è finora affermata” (p. 96). Ma tale operazione potrebbe risultare complicata proprio a causa di quella stessa perdita di “tensione escatologica” che essi hanno esaminato accuratamente in ambito politico e che potrebbe avere il suo impatto anche su altri ambiti della società. Il vero pericolo della società orizzontale è che diventi una società senza orizzonti, ricurva sulla prospettiva pragmatica e di breve periodo, ostaggio dell’interesse concreto di gruppi specifici o di quello personale di social hub e di individui in rete, in cui tutto è infine commutabile in una relazione di consumo.

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