La vita non è il male

Esiste il bene? Che cos'è? Come si diffonde? Si impara? Si chiedono questo, e molto altro, Gabriella Caramore e Maurizio Ciampa autori del saggio La vita non è il male (Salani Editore), un'indagine alla ricerca del bene e delle sue tracce in un mondo e in un tempo, i nostri, che venendo dopo un secolo che è stato il più sanguinario della storia avrebbero dovuto, così si sperava, essere stanchi di sangue e crudeltà. Avremmo dovuto imparare dalla storia almeno qualcosa. E invece, abbiamo visto con incredulità e sgomento ricominciare la stessa tragedia, così silenziosa e piena di ragionevolezza, all'inizio…: file di uomini, donne e bambini vestiti poco e male, sotto la neve, in attesa di una scodella di cibo. È uno spaesamento quello che ci coglie. Cosa stiamo vedendo? In che epoca siamo? Sono ebrei, zingari, dissidenti politici? Siamo nella Germania hitleriana? Dove siamo? Non lo so, non lo ricordo, ma siamo oggi e quelli sono gente in fuga dai loro paesi, per molti e diversi motivi. È un'immagine che mi ha fatto paura. Non temo che i profughi ci portino via le cose, le ricchezze, il lavoro, lo spazio; temo che ci portino via l'illusione che avevamo di essere migliori dei nostri padri e nonni, di quelli che non hanno visto, che non hanno saputo o immaginato che fine facessero tutte le persone che sparivano attorno a loro.

 

È questa impressione che il male ci accerchi, con forza rinnovata, con una "poliedrica creatività" che è solo apparente – in realtà è sempre lo stesso, soltanto con mezzi nuovi – che Caramore e Ciampa vogliono contrastare con il loro saggio. E allora, attraverso episodi veri, recenti o meno, racconti letterari, film, testimonianze di chi il male l'ha osteggiato o provocato, ci conducono sulle tracce di un bene che resiste. Il male fa notizia, perché si vede di più ed è più facile raccontarlo, mentre il bene si muove più lieve, non si mette in mostra, è difficile dirlo perché è molto più grande delle parole. Queste lo riducono e lo costringono, mentre il bene per sua natura si espande e cresce, e "si propaga quasi per contagio". Per questo, sostengono gli autori, è importante che il bene, la sua azione, anche i gesti semplicemente gentili nel mezzo del male, che soli possono contrastare la "febbre distruttiva [che] sembra percorrere il mondo" oggi come ieri, e come sempre, non vadano dimenticati, non restino ignoti. 

 

 È stata questa l'intenzione che ha spinto Moshe Bejski a volere con determinazione il Giardino dei giusti in Israele. La sua storia, una delle molte riprese da Caramore e Ciampa, è narrata da Gabriele Nissim in Il tribunale del bene. La storia di Moshe Bejski. L'uomo che creò il Giardino dei giusti (Mondadori). E come ben testimonia l'esempio dell'imprenditore tedesco Oskar Schindler, reso famoso dal film Shindler List, i giusti non sono santi, ma uomini imperfetti che, sfidando l'orrore, ci "insegnano a vivere la nostra quotidianità con il piacere di venire in soccorso del più debole, di avere il coraggio di pensare da soli, di non mentire a noi stessi, di essere capaci di mettersi al posto degli altri, di sapere perdonare, di non sentirsi depositari della verità" – lo afferma Nissim nel saggio citato. La stessa volontà di salvare la memoria del bene, ha indotto la storica Anna Bravo a scrivere La conta dei salvati (Laterza), perché non andassero perduti "i nomi e le storie di chi non si è arreso alla preponderanza del male".

 

Il bene è un enigma, affermano gli autori di La vita non è il male, eppure attraverso le pagine del loro saggio ne emerge, come da certe opere di Bill Viola in cui un volto è proiettato nel buio su un pezzo di velluto fluttuante, un'immagine precisa, umbratile e schiva ma ben delineata. Al bene, Vasilij Grossman ha cercato di dare un nome "semplice, dimesso": bontà. Quella che alberga nel cuore della gente che ama "'gli esseri viventi, ama la vita e ne ha cura in modo naturale e spontaneo'". Nella sua veste ordinaria e quotidiana, esso è il semplice avere cura dell'altro. Perciò il bene è, prima di tutto, la capacità di vedere chi ci sta di fronte, di mettersi nei suoi panni. È il non riuscire a mostrarsi indifferente a quello che i suoi occhi ci dicono. Il bene dunque è il contrario dell'indifferenza, più che del male. Il male, spesso, è una conseguenza dell'indifferenza, della cecità del cuore. Il bene è anche la bellezza; non a caso, infatti, si accaniscono contro di lei e contro le sue vestigia di pietra i terroristi dell'Isis, perché la bellezza è di per se stessa un argine al male, perché porta gioia e libertà, mentre il mondo che sognano questi moderni cultori del male è, come l'hanno sempre sognato i distruttori, buio, grigio, uniforme, senza musica, senza risate e senza immagini. Senza amore, alla fine.

 

 

Siamo sempre liberi, diceva lo psichiatra sopravvissuto al lager Victor Frankl, persino nelle situazioni senza via d'uscita, persino davanti alla morte, perché possiamo scegliere come affrontare l'ineluttabile che ci sta davanti. E anche davanti al dilagare del male non siamo impotenti giacché, come scriveva Etty Hillesum –

 un altro dei tanti personaggi il cui pensiero percorre in filigrana il saggio di Caramore e Ciampa, come Dietrich Bonhoeffer, Tzvetan Teodorov, Stefan Zweig, Vasilij Grossman –, possiamo sempre rifiutarci di odiare, possiamo sempre salvare un pezzetto di bontà (Etty Hillesum diceva un pezzetto di Dio) dentro di noi. Perché siamo noi stessi l'unica porzione di tutto l'Universo su cui veramente abbiamo giurisdizione. E salvando la bontà, continuava la Hillesum, aiutiamo Dio che è impotente davanti alla nostra libertà e quindi è, insieme a chi soffre e subisce, vittima del male.

 

E c'è un'osservazione in questo saggio, tanto intenso da potere essere letto e riletto come si fa con i libri sapienziali, che vorrei sottolineare, quando gli autori cercano di capire come sia possibile torturare i nostri simili. Il primo passo, indispensabile, affermano, è disumanizzarlo; è noto, infatti, che riuscire a non vedere nell'altro un essere umano fa parte del tirocinio degli aguzzini di ogni tempo e regime. Vedere in quell'uomo, donna o bambino soltanto un animale ci permette di trattarlo come … cosa? Ma vuol dire, allora, che con un animale si può essere disumani? "Pensare alla condizione animale come a qualcosa che autorizza la nostra licenza di spregio e uccisione, come un elemento che autorizza la violenza è in se stesso aberrante", sostengono e invitano a capovolgere il punto di vista per compiere un passo avanti di civilizzazione: "E forse considerando l'animale come creatura dotata quantomeno di una sua riconosciuta necessità di esistenza, per paradosso, si potrebbe arrivare a formulare un diverso rispetto verso ogni essere vivente". 

 

Arginare il male si può, in "una strenua lotta", strappandogli il terreno "palmo a palmo" ma solo se abbiamo saputo riconoscerlo, prima, anche dentro noi stessi. C'è in ognuno di noi, più o meno accentuata ma c'è, quell'inclinazione che faceva dire a Paolo di Tarso con dolore: "C'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo … non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio" (Rm 7, 18-19). Prima di tutto dobbiamo arginare il male dentro di noi, sfuggire alla sua presa, al suo fascino ed essere buoni per scelta, perché nessun uomo è perfettamente buono per natura. Il bene deve essere preferito al male, soprattutto perché lo si ritiene più giusto. È il bene scelto che ha valore. Quello imposto, sosteneva il filosofo Luigi Pareyson, è peggiore del male. D'altra parte, come osservano giustamente gli autori del nostro saggio, quello che chiamano "il grande Bene", sognato e imposto dalle utopie politiche, non è che "un tritacarne insaziabile" che "perseguita, incarcera, uccide. Travolge tutto ciò che gli si oppone". E tuttavia, si chiedono, c'è uno spazio politico, comunitario, per il bene o esso è destinato a restare un fatto esclusivamente individuale? Deve esserci una dimensione pubblica del bene, se non altro perché il bene si insegna e s'impara, e di un agire buono si deve dare esempio. Purtroppo la politica spesso non lo fa, e disinteresse, burocrazia e inerzia di una parte troppo grande della classe politica, anziché favorire il bene, persino quello piccolo e individuale del singolo cittadino, lo ostacolano e lo rendono difficile.

 

Gli autori hanno detto in un'intervista che questo libro è nato come reazione all'orrore seminato attorno a noi negli ultimi tempi dal terrorismo e vuole essere un percorso di speranza alla ricerca del bene che sopravvive nonostante tutto, e traspare come "smagliature nel tessuto del male". Con una bella immagine, suggestiva e poetica come molte altre che si rincorrono nel testo, si cita Abele, il primo fratello ucciso, l'emblema di tutte le vittime inermi dell'odio: il suo sangue "verrà raccolto dalla terra, in memoria di un mite che evapora in una rugiada senza tempo". Ma nonostante la speranza che pervade tutto il libro, io fatico a credere che il bene conquisterà questa Terra se il suo fondamento è soltanto nel cuore umano. Certo non sarà mai sconfitto, estromesso dal mondo, ma sarà sempre a rischio, in lotta contro il male, se non può trovare sostegno e radice in un altrove metafisico e spirituale, se non può contare sulla forza e la fedeltà di un altro più grande di noi. Temo, e spero di sbagliarmi, che gli uomini saranno sempre quello che sono sempre stati: alcuni buoni, altri no; talvolta buoni, talvolta no. E non credo che i miti arriveranno a governare la Terra, però spero sinceramente che la erediteranno.

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