Lancerà la bomba la Corea del Nord?

Cosa succederà? KimJoug-un lancerà i suoi missili a testate nucleari sulle città americane? Arriveranno davvero fin lì? Cosa risponderanno gli USA, e anche il Giappone, alle reiterate minacce e provocazioni nordcoreane? L’altro ieri una fonte americana parlava di un milione di morti solo nel primo giorno di guerra. Viene subito in mente il bombardamento di Dresda, poi quelli di Hiroshima e Nagasaki, ed erano molti meno morti. Rispondere non è facile, eppure qualcosa di nuovo è accaduto nel passaggio dal mondo bipolare a quello multipolare, dal terrorismo ideologico degli anni Settanta e Ottanta del XX secolo a quello religioso del XXI. 

   

Qualche anno fa William Langewiesche collaboratore di “The Atlantic Monthly” ha pubblicato un libro, Il bazar atomico (Adelphi), dove racconta come siano in diversi stati oggi a detenere l’arma nucleare, e che uso possono farne. Tutto è avvenuto in Pakistan negli anni Settanta del XX secolo. Ma prima di spiegare come ha fatto un paese sottosviluppato come il Pakistan, e poi la Corea del Nord, ad avere la propria atomica, vale la pena di riassumere cosa è accaduto riguardo alle armi nucleari negli ultimi settant’anni. 

  

Dopo che gli americani avevano sganciato su Hiroshima e Nagasaki nel 1945 due bombe atomiche (all’uranio nella prima e al plutonio la seconda), la corsa alla proliferazione ha avuto l’esito di far cresce l’arsenale di USA e URSS. Alla fine di quel lungo dopoguerra erano cinque i paesi che possedevano l’atomica, oltre ai due grandi: Gran Bretagna, Cina e Francia. E già si affacciavano altri pretendenti: Pakistan, Brasile, Corea del Sud e del Nord, Turchia, Egitto, Siria, Algeria, e poi anche Libia, Siria, Svezia e Taiwan, che un motivo o per l’altro hanno poi voluto o dovuto rinunciare alla bomba. A questo punto, come ha detto un russo ben informato al giornalista americano, “le grandi potenze si sono ritrovate con arsenali che non potevano usare, e la bomba è diventata l’arma dei poveri”. In effetti oggi non esistono più ostacoli di carattere tecnico, così come nulla e nessuno può più ostacolare il flusso delle informazioni. Per quanto non esista esattamente il manuale delle Giovani Marmotte Nucleari, farsi una bomba non è più così difficile. Si tratta solo di partire da una decisione politica presa dalle leadership al potere nei vari paesi. Il problema è che le piccole nazioni, che detengono la bomba, o che la vogliono produrre, non abbiano poi tutte le remore delle grandi, e che finiscano per usarla davvero. 

  

Anni fa Langewiesche ha avuto un interessante colloquio con un ex ministro delle Finanze del Pakistan, Mubashir Hassan. Questi gli aveva riferito a sua volta una conversazione con pezzo grosso del regime. “Quando è giustificato l’uso dell’atomica?”, chiede il ministro al pezzo grosso. “In presenza di una grave minaccia”. “Ma cosa intendi per grave minaccia?”. “Non lo so. Non lo sappiamo”. “E se noi lanciamo una bomba e loro ce ne mandano un paio?”: “E allora? Moriremo tutti, punto e basta”. Dialogo surreale e terrorizzante. Strategie alternative alla rinuncia al primo colpo, scrive Langewiesche, sono possibili solo nelle potenze nucleari più ricche, mentre in paesi come il Pakistan non appaiono realistiche. 

  

Il caso dell’attuale Corea del Nord, da cui sono partito, è poi singolare, perché non si trova nella situazione del Pakistan che negli ultimi cinquanta anni ha un conflitto più o meno aperto con il vicino indiano – il Pakistan ha perso quattro guerre lampo – e la tensione continua anche ora. KimJoug-un non è sotto scacco di una possibile invasione della Corea del Sud o della Cina, suo antico e solido alleato. Minaccia di lanciare un missile a testa nucleare sul territorio americano, cui seguirebbe, nel caso che avvenga, la ritorsione americana. Possibile? Sì è possibile. 

   

La realtà è che nessun aspetto razionale vale in questi casi, come dimostra il dialogo tra i due dirigenti pakistani. C’è inoltre una cupio dissolvi ben presente negli esseri umani in generale, che spinge a decisioni che esorbitano da qualsiasi piano di razionalità. Nel caso di KimJoug-un gli analisti mostrano però come una sua  razionalità esiste, pur nelle manifestazioni narcisistiche e paranoiche del giovane dittatore nordcoreano. Deve tenere insieme un paese affamato dove vige una terribile dittatura con Lager e il controllo capillare degli abitanti. Una cosa che in Europa abbiamo conosciuto in almeno due forme politiche diverse e opposte. 

   

A manifestare le pulsioni recondite di KimJoug-un ci sono tuttavia le fotografie che la Nord Corea diffonde del Capo supremo. Basterebbero queste a metterci in allarme, anche se è evidente l’aspetto di recitazione che c’è in tutti gli scatti pubblicati in occidente. L’altro ieri KimJoug-un indossava una strana giubba alla Mao, a un tempo divisa e abito gessato di rara eleganza: somiglia a un personaggio del Padrino. Di sicuro in qualche ufficio di Washington e immediati dintorni gli analisti dei servizi di sicurezza, e le teste d’uovo universitarie di cui si servono, avranno scrutinato queste foto per capire qualcosa della personalità di questo Puer aeternus che ci tiene con il fiato sospeso. Avranno individuato le criptocitazioni delle immagini diffuse, quelle in cui il dittatore-giovanotto ride con i suoi generali, quelle in cui guarda nel binocolo, quelle in cui è serio e corrucciato. Stilemi maoisti e staliniani, immagini del passato rinverdite dalle uniformi alla moda che KimJoug-un sfodera nelle istantanee. Pericoloso lo è di sicuro, e queste fotografie lo raccontano con dovizia di particolari pur nel copione della commedia (o possibile tragedia), che si recita in quell’angolo del mondo per noi remoto (ma qual è l’angolo remoto che non ci riguarda oggi nell’universo della globalizzazione?).

 

 

Ma torniamo al libro di Langewiesche che racconta una storia degna di una spy story. Come è arrivata in Corea del Nord la bomba? Tutto comincia con un ingegnere metallurgico, tale A. Q. Khan. Uno sconosciuto giovane islamico di nascita indiana, che durante l’esplosione di quell’immenso paese, dopo la ritirata inglese dai propri domini coloniali, va a vivere nel neonato Pakistan; si trasferisce da Bhopal a Karachi. Langewiesche racconta le sue avventure da studente, fino al trasferimento in Olanda per specializzarsi. Vari corsi universitari e poi un lavoro in un’azienda che produce centrifughe, la URENCO, gli strumenti essenziali per realizzare il materiale fondamentale della bomba: l’uranio. Le centrifughe sono dei separatori che, come spiega con dovizia di dettagli Langewiesche, sono indispensabili per produrre il carburante dell’atomica. 

  

Come ad A.Q. Khan sia venuto in mente di mettersi all’opera offrendo i propri servizi al paese d’origine, non è chiarissimo. Ci sono su di lui, che è ancora in vita – ha 81 anni e vive segregato da anni in Pakistan, di fatto agli arresti domiciliari –, almeno due libri, oltre a quello del giornalista americano. Ne esce una figura ambiziosa. Non proprio uno scienziato in senso stretto, come poteva esserlo Oppenheimer, piuttosto una sorta di manager della bomba, con evidenti competenze rispetto ai macchinari necessari per realizzarla. Bellissime le pagine in cui Langewiesche parla con i suoi ex colleghi olandesi che all’inizio degli anni Settanta del XX secolo l’hanno inconsapevolmente aiutato a realizzare il suo progetto. Kahn, le cui foto da giovane si vedono nel web, è in qualche modo un visionario, uno che ha colto un problema. Ma senza il leader politico che gli ha dato il via, la bomba pakistana non esisterebbe.  

   

Nel 1974 l’ingegnere metallurgico ottiene un colloquio con Zulfiqar Ali Butto, leader del suo paese, e lo convince a iniziare la costruzione della atomica. La parte centrale del racconto è occupata dai traffici che Khan intesse con personaggi e industrie occidentali per raccogliere i pezzi che servono per realizzare migliaia di centrifughe: lavorano tutte insieme per produrre l’uranio. Non piccoli oggetti, ma componenti che occupano, per le loro dimensioni, interi container, che devono arrivare da innumerevoli paesi in Pakistan e senza destare troppi sospetti dei servizi segreti occidentali, americani in particolare. La politica è la chiave di volta di tutto, eppure senza Kahn la bomba non ci sarebbe. 

  

Di persone come lui ne nasce una o due a secolo, o forse meno, e non sempre trova il capo politico che gli dà ascolto. Leggendo Il bazar nucleare viene a volte in mente la figura di un altro personaggio che da anni mi affascina, e turba al tempo stesso, Albert Speer. Butto non è Hitler ovviamente, e neppure Khan è Speer; tuttavia c’è in entrambi una ambizione smisurata che li porta a diventare personaggi centrali del regime con cui collaborano. 

   

Langewiesche ci presenta Kahn, il padre della patria pakistana in quanto creatore della bomba all’uranio, come un uomo mediocre, determinato, attivissimo; non un essere del Male, come nel caso dell’architetto tedesco, che brilla ancora oggi, a tanti anni di distanza dal processo di Norimberga, d’una luce luciferina. Però è anche vero che la nostra epoca è composta di esseri grigi, di burocrati del male, che somigliano all’uomo della porta accanto, poco più che impiegati con famiglia da mantenere, automobile e un lavoro fisso. 

  

Tutto questo però va visto alla luce delle vicende del Pakistan, paese che probabilmente gran parte degli italiani ignorano dove si trovi. È già molto che ne conoscano il nome. Se chiedete a qualcuno di vostra conoscenza d’indicarlo su una carta geografica, è facile che esiti. Non a caso Langewiesche apre il suo libro con la mappa del continente asiatico dove si trova lo stato islamico (islamico, ripeto, cosa che non è per nulla secondaria). Il Pakistan è incuneato tra l’Afganistan, paese che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi 20-30 anni, e l’India, il suo ingombrante vicino, il nemico di sempre. Confina poi con l’Iran, paese chiave dal 1979, dal ritorno dell’Iman Khomeini a Teheran, paese del petrolio, con 80 milioni di abitanti, il più colto e antico stato mussulmano del mondo, scita, come sappiamo, in un oceano di sunniti. La patria di Khan s’affaccia sul Mare Arabico e guarda da vicino il Golfo di Oman, dietro a cui si staglia l’Arabia Saudita, paese altrettanto decisivo oggi nello scacchiere mediorientale (mediorientale: espressione che usiamo noi italiani, al posto del francese “vicino Oriente”). Dietro al Pakistan, e sua confinante, c’è l’immensa e imperiale Cina. In alto le piccole repubbliche caucasiche, effetto dell’esplosione della Russia sovietica. 

   

Paese decisivo in una delle zone del mondo da decenni sul palcoscenico della scena mondiale. Luogo di conflitti aperti, il Pakistan è l’alleato infido dell’America e insieme il suo gendarme, finanziato a suon di bilioni di dollari. Lì si è nascosto Bin Laden con il consenso delle autorità pakistane, e lì è stato ucciso dai soldati americani con il consenso degli stessi pakistani. Insomma, il Pakistan fa il doppiogioco e anche gli americani gli tengono bordone. Non sembra possano fare altrimenti. Langewiesche spiega bene questo balletto tra il potente alleato, e finanziatore, e il regime che sovente cambia leader (Butto viene rovesciato e impiccato dai militari, e altri leader gli succedono via via). 

  

 

Il clou del suo racconto è come Khan sia diventato anche il padre della bomba nordcoreana, e probabilmente di quella iraniana e, se le cose fossero andate altrimenti, anche di quella dell’Iraq e persino della bomba della Libia, due paesi colpiti e dissolti come entità statali. La parte più brillante del libro, magnifico racconto, è però quella in cui l’autore chiama in scena Mark Hibbs, un americano che è uno dei pochi uomini, se non l’unico non legato ai servizi dei vari paesi, che segue le vicende delle bombe nucleari in giro per il mondo. Scrive documentatissimi articoli, stringati e precisissimi, che pubblica da anni su due testate specialistiche che si vendono solo per abbonamento. Altro personaggio da romanzo. In poche parole Kahn non solo ha dato ai pakistani la bomba, per competere con il nemico indiano, ma ha contrabbandato i segreti della sua costruzione indisturbato divenendo così un uomo ricchissimo. Milioni e milioni di dollari di materiali raccolti in giro per il mondo e mandati in Corea del Nord e in Iran per costruire le loro bombe. Tutti soldi accumulati dall’ingegnere minerario con il tacito consenso dei leader politici e militari del suo paese. In cambio i nordcoreani hanno dato ai pakistani i missili, o almeno le tecnologie per realizzarle, genere in cui si sono specializzati in questi ultimi cinquant’anni sotto il tallone inflessibile della famiglia Kim Joug: nonno, padre e ora nipote. 

  

Questo è lo scenario in cui si va a recitare la commedia, o tragedia, del conflitto nucleare possibile. Conflitto non mondiale, ma locale, perché questo può essere possibile, sebbene nessuno poi sappia prevedere cosa possa accadere successivamente al lancio delle prime testate nucleari. Cosa farà l’America, cosa farà la Cina, cosa farà la Russia? Difficile dirlo. La storia di Kahn si è conclusa con un arresto, un processo, o finto tale, una sorta di condanna, e sostanzialmente il perdono; la solita ambiguità pakistana: l’hanno chiesto gli americani che lo fermassero, ma poi non l’hanno impiccato o fucilato. Se ne sta confinato nella sua abitazione da anni. È pur sempre l’eroe nazionale, colui che ha permesso alla leadership militare pakistana di fronteggiare l’India a testa alta. 

  

Dopo averci portati in giro per Corea, Iran, India, Russia e Pakistan, e averci fatto temere per il nostro futuro, Langewiesche ci spiega che se le guerre atomiche locali sono sì possibili, ma sono meno catastrofiche di quanto s’ipotizza, e soprattutto non rientrano nella “categoria di pericoli che può giustificare una guerra preventiva”. Come a dire che nessuno pensa di distruggere un piccolo paese come la Corea del Nord per impedire di lanciare missili. 

   

Quando scriveva queste parole, dieci anni fa, non c’era Donald Trump alla Casa Bianca. Si stava aprendo l’epoca di Barack Obama. Mille anni fa. Le armi atomiche, scriveva Langewiesche, sono state più uno strumento politico che militare e, da quando sono state create, negli Stati Uniti nessun dirigente ha mai pensato di usarle. E adesso che il miliardario macro-narcisista comanda l’arsenale atomico americano, cosa può succedere? Il vero problema è psicologico, oltre che politico: “il pericolo risiede nei sistemi di comando e controllo delle nazioni sottosviluppate, e nei loro governi instabili e generalmente bellicosi”.

 

E i terroristi? Dopo l’11 settembre 2001 abbiamo cominciato a pensare che l’arma atomica fosse alla loro portata e che l’obiettivo poteva essere una grande città americana o europea. Però fabbricare la bomba non è facile per un gruppo terroristico. “Se siete un gruppo di terroristi – scrive Langewiesche –, e volete un’atomica, toglietevi dalla testa di comprarne una già pronta”. Una vera bomba atomica del tipo di quella sganciata su Hiroshima è difficile da possedere. Bisogna essere uno stato, come mostra la storia di Khan. Il vero problema è un altro. Si possono produrre bombe piccole, dice Langewiesche, che le chiama “bombe sporche”.  Questo sì. E oggi ci sono persone pronte a morire pur di far esplodere una bomba del genere a New York, invece che a Londra o Parigi. Il vero problema è quello che l’autore di Il bazar atomico chiama le “reazioni autodistruttive”: la deflagrazione di una bomba con un potere limitato potrebbe scatenare un enorme panico e mettere in ginocchio un paese intero. La paranoia è contagiosa; la deflagrazione possibile è quella del panico e della paura. Viviamo sotto la spada di Damocle di questa apocalisse, in cui siamo noi stessi i possibili distruttori del nostro ordine costituito. Oppure no. L’Occidente ha preso atto della propria paura e vive in questa situazione limite quasi con indifferenza, o sfoggiando una sovrana indifferenza. Fare la stessa vita di sempre, nonostante quello di terribile che potrebbe accadere. Non farsi travolgere dalla minaccia continua, dall’ansia collettiva. 

  

Questo è il doppio scenario in cui viviamo: da un lato, l’atomica come arma dei poveri, usabile in conflitti locali; dall’altro, la minaccia terroristica. Langewiesche non dà risposte; come un vero scrittore, racconta. Da quando il suo libro è uscito molta acqua è passata sotto i ponti. Rileggere questo libro è stato importante, mi ha aiutato a mettere a fuoco un problema che, al di là dell’attuale crisi coreana, ci riguarderà ancora per vario tempo. Vicino al Pakistan c’è l’Iran e poco più in là Israele, che minaccia in modo ciclico di mandare i suoi aerei a colpire i siti iraniani, così come ha fatto con l’Iraq in passato. Non una bella prospettiva. 

In attesa di qualcuno che ci racconti cosa è avvenuto in questo lasso di tempo, non ci resta che rileggere i vecchi libri. Servono sempre. 

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